Chiedimi ancora: Deidier e Caporossi.

Chiedimi ancora: Deidier e Caporossi.

Chiaroscuri esistenziali e scosse generazionali: Roberto Deidier e Sonia Caporossi

Cosa inietta immagini in parole? Cosa condividono Dante e Conrad? Cosa è in grado di fare la poesia di fronte ad esperienze di «migrazione forzata»? Cosa portano alla poesia «straordinaria ampiezza» o «crudeltà chirurgica»? E cosa le impartiscono «mirabile compostezza» e «perizia tecnica»? Cosa si impara sperimentando e accumulando «macchie d’amore»? Cosa penetra «l’oscurità del linguaggio poetico nell’atto del suo farsi»? Cosa può far fronte alla «versione degenerata» e alla «sciatteria di maniera» in cui sembra scivolare spesso l’«ultracontemporaneo»?
Ringraziando L’Estroverso per l’ospitalità concessaci, diamo oggi il via al progetto “Chiedimi ancora”: interviste appaiate, serie, serissime ma con una punta di provocazione, che mirano a creare un dialogo a distanza e, allo stesso tempo, quando tutto sarà ricomposto e il viaggio terminato, una mappatura delle poetiche contemporanee in Italia.
Nella prima, a confidare nella poesia e in noi sono Roberto Deidier e Sonia Caporossi. Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

L’ultimo lavoro poetico di Roberto Deidier è dietro la sera (il bulino 2017), che segue Solstizio (Mondadori 2014) con cui l’autore aveva interrotto un «lungo silenzio editoriale». L’ultimo libro di Sonia Caporossi è Taccuino dell’Urlo (Marco Saya 2020), che segue Erotomaculae (Algra Editore 2016).

