Forse su “Poemetti della sera” di Aldo Nove (“bianca” Einaudi)

salti quantici

 

Il 24 novembre del 2020, “Poemetti della sera” vince il Premio Elio Pagliarani. L’avevo letto, come giurata, e mi ero commossa con il poemetto d’inizio, “Guarda, madre”: sentivo, in quella sua richiesta alla madre, persa quando la vita non può e non deve rivelarsi in tutto il suo crudele dolore, uno sconvolgimento, un’eversione, l’“anno zero” di tutte le poesie “materne” che avevo letto fino ad allora. Perché quel poemetto – mi sono detta – può voler significare soltanto una cosa: io sono ancora, dentro, profondamente, in quella madre, dalla quale non sono nato, non sono mai nato, perché nascere è rottura amniotica, perdita del liquido tiepido che ci ha tenuto e protetto, è separazione, è taglio, è cesura, è ferita d’ombelico, è diventare altro, è smettere di essere corpo ventre sangue respiro di madre. È, in sostanza, esistere: “ex-sistere”. “Ex”: prefisso che esprime distacco, complemento di origine o provenienza, ci insegnano a scuola, che, allo stesso tempo, ci fa essere senza, ci priva, ci toglie, ci fa difettosi, mancanti, sottratti, e per sempre incompleti.
Nella motivazione del premio, Sara Ventroni definisce “Poemetti della sera” “un cantico del materialismo cosmico”.
Dunque, questa “madre”, scritto minuscolo, per ossequio alla grammatica – di certo, non quella dell’amore – che vuole così i nomi comuni di persona, è una madre Universo e un Universo di madre? è quel “Tutto” che diventa “tutto” per tornare “Tutto”, di cui Nove scrive nella monografia dedicata a Franco Battiato, citando l’“ordine implicato” del fisico quantistico David Bohm, “regno delle possibilità infinite” da cui si costituiscono “le nostre particolari realtà”?
Perché iniziare con un canto alla madre?
Ancora Ventroni “una laude matrilineare (di lunga consuetudine noviana )”.
Perché questa consuetudine matrilineare?
Ci rivolgiamo allo stesso Pagliarani che, nella bellissima ed essenziale introduzione riportata nel neo-uscito “Fuoco su Babilonia!” per Crocetti, raccolta delle poesie composte dal 1989 al 1996, scriveva: “La madre è centrale in tutta la poesia di Aldo Nove e ovviamente leggiamo ‘Tornando nel tuo sangue’ come un ritorno alla madre, il classico ritorno all’utero appunto, ma qui come il massimo della necessità…
Sono abituata a cercare le frequenze, le onde, i campi magnetici che si formano tra i poli delle parole nei testi che leggo perché convinta che questa ricerca, questa indagine, mi porti dritta al cuore dell’autore: il gioco di unire i puntini, fatti di ricorrenze, ripetizioni, ossessioni di parole, per arrivare a quello che i criminologi chiamano “movens”, consapevole o inconsapevole che sia, per “profilare” l’autore, perché la scrittura ci rivela, ci tradisce, ci scopre. Ci scrive. Garboli scrive che il Don Juan di Moliere è un personaggio a due facce, l’una contro l’altra: “non solo un truffatore, ma un truffato, non solo un criminale ma una vittima”, così è chi scrive, anche se non scrive di sé. Per uno strano paradosso, come accade nel terrore di Poe o in alcuni racconti di Gogol, in cui le cose si animano solipsisticamente, la scrittura sfugge, diventa mercuriale, esce, a tratti, in piena autonomia, disubbidisce, contiene indizi, segni, impronte di noi che non le abbiamo consegnato. Nonostante lo stesso Nove dichiari in un’intervista, “un poeta degno di questo nome deve dedicare anni e anni di studio appassionato a questa pratica. Ed emerge sempre dopo decenni di intenso corpo a corpo con il linguaggio”, e, nel libro su Battiato “… quando tutto, nella complessità del linguaggio poetico, è per forza di cose artificiale” e nonostante lo stesso Pagliarani definisca la scrittura “giovanile” di “Tornando al sangue” “scrittura sintatticamente controllatissima”.
“Poemetti della sera” è il canto di una solitudine disperata, di chi vive in un tempo che non riconosce e che non gli somiglia, fra “… Ombre/ad oltranza/ del vecchio impero/della finanza”, dove il progresso si chiama caduta, “è lo stesso”, dove non si prova più alcun orrore, “ma solo indistinto sentire”, è quell’urgente bisogno dell’altrove, dove saldamente smarrirsi, in cui, sin da piccolo, Nove si faceva condurre dalla musica di Battiato, “capace di prenderti e trasportarti letteralmente altrove”, è rifiuto della realtà “Tutto ciò che ci appare è illusione”, la vita stessa è “narrazione”, “il nostro continuo cercare ciò che è inapprezzabile proprio perché cangiante. O perché tutto non è altro che illusione… espressione della parzialità della nostra capacità di recepire il mondo se non per frammenti”, è rinnegare il tempo come unità di misura della vita, “il presente come unica esperienza possibile”, perché contiene passato e futuro e perché quindi non è presente né può esserlo perché il tempo anch’esso è “illusione”.
Giorgio Manganelli ci mette in guardia: “la letteratura, cioè la forma del linguaggio che non solo tollera, ma esige la contraddizione”, e infra “la letteratura è, continuamente, annuncio e smentita, scoperta e scomparsa…” e ancora “è insieme significato ed enigma”.
Non ricordo chi abbia detto che la contraddizione non è frutto dell’istinto, ma atto dell’intelletto.
La contraddizione noviana è tutta troppo consapevole, non amerebbe il poeta, altrimenti, una teoria che sa dire dove si trova una particella solo quando la osserviamo, come il tempo nelle sue poesie. “Andare a toccare la materia incandescente della realtà, là dove la realtà mette in questione i nostri pregiudizi su di essa…”, dice Carlo Rovelli quando racconta la sua passione per i quanti.
Un eccesso di consapevolezza che discende da una necessitata “iperiflessione”, per dirla con lo psicologo e filosofo Louis A. Sass, quella che si approssima, anche se per difetto, alla verità e che, per questo, ci avvicina alla follia dimidiante, perché “in ogni atto di coscienza c’è una possibilità di estraneazione”.
E, alla fine, rimangono impressi nel cristallino della mia attenzione due versi: “perché il viaggio è che non si può/ smettere d’amare”: due versi del secondo poemetto “Il giorno della mia morte”, opposti e contraddicenti il titolo, in quel gioco di trovare il filo che mi porti dentro il dedalo dell’architettura poetica di Nove, quei sintomi della malattia di vivere che ogni poeta esprime e da cui non cerca guarigione, ma una tregua tra “quel bisogno di tirare il fiato e quello opposto di scatenare la furia” (ancora Pagliarani).
Leggo nel libro dedicato al suo amato Battiato, a proposito della famosissima “La cura”: “La cura mira al cuore di tutti, ma proprio tutti. Cosa posso scrivere su “La cura”? Mi tremano le mani di fronte a questo capolavoro assoluto della storia dell’umanità. Mi vengono le lacrime a pensare alle volte in cui mi sono venute le lacrime (così, in un loop infinito) ascoltando questa ‘canzone’”.
È con questa lente che mi piace leggere “Poemetti della sera”, con quella del viaggio in cui non si può smettere d’amare, “adesso assieme,/ assieme/ non mai separati”, smettendo di morire, perché non ci potrà mai essere nulla che debba finire, neanche adesso in cui “non c’è mai stato/ nella storia/ dell’uomo/ un periodo/ così schifoso. Non c’è mai stato/ nella storia/ dell’uomo/ un momento/ così/ delicato.” Versi, questi ultimi, che alla fine si ripetono. “La ripetizione (Pagliarani ancora citando Wackenroder) è l’atto con cui la persona assume su di sé la propria colpa”.
Colpa che, nel poemetto “La fine del mondo”, si fa imperativo kantiano “Tutto ciò che definiamo/ cultura va ricostruito.
Guarda, madre, chi siamo./ Il peso che portiamo e/ le parole “Ti amo””. E l’allitterazione, il ritmo, l’accento, la musica, la rima di questi versi, che se li pronuncio mi si rompono in gola, ci riporta al canto sommesso, sussurrato, sospirato, cullato, accudente, che ogni madre ha usato per addormentare il proprio bambino. E, alla fine, un’altra ripetizione “Le parole “Ti amo””, in un loop che si basta, chiuso in sé stesso e che, per questo, dopo una pausa, suona categorico e definitivo.
“Le parole“Ti amo””. 

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