Cemal Süreya, “Tutte le canzoni di Istanbul”. Il curatore Nicola Verderame: “Anche dopo Hikmet la poesia turca è rimasta viva, capace di sperimentare e di regalare dei versi immortali”.

«Tu che cerchi la poesia tu che sei in estasi/ Appena la notte supererà quest’ultima svolta/ Il giorno nuovo non avrà più legami con la luce/ Solo il cuore potrà accogliere questo candore/ È tutto qui sappi cavartela con maestria/ Se sarai prigioniero le tue mani sgusceranno via dalla catena». Versi di Cemal Süreya scelti per introdurre la lettura del volume “Tutte le canzoni di Istanbul”, pubblicato da Bompiani nella collana “CapoVersi”, a cura di Nicola Verderame (nella foto di Inanc Kalayici). Cemal Süreya (1931-1990), nato nel Kurdistan turco, ha fondato e diretto (tra il 1960 e il 1981) la rivista letteraria “Papirüs”, fondamentale per la letteratura turca del secondo Novecento. È considerato in Turchia un vero e proprio classico contemporaneo. Le sue poesie, “cariche di eros e ironia”, possiedono una “forza comunicativa immediata”. Questa raccolta, per la quale abbiamo intervistato il curatore, ripercorre più di tre decenni di scrittura costellata, come dentro «un silenzio ancora da completare», da sperimentazione linguistica, riferimenti geografici e storici.

Con “Tutte le canzoni di istanbul” di Cemal Süreya, inizio col chiederle: perché (oggi), dalla voce del curatore, leggere questo libro? Cosa può la poesia “contro” la dilagante incapacità di ascolto e cognizione?

Vorrei iniziare ringraziandola per questo spazio: non capita spesso ai traduttori di parlare delle opere che traducono o curano, come è avvenuto per Tutte le canzoni di Istanbul. Comincerò dalla seconda parte della domanda: oggi leggere poesia è un atto sovversivo perché, in un mondo di rumore visivo e linguistico, la poesia disseppellisce il messaggio nella sua essenza più scabra e ficcante. La poesia riesce ancora a mettere a tacere il brusio di fondo che ci avvolge, portandoci a leggere in prospettiva tutte le altre espressioni letterarie e non, compresa la prosa. Insomma, la poesia ci spinge a prestare attenzione e a interrogarci – due aspetti legati all’ascolto e alla cognizione di cui parlava.

Vengo alla prima parte della domanda. In Italia si conosce ancora troppo poco della poesia turca del Novecento: oltre alla fortunata traduzione delle poesie di Nazım Hikmet a cura di Joyce Lussu, fino a pochi anni addietro il panorama editoriale italiano non offriva pressoché nessun altro nome. Dall’inizio degli anni Duemiladieci, anche grazie alla rete, le cose sono molto cambiate, ma ci sono ancora numerosissime voci degne di essere presentate al pubblico italiano. Cemal Süreya è tra le più importanti: autore di culto in Turchia, alcuni dei suoi versi sono così efficaci da essere noti a un pubblico che in Italia sarebbe impensabile per un poeta coevo. Tutte le canzoni di Istanbul intende ripercorrere una carriera trentennale, da metà anni Cinquanta a metà anni Ottanta, in un’antologia di novantanove poesie che includono componimenti inviati in lettere private o pubblicati su riviste e mai raccolti in volume. In un certo senso, con questo lavoro si è voluto sottolineare che anche dopo Hikmet la poesia turca è rimasta viva, capace di sperimentare e di regalare dei versi immortali. Non è un caso che Tutte le canzoni di Istanbul sia uscita per una collana, Capoversi, che proprio ai modernismi del Novecento ha dato molto spazio.

Quali parole la trovano se le chiedo di tratteggiare Cemal Süreya secondo l’idea che, in un lungo tempo di ascolto, le hanno “restituito” i suoi versi, meglio il suo “fare” poesia?

Avevo sentito parlare di Süreya da poeti che l’hanno conosciuto e amato, in particolare da Tuğrul Tanyol, autore che ho tradotto in italiano nel mio libro d’esordio. Me l’ha descritto come un uomo affabile ma con un lato umbratile e tormentato, e forse questa descrizione ha influenzato il mio modo di leggere le poesie che poi ho scelto per Tutte le canzoni di Istanbul. Süreya nacque nel 1931 nell’estremo est della Turchia, da una famiglia mista di etnia curda e zaza, ma non imparò mai il curdo, lingua negata dallo Stato; lavorò al ministero delle Finanze, fino a diventare direttore della zecca, ma parallelamente a quest’attività di burocrate fondò e diresse una delle riviste chiave del modernismo turco, Papirüs. Fu anche traduttore e vignettista, insomma una personalità poliedrica e vitale, ma con un fondo d’inquietudine. La sua poesia sa essere ironica, sensuale, aerea, erotica, ma sempre pervasa di hüzün, la malinconia ch’è tipica della cultura turca e su cui ha scritto anche Orhan Pamuk.

La poesia è (anche) la lingua dell’invalicabile?

Uno dei poeti che più amo, Kavafis, ha creato mondi interi senza muoversi da una modesta stanzetta di Alessandria d’Egitto. Süreya ha scritto versi come “Dammi un bacio, poi dammi alla luce” o “T’avessi amata anche solo per questo”, senza immaginare che sarebbero divenuti immortali. La poesia sa valicare il tempo e lo spazio, è dire poroso perché attinge dai mondi esteriori e interiori e fa sì che comunichino tra loro, ma allo stesso tempo dà voce all’invalicabile, all’impenetrabile, alla materia più bruciante dell’umano. “A che serve la poesia se non trascende il buonsenso?” si chiede appunto Cemal Süreya nella poesia “Sbocciato sul precipizio”.