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: ROBERTO DEIDIER (1965)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Con la sua consueta lucidità, Montale parla di “segno” intendendo un’immagine capace di tradursi in parola e diventare significativa. Non credo molto alla poesia di pensiero o che emette sentenze e resto convinto, nonostante proveniamo da un secolo di splendide commistioni di codici, linguaggi e stili, che ogni ramo del nostro comunicare prediliga, di fondo, una propria espressività, o che comunque parta, anche sperimentando, da questa. La poesia vuole parole che incarnino immagini, che accendano altrettante immagini ed evocazioni nella mente del lettore. Queste parole si reggono sullo stesso ritmo che costruiscono, quindi propendo per un verso che veicoli immagini e musicalità. Può anche essere una musicalità non tradizionale, intendiamoci: per restare in casa nostra penso, per esempio, ad Amelia Rosselli o all’ultimo Porta. Auden sosteneva che una poesia senza ritmo è come un letto sfatto, dove a nessuno piacerebbe coricarsi. Il mio “segno” prende la strada della poesia per le stesse ragioni suggerite da Montale, che credo siano le ragioni di tutti: un impulso emotivo che condensa l’immagine in senso e la trasforma, la trasla verso un altro stadio del significato, la metaforizza. Può essere una forma di eros, come nel caso di Clizia, o anche semplice stupore dell’esistere, una sorta di meraviglia infantile: disegno con lo sguardo il mondo che ho intorno, e intanto la sua luce disegna me. È questo rapporto, unico, bello e anche doloroso, che si fa sangue di poesia, per me. Dunque sono queste immagini-parole musicali a fermarsi nella memoria del lettore. Ci sono versi che ci portiamo dalla scuola e non riusciamo a cancellare, infatti, per la loro forza d’urto. Perché quella forza si propaga da una condensazione formidabile, da una sintesi implosiva, centripeta, che successivamente esplode nell’attenzione di chi legge o ascolta.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Buio e luce, chiaro e oscuro, sono da sempre due grandi dimensioni, più che tematiche direi ontologiche della poesia, ma dobbiamo riconoscere che si tratta di dimensioni interscambiabili. Si può essere accecati nella luce come si può vedere l’oscuro, nell’oscuro. O anche solo un’oscurità, come dice la canzone. Sono aggettivi che attribuiamo anche a segmenti della nostra vita, siano momenti o giornate: tutti abbiamo periodi bui o splendenti. Ma se mi parli di oscuro non posso non pensare a quella meravigliosa poesia di Robert Frost, in cui il viandante si ferma presso un bosco in una sera di dicembre, la «sera più buia dell’anno». E i boschi, nella solitudine, gli si offrono in un’oscurità profonda ma bella. Insomma, il buio ci è consustanziale, necessario. Ci tocca attraversarlo, come nella «linea d’ombra» di Conrad. Oscuro può farsi anche il linguaggio, nella sua densità a volte eccessiva. Ma il vero poeta dell’oscuro esistenziale, per me, resta Dante. Se vado invece ai miei versi, mi vengono in mente le poesie d’apertura di Solstizio, che non tutti hanno compreso. C’è lì il tema del distacco, dell’abbandono, dell’esilio. La statua di sale diventa, oggi, un’immagine della migrazione forzata. È quella l’oscurità più temibile con cui ho dovuto confrontarmi. Neppure troppo in fondo, quella condizione ha riguardato anche me.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Mi attendo i brividi da ogni buon libro di poesia e non solo. Quando i miei studenti mi chiedono come si deve leggere, rispondo sempre con la stessa frase: se un libro non ci smuove dalla sedia, allora è inutile andare avanti. Magari dipende da noi, dalla nostra inadeguatezza, dalla scarsa disposizione, dall’umore del momento. Allora lo accantoniamo e lo riprendiamo in un altro tempo. Ma può dipendere anche dal libro, appunto. Quindi tanto vale passare ad altro. I poeti da brivido, quelli che ho tenuto a lungo sul comodino, sono stati Auden e Wilcock. Il primo per la sua maestria, davvero da brivido, per la sua straordinaria ampiezza; il secondo per la crudeltà chirurgica con cui viviseziona la perdita della felicità. Oggi, forse, potrei fare anche altri nomi: Rilke, o Pascoli che per molti aspetti associo a Frost. Rilke per la sua lucidità sfumata, per la lenta costruzione dell’immagine, per la sua capacità di racconto. Quanto a Pascoli, è un’intera orchestra a commuovermi.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Ogni generazione ha il suo poeta che aumenta il voltaggio, almeno fino a un certo punto. Però può accadere che ce ne accorgiamo dopo, con ritardo, perché quel poeta è rimasto a lungo ai margini. Penso a Kavafis, che sotto questo aspetto è un bel paradosso, essendo un poeta sostanzialmente elegiaco, come quelli della mia generazione, dove non riesco a vedere ancora questa iperbole di corrente. Ma nella sua precisione, Kavafis arriva come una staffilata, anche nella malinconia. Per i poeti degli anni Settanta, da noi, ad aumentare il voltaggio è stato Bellezza. Se esco dai nostri confini e vado più indietro, mi vengono subito in mente Apollinaire, o Lorca. Ma questo diventa un gioco che potrebbe proseguire all’infinito… Chi è il poeta che aumenta il voltaggio? Quello in grado di forzare la lingua, di farla esplodere e poi ricomporsi in uno stile nuovo, capace di travolgere il lettore. È colui che spinge in avanti: per intenderci, la Francia di fine Ottocento ha avuto ben tre poeti iniettori, Rimbaud, Mallarmé, Corbière. Accanto a questa specie, ce n’è un’altra, però, non meno necessaria: quella dei poeti legislatori, o stabilizzatori. Per restare in quelle regioni, vedo in questa veste Verlaine e Valéry. Eppure il grande precursore di tutti, Baudelaire, aveva entrambe queste anime. Poi, oltreoceano, penserei a Whitman, a Berryman, quindi ai beat. Però: come si potrebbe sostenere che Emily Dickinson non abbia anche lei contribuito ad aumentare il voltaggio? E T.S. Eliot? Insomma, ogni grande poeta è stato inevitabilmente un iniettore, anche se non è vero il contrario.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Ancora da Solstizio, Una notte informale. È la più autobiografica delle mie poesie, lì non ho voluto costruire nient’altro che un autoritratto. Ho volutamente trasgredito a quello che indicava Elitis, alla ricerca di un’essenzialità che vada oltre la dimensione individuale. Mi sono fermato, invece, alle soglie di una vicenda personale e di una memoria trascorsa attraverso un sogno. C’è un pezzo della mia infanzia e ciò che sono divenuto dopo. C’è scritto, in quei versi, come la poesia abbia colmato, non senza dolore, un vuoto che più volte, nella mia vita, è tornato a riproporsi. Se vuoi, insomma, può valere come un attestato di poetica.

Una notte informale

Pensavo di non avere più memoria,
come un peso invisibile sul collo.
Apparsi da uno sfondo senza tempo
mio padre e mia madre sono chiusi
in una vettura rossa.
Dietro gli anabbaglianti
riconosco a malapena i loro sguardi,
sul parabrezza
si riflette la luce dei lampioni.
Ma non possono essere altri:
le labbra mimano la disperazione
a lungo custodita al posto loro.
Le mie vene sono le strade percorse
da quell’auto.
Li ho sentiti sbandare nel mio corpo
quante volte, come un’agonia.

Mi svegliavo con il pudore d’un bambino
che ha appena scritto la sua prima poesia.

Roberto Deidier, ph Dino Ignani

CINQUE DOMANDE AI POETI: SONIA CAPOROSSI (1973)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Comincio rispondendo che, dopo decenni di studio volontariamente defilato durante il quale ho cercato di delineare una poetica personale, sono uscita allo scoperto in prima istanza come narratrice (col mio libro d’esordio Opus Metachronicum, Corrimano 2014, a cui segue Hypnerotomachia Ulixis, il mio romanzo onirico uscito l’anno scorso). Forse però sono più conosciuta, dai quattro gatti affettuosi che mi seguono, come curatrice di antologie poetiche e come critica letteraria (con libri come Da che verso stai? Indagine sulle scritture che vanno e non vanno a capo in Italia, oggi, Marco Saya 2017). Tuttavia, nasco essenzialmente con la poesia, anche se ho fatto uscire dal cassetto la mole indecente (e forse indegna) delle mie poesie (omo)erotiche solo nel 2016, col titolo cumulativo di Erotomaculae, “macchie d’amore” (il vezzo dei titoli in grecolatino temo non mi abbandonerà mai). Erotomaculae è un libro sperimentale nella forma ma molto più tradizionale di quanto si creda nel contenuto. Come spiega bene Giovanna Frene nella prefazione, si tratta di un libro “profondamente stilnovista; tuttavia, uno stilnovismo (letteralmente: la lirica tout court) appunto filtrato attraverso i toni di voce dell’avanguardia”; contrasto che ha generato “un tremendo cozzo tra due istanze fortissime e distanti, tradizione e innovazione, che scontrandosi si sono annullate nella dimensione della pura estetica, un atto primigenio dove ritorna al centro il corpo”. Erotomaculae è stato letto come un libro le cui pagine “trasudano un corpo, ne portano l’impronta sindonica, e sono un corpo, e per questo la lettura non è leggera, perché sembra di attraversarlo, questo corpo, nelle sue vicissitudini fisiche, nel suo essere carne+sangue+umori+soffio vitale”. In questo senso, sono d’accordo con Giovanna nel definire ciò che si innerva nelle mie pagine e nelle vene della mia scrittura proprio come la sanguigna corporeità della carne trasfigurata in substantia meta-materica. L’argomento che si insinua spesso nei miei versi è l’amore sotto molteplici forme, dall’eros più intenso alla concrezione multiforme e terribile dei sentimenti e delle pulsioni. Un argomento vecchio come il mondo e come la stessa poesia lirica (archetipo: la cara vecchia Saffo) che cerco di rinnovare in modi e stilemi alla luce delle suggestioni tensive ultracontemporanee. In questa direzione va ad esempio il mio secondo libro di poesie uscito per Marco Saya lo scorso mese con il titolo di Taccuino dell’Urlo, strutturato come un microromanzo in versi in terza persona suddiviso in trentadue componimenti brevi e tre intermezzi, in cui un uomo recupera al filo proteso della memoria e del senso l’asperità onnipervadente di un dolore d’amore e l’elaborazione di una perdita in cui ci possiamo immedesimare tutti. Nel nuovo libro passo dall’eros al sentimento in un regressus fàtico e riflessivo che segna un cambiamento anche formale e stilistico per la mia scrittura in versi, passando così dal neofuturismo grafico di Erotomaculae a una versificazione che ritengo maggiormente esangue, asciutta e pregna di densità astraente. Per quanto riguarda la prosa, invece, ho cercato di rinnovare il vecchio conte philosophique trasponendolo in una struttura monologistica e in un contenuto meta-etico, aprendo il campo a contenuti tratti dalla filosofia teoretica ed estetica. I personaggi che danno il titolo a ogni singolo racconto sono tratti dalla storia, dalla filosofia, dall’arte e dalla letteratura e rappresentano una carrellata straniante di mostruosità postmoderne: Van Gogh, Curione, Dorian Gray, il marito di Emma Bovary, Proust, Pasolini, Jack lo Squartatore, Morfeo, Prometeo, Erostrato, Ulisse e gli altri sono colti nell’attimo della sospensione temporale, nell’istante archetipico che ne permette la trasfigurazione dall’exemplum al simbolo. Essi diventano, così, rappresentazioni meta-fisiche delle nostre atrocità e delle nostre idiosincrasie. Quindi, l’altro filone che in me si innerva (nella prosa) è quello oscuro, neobarocco e deformante dell’atrocity exhibition.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Recentemente ho visto chiaro nel buio del narcisismo patologico: è questo l’argomento principale di Hypnerotomachia Ulixis (Carteggi Letterari 2019), romanzo neomassimalista nello stile e terribilmente disarmante nel contenuto che è stato dolorosissimo e insieme piacevolissimo da scrivere, un po’ come accade nella contraddizione emozionale che esorcizza le tensioni riposte e che, dicono, accompagna il cutting. In effetti, senza spoilerare a tutti i costi, proprio di un “taglio” si tratta: il mito di Ulisse viene qui modificato e ribaltato come un guanto nell’archetipo esattamente opposto. Ulisse che è costretto dal tribunale della terra natale ad abbandonare di nuovo Itaca per un ultimo, estremo viaggio alla scoperta di sé stesso, nelle mie intenzioni diviene un antieroe negativo, l’imago profonda del narcisista senza morale e senza coscienza, che alla fine del suo estremo naufragio si ritrova a dover fare i conti con la propria oscurità cominciando da un atto sessuale metaforico con la propria ombra per poi passare attraverso l’incontro di vari personaggi e situazioni, fino ad arrivare di fronte a una ghigliottina che lo costringerà a fare una scelta di cui, per non rovinare la lettura, preferisco non dire. È un libro che fa male, che ritorce contro il proprio sé l’atto di salvazione del tragico, che spinge a non farsi sconti, a non autogiustificarsi oltre, a non concedersi ulteriori paraventi di fronte alle comuni idiosincrasie, a non considerarci più soltanto come vittime delle ingiustizie morali, ma anche come i carnefici che in parte, anche e sempre, siamo. Ti assicuro che per scriverlo c’è voluta tanta forza e autocentratura. Sul piano del mio lavoro critico, invece, grazie alla curatela antologica La parola informe. Esplorazioni e nuove scritture dell’ultracontemporaneità (Marco Saya 2018) mi sono occupata del difficile concetto di “parola informe”, ovvero, come scrivo nell’introduzione, “la sostanza cangiante e metamorfica che nel logos poetico ricerca il senso estetico delle cose attraverso la presa di coscienza […] del paradosso sorgente dalle multiformi modificazioni del nesso tra segno e significato, propria dell’esperienza poetica per eccellenza: quella dell’intuizione aurorale, in dotazione ad ogni essere umano, ma presente nell’artista in maniera esemplare, che esista un nesso retrostante all’accostamento tra le parole e le cose stesse, possibile unicamente in virtù del principio cardine del poeticum in quanto tale, ovvero l’analogia”. Ho cercato insomma di penetrare l’oscurità del linguaggio poetico nell’atto del suo farsi, vera crux desperationis di ogni studioso di estetica…

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Io non carburo tanto i poeti come tali, quanto i testi. Ci sono poesie che mi danno i brividi dalla prima infanzia, e in modo estremamente eterogeneo per quanto riguarda lo stile, la forma, il contenuto. Da Imitazione di Leopardi che incocciai verso i sei anni alla Chimera di Campana che mi ha sconvolto a sedici, dalla sovrumana intensità di Blake a Dante e Cavalcanti (del cui Stilnovismo rivoluzionario ho trattato, insieme a quello manieristico dei minori, nella mia ultima curatela La gentilezza dell’Angelo. Viaggio antologico nello Stilnovismo, Marco Saya 2019), ad alcuni amici ultracontemporanei, la cui conoscenza e solidarietà personale è sorta solo in seguito a un reale apprezzamento del loro lavoro, non il contrario (come invece spesso accade). Pur essendo legata personalmente a uno stile iperdenso, sperimentale e massimalista, non disdegno poeti che scrivono in un modo esattamente opposto al mio. Eppure, eppure. C’è un poeta che ritengo esempio supremo di perfezione e intensità, la cui lettura, a tratti, non può che farmi spalancare ogni volta la protrusione canalare del senso e della sensazione, la cui mirabile compostezza e perizia tecnica non può che stimolare in me stima e compartecipazione, e nessuno sospetterebbe mai chi sia: sto parlando di Virgilio!

