Chiedimi ancora: Carastro e Carotenuto.

Chiedimi ancora: Carastro e Carotenuto.

Oscurità come fine dell’attesa ed esplorazione dell’interiorità: Chiara Carastro e Luigi Carotenuto

 

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messi a confronto sono due poeti siciliani. Chiara Carastro parla di poesia come fune che aiuta a traversare le tenebre gettate dalla fine di un’attesa: «la fine dell’attesa è stata l’oscurità che mi ha fatto più paura. Per fine dell’attesa intendo la sensazione che non ci sia nulla più che valga la pena attendere».

Luigi Carotenuto usa invece l’ironia «come forma di difesa da uno scavo altrimenti doloroso e “insostenibile”» per lambire gli abissi dell’interiorità. La sua Musa è «un desiderio di ascolto assoluto risalente all’infanzia che si determina nell’utopico anelito a essere com-presi, nel senso di essere tutti contenuti nelle parole che si esprimono, con ogni sfumatura di personalità e tratti, palesi e latenti, in modo da poter essere ipoteticamente accolti, cullati, dal lettore, aspetto che rimanda al rapporto con il materno». Mentre a Chiara Carastro «non importa chi o cosa sia, quale sia il nome, importa cosa o chi non va via, perché ritorna. E chi ritorna non è mai andato via per davvero».

Buona lettura!

 Rossella Pretto e Marco Sonzogni

L’ultima opera poetica edita di Chiara Carastro è contenuta in 4×10. Quadernetto di poesia contemporanea (Algra Editore 2016); quella di Luigi Carotenuto è krankenhaus (Gattomerlino 2020).

CINQUE DOMANDE AI POETI: CHIARA CARASTRO

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Non ha una forma, non ha un nome. Non è un uomo, non è una donna, non sono io. A volte credo sia solo una delle voci che mi abitano, e sorrido, perché credo sia quella migliore. Latente, confinata in un pozzo che non illumino, non posso illuminare, e senza conoscere, non spesso, abbastanza silenzio per levarsi, perché sottile, troppo, in un mondo, il mio, il nostro, di troppi rumori. Forse è una risposta deludente la mia: non so chi o cosa si innervi in me. So tuttavia che è vero, assomiglia al sangue, ha la forza e la consistenza di un corso. E se dovessi descriverlo, lo descriverei come un corso non d’acqua ma d’aria. Perché è respiro. È un respiro più profondo. È così da sempre, da quand’ero poco più che una ragazzina. “Se ti manca l’aria scrivi”, scrivevo a quindici anni. Qualsiasi cosa sia, mi fa respirare. E intendo, respirare per davvero, non per inerzia, come siamo abituati addirittura, certi giorni, anche a vivere. Riconosco che possa sembrare insolito, o possa fare quasi paura l’idea di avere dentro qualcosa che non sai cosa o chi sia e di cui non hai il pieno controllo. Ma la verità è che a me non ha mai fatto paura, perché ritorna. Quando ho bisogno di respirare, ritorna. A volte si arresta in una parola, scritta su un intero foglio, come a dire “il mondo è mio” e non dire nulla, allo stesso tempo. Altre volte recita una poesia, la detta e io la scrivo, come scrivo ogni storia, anche questa risposta. Credo sia questo il punto: resta lì ed è una fortuna, perché ritorna e mi salva dalla solitudine. In un mondo in cui la nostra stessa sostanza è quella di esseri transeunti, non importa chi o cosa sia, quale sia il nome, importa cosa o chi non va via, perché ritorna. E chi ritorna non è mai andato via per davvero.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Tra le oscurità che mi è capitato di vedere, la fine dell’attesa è stata l’oscurità che mi ha fatto più paura. Per fine dell’attesa intendo la sensazione che non ci sia nulla più che valga la pena attendere. Di quest’oscurità ho scritto, come si scrive di un corpo immobile. Ho scritto di me, come si scrive di una donna gettata in fondo ad un pozzo, al buio, quando smette di aspettare che qualcuno la salvi. È una storia a lieto fine però. Spesso, quando sono stata quella donna, la poesia è stata la fune.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Cesare Pavese, ogni volta. Non credo di sapere spiegare il perché, ma in questo, forse, si sostanzia la stessa essenza dei brividi. È bellezza sì profonda da non spiegarsi, a suscitarli. Se fossimo capaci di spiegarla, verosimilmente non li proveremmo. Però vorrei condividere alcuni versi. In La terra e la morte, Cesare Pavese scrive “Tu sei come una terra che nessuno ha mai detto (…) Membra e parole antiche. Tu tremi nell’estate”. In questa poesia si cela la stessa sostanza dell’essere uomini. Ognuno di noi crede di essere una lettera sbagliata del codice, una terra mai vista, un sogno che nessuno osa fare. È in questa fede che si riversa il nostro essere umani. Nel nostro essere la copia numero n di un corpo, noi crediamo di essere quello sbaglio, uno sbaglio che risuona come il nostro nome, la nostra singolarità. La singolarità di chi nell’estate trema. E l’amore si sostanzia proprio in questo, tra tutta la gente che incontro, io mi accorgo di te e mi accorgo che nell’estate tremi. Io ti scopro, terra che nessuno esplora, e di te decido di scrivere. Quest’immagine mi fa venire i brividi, ogni volta.

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Mentre rispondo a questa domanda, suona Un malato di cuore, di Fabrizio De André. “E l’anima d’improvviso prese il volo, non mi sento di sognare con loro, no, non mi riesce di sognare con loro”. Sicuramente De André, nello scrivere sostanziale poesia, e nel renderla musica, ha generato un voltaggio nella sua generazione, cantando di chi nessuno cantava, prostitute, assassini, ladri, e sublimandone l’esistenza. Salvandoli, in qualche modo. In uno scenario musicale tendenzialmente più leggero, quasi melenso, De André scrive poesia, e preferisce gli amori finiti, nella loro più profonda dignità, agli slanci più attraenti, e più benvoluti, degli amori che cominciano. Scrive di vizi, di malattie, scrive di eroi che nessuno ricorda più. Canta Cohen, canta Brassens, canta persino Edgar Lee Masters e i protagonisti della sua collina. Lontano dai riflettori, si ritaglia uno spazio nell’eternità, forse senza esserne consapevole o senza goderne all’idea. E la sua grandezza si riversa proprio nell’aver avvicinato, in uno stesso spazio, chi canta allegramente della Guerra di Piero e chi invece, come me, sente di essere un po’ Francis Turner.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Vorrei che tu venissi

in un tempo sospeso

in un luogo che ancora

non è stato scoperto

a vedermi.

Vorrei non pronunciassimo parole

– neanche un sì, un no

neanche un accenno –

Nulla che non sia solo nostro.

Perché?

Perché ho il timore

che solo in quel tempo

solo in quel posto

quello che siamo quando mi stringi

non appartenga a qualcun altro.

All’andirivieni degli anni,

al progresso e alla sua perenne attesa,

al quotidiano pretendere

una mano

stretta

in un’altra.

Perché ho il timore che

solo in quella poesia non scritta

solo in quella parola

lo spazio che siamo quando mi stringi

non riesca a separarci da un tempo

che verrà e vorrà separarci.

Ma non aver paura,

ne troveremo un altro.

 

Credo mi rappresenti per la mia indefessa ostinazione a credere, ad attendere, ai romantici. Ostinazioni che non “servono” a nulla, se non a fare assomigliare la vita ad una poesia.

CINQUE DOMANDE AI POETI: LUIGI CAROTENUTO

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Penso si innervi un desiderio di ascolto assoluto risalente all’infanzia che si determina nell’utopico anelito a essere com-presi, nel senso di essere tutti contenuti nelle parole che si esprimono, con ogni sfumatura di personalità e tratti, palesi e latenti, in modo da poter essere ipoteticamente accolti, cullati, dal lettore, aspetto che rimanda al rapporto con il materno, direi. Questo almeno nel periodo iniziale della scrittura, quando adolescente, non ancora raggiunta quella che Jung descrive come individuazione, mi identificavo con le parole, e, il desiderio di scrivere, pubblicare, è stato anche, se non principalmente, un modo per essere visto e riconosciuto, in forma sublimata.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Credo di avere cercato da sempre di andare verso l’esplorazione dell’interiorità, lati oscuri inclusi, spesso lambendo superficialmente gli abissi, finendo molte volte per utilizzare l’ironia come forma di difesa da uno scavo altrimenti doloroso e “insostenibile”. Nietzsche nello Zarathustra invitava a scrivere con il sangue, sono d’accordo con questo assunto, c’è anche il rischio di rimanere dissanguati tuttavia. In un testo che si intitola L’alibi ho scritto: Mi sbarazzo del vuoto / lo metto sotto la pelle / forse lì non andrai a frugare / a meno di non volermi scarnificare.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Sì, sarebbero tanti, versi e poeti: il rumeno Nichita Stănescu, scoperto nel prezioso blog di Titti De Luca “Poesia in rete” (luogo aureo che raccoglie testi poetici da tutto il mondo con traduzione e fonte bibliografica precisa) è uno di questi. Il suo modo di dare corpo ai sentimenti del ricordo, alla descrizione dell’amore, alla sua contemplazione, ha qualcosa di intimamente toccante. Pensavo a come i poeti riescano a rendere bellezza dalla miseria, riscattare anche i fallimenti esistenziali – non a caso Pasolini come esergo dell’incompiuto Petrolio cita Mandel’štam: “Col mondo del potere non ho avuto che vincoli puerili” (trad. italiana di Serena Vitale) -. Tornando a Stănescu, darei parola ai suoi versi: “Ridi, occhio, fendi il tuo orizzonte / e sii capiente e sii attento, sempre. / Lascia che la cascata del mondo irrompa / nell’antro affamato della mia anima” (traduzione di Fulvio del Fabbro e Alessia Tondini).

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Roberto Roversi. Figura di grande spessore quanto rimasta per sua stessa scelta appartata. Coerente e fedele alle sue idee. Invito a consultare il sito a lui dedicato (robertoroversi,it), dove è disponibile gratuitamente gran parte della sua opera giornalistica, poetica, di paroliere, narratore, autore di teatro. Scelgo questi versi tratti da un testo scritto per Lucio Dalla, “Tu parlavi una lingua meravigliosa”: “Vuoi guardarmi? Occhio della mente, occhio della memoria! / Una donna è vecchia quando non ha più giovinezza! / E ascolto la marea del cuore perché siamo vicini. / L’ho ritrovata per caso ma non è più una ragazza”.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Scelgo un testo tratto dalla raccolta recentemente pubblicata, Krankenhaus (Gattomerlino, 2020) perché rappresenta quella parte curiosa e insofferente verso l’autorità, in primis scolastica, e al tempo stesso penso dia l’idea della volontà di aprirsi all’autentico, al sentire interiore connesso all’anima e alla luce:

18

Non ho ripassato la lezione / oggi, maestra: mi occlude la mente / al germinare d’occhi, di cose. / La lezione non la ripasso, / voglio nutrirmi / di tutto / il visibile, / succhiare la luce. Mi spiace, / signora, la lezione è scivolata di mente, / nel mio orto chiuso.

(Krankenhaus, p. 26) 

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