 “Il sangue sottoscrive tutte le parole/ Oggi può essere un giorno inatteso”, la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta?

Se la intendiamo come forma di comunicazione tra chi scrive e chi legge, come modo per creare una comunità, sì; sempre a patto che non si consideri la scrittura come forma di terapia, poiché in quel caso credo venga meno il portato universale che rende la scrittura in versi vera poesia. Non intendo dire che la poesia non debba avere alcun appiglio autobiografico, anzi: una delle più belle poesie del volume, quella che mi ha fatto innamorare di Cemal Süreya, è tratta da una lettera e fu pubblicata solo postuma, senza titolo. Il primo verso recita “Amore, adesso io ti penso in una grande città”, e contiene riferimenti al figlio, agli spazi di casa sua, alla moglie che ne è dedicataria. Eppure sa parlare a tutti.

Pensando alla sua attività di traduttore domando: la poesia è realmente traducibile? E se lo, è più corretto parlare di traduzione o di reinvenzione, di riscrittura?

Per rispondere alla sua domanda prendo spunto da una breve intervista rivolta proprio a Cemal Süreya nella sua veste di traduttore nel 1976. “Tradurre poesia è come giocare alla lotteria,” afferma Süreya. “Perché tradurre un poeta significa ricrearlo in un’altra lingua. […] Chi traduce poesia altro non fa che scrivere poesia.” Da qui Süreya arriva a dire che “la poesia va tradotta dai poeti”. Io sono d’accordo solo in parte: il traduttore che voglia tradurre poesia in italiano non può fare a meno di un bagaglio tecnico (fonico, metrico, retorico…) che riguarda la lingua italiana e che è indispensabile anche ai poeti, ma non per questo deve scrivere poesia a sua volta. Può farlo per conto di altri, può essere “poeta di poeti” e provare a dare voce a molte voci di un’altra cultura, non è più vario e divertente?

E, ancora, la poesia (dal suo punto di vista) è più ispirazione o più costruzione? Qual è stato, ad oggi, un “insegnamento” ricevuto in dono dalla poesia o, se preferisce, “semplicemente” da un verso?

Credo che la poesia scaturisca dall’ispirazione ma non possa prescindere dalla forma. Se non si lascia sedimentare ciò che si è scritto di slancio, se non lo si rilegge a distanza di tempo per un necessario labor limae, il verso perderà la sua forza. Questo vale forse ancor di più per la traduzione di poesia. Chi traduce impara dai testi, perciò è importante rileggere dopo un intervallo il più lungo possibile la prima versione di una traduzione per poterne testare la lealtà (Franco Buffoni docet) al testo di partenza. E spesso, proprio grazie al continuo apprendimento che regalano la lettura e il lavoro di traduzione, si arriverà a interventi anche radicali. Tuttavia, mentre chi scrive poesia deve trovare l’equilibrio tra i due poli dell’ispirazione e della costruzione, chi traduce dovrà fare i conti anche con un terzo fattore, un elephant in the room, se vogliamo: il testo da tradurre, con tutto il suo portato culturale, le sue stratificazioni e le sue caratteristiche interne.

Sceglierebbe (riportandola), e per salutare i nostri lettori, una poesia di Cemal Süreya che ha cambiato (più di altre, e ammesso sia accaduto) il suo essere nel mondo (e, magari, spiegandoci il perché di questa scelta/preferenza)?

Una delle poesie che più mi ha toccato è la prima della raccolta “Lettera d’inverno” (1988):

 

DUE CUORI

La via più breve tra due cuori:
Due braccia
Tese l’una all’altra che ogni tanto
Si toccano solo per la punta delle dita.

Corro verso le scale,
L’attesa è tempo che prende corpo:
Sono qui troppo presto, non ti trovo
Sembra quasi la prova di qualcosa.

Gli uccelli si assembrano per migrare
T’avessi amata anche solo per questo.

 

Poche parole tenere, immediate e semplici, come semplice credo debba essere sempre la poesia: per tornare all’inizio della nostra conversazione, la poesia sa mettere a tacere il rumore di fondo.

 

Nicola Verderame ha insegnato Lingua turca all’Università del Salento e Filologia turca presso l’università “L’Orientale” di Napoli, dove si è laureato in Studi Islamici. Ha conseguito un Research Master in Turkish Studies all’Università di Leiden e il dottorato in Storia contemporanea alla Freie Universitaet Berlin. Oltre ad articoli accademici sulla storia ottomana, sulla letteratura turca contemporanea e sulla teoria della traduzione, ha tradotto dal turco venticinque opere di poesia, narrativa e saggistica. Ha pubblicato traduzioni da poeti turchi viventi per le riviste Atelier, Testo a fronte, Poeti e Poesia, Le parole e le cose. La raccolta di poesie di Tuğrul Tanyol Il vino dei giorni a venire da lui curata ha ricevuto il Premio Benno Geiger 2017 e il Premio Nazionale di Traduzione del Ministero dei beni e delle attività culturali nel 2018. Nel 2019 ha pubblicato il volume di Haydar Ergülen La casa nella melagrana – Poesie Scelte 1982-2018, Premio Ciampi 2020. Con il libro di Burhan Sönmez Pietra e Ombra ha vinto il Premio di traduzione Annibal Caro 2023. La sua ultima pubblicazione è la raccolta di poesie di Cemal Süreya Tutte le canzoni di Istanbul, Bompiani, 2025. Nello stesso anno ha ricevuto il Premio Cultura Mediterranea – Sezione traduzione.

*

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 30.11.2025, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”). 

Potrebbero interessarti