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Non vorrei fare un elenco, perché (lo spirito di Harold Bloom non me ne voglia) ritengo i canoni, le classifiche di qualità e le hit parade in genere una gradassa teratologia concettuale buona solo all’evenemenziale e mai al giudizio estetico-critico globale. Del resto, molto probabilmente, gli ultimi che hanno avuto in mano le bobine di Tesla della scossa generazionale a livello sovralocale sono stati i poeti Beat, e ancora ne paghiamo le conseguenze in termini di hommage. Una bella scossa, in Italia, credo l’abbia ben data fra gli ultimi Amelia Rosselli, e questo nome così isolatamente inimitabile mi porta a una considerazione. Debbo dire che, nella mia pratica critica, ho indicato spesso la necessità di abbandonare i gruppi poetici (i quali troppo spesso relegano la poesia in una polvere di Cantor ricolma di indistinzione ed epigonismo di scuola) e di concentrarci sulle figure affascinanti e timide dei poeti outsider, quelli che in vita non ottengono il riconoscimento pieno che dovrebbero, ma “lavorano sotto” in una maniera che un giorno, presto o tardi, verrà riconosciuta; però spesso si tratta di figure che difficilmente valicano i confini del proprio paese d’origine. In questo senso, se debbo fornire un esempio, uno degli “scotitori” è stato Leopoldo Maria Panero.


5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Mi hai stimolato, e io rispondo con una provocazione. Questa poesia si intitola Ottava Stazione e fa parte di una silloge inedita intitolata Stazioni della croce, composta da testi che alternano motivi autobiografici a poesia di impegno civile e di attualità, che forse prima o poi pubblicherò. Questo testo mi rappresenta nella mia tensione polemica e critica nei confronti del panorama letterario ultracontemporaneo, che nella sua versione degenerata (in mezzo a tanta bellezza) appare a volte ricolmo di ipocrisia, vili pratiche di do ut des e sciatteria di maniera. Vi lascio alla lettura, sperando che si evinca il sostrato ironico e non se la prenda nessuno!

Ottava Stazione

Li mettiamo a parte?
Li mettiamo a parte
i nostri pigri contemporanei
sotto le convergenze livide del cielo
di cosa è evanescente e cosa invece rimane
nell’indolenza politica di un magro versificare
oggi, così, di sottecchi, d’inenarrabile noia
che sgorga avvilente e svilita
nell’amarezza di ogni vana ipocrisia?
Li rendiamo a parte
i contemporanei (non dico i lettori, ma i monstra
che s’arrabattano per fame nell’infamia del cercar fama)
di quanto ridicola è la posa
di quanto prosaica la spesa
di quanto ignobile la poesia?
E li vogliamo mettere a parte
di tutto questo, ed anche di più
i pescivendoli della maniera?
I cerchiobottisti del verso
i barbitonsori del circolo estetico inverso
la solitaria sincope di ogni sterile anacrusi
che s’accatasta acclamata con palco, leggio e videotape?
Che cosa resta alla poesia
alla diversità di un percorso personale
al sentiero che cambi ogni giorno
al sassolino nella scarpa che infastidisce il cammino
alla telefonata di auguri, di scuse,
“Che gran libro!” e a mezzabocca
“l’ultima silloge non m’è piaciuta”
alla pertinenza impertinente
con cui inciampi nella realtà
con cui cadi, ti rialzi, t’arrendi alla resa che dice
che tu poeta non sarai mai
proprio perché lo sei troppo, troppo te stesso
troppo di te adesso?
Quel percorso che ti fa dire “qualcosa rimane”
“bisogna mettersi a parte”
“bisogna tornare a parlare
“la poesia, vedete, si deve…”
“la poesia, sappiatelo, è fame…”
al cupo iconoclasta battagliero
rivelatore, mergiforme, ossesso
che ribadisce la propria inquisizione
come un Occam che rade sé stesso
e nella barba ritrova l’arkè
il natale inconfessato di ogni sperimentalismo ignavo
il turgido muschio che solo pasce il gregge
dei poeti laureati con la stoppia del presepe
di cui – bada bene – egli è l’unico vicario in Terra?
Li vogliamo mettere a parte
o metteranno da parte noi?
O metteranno in porta noi
a prendere goal a vagoni
rimbrotti di tacco e di punta, ché tanto
“chi mai vi credete di essere”
ché tanto si è critici impuri, e forse
nell’immaginario, al dettaglio
impuri vuol dire coglioni?
E chi vuoi che io metta da parte
chi vuoi mai che io salvi dal novero
dall’arca di Noè cannoneggiata?
“colpito!” “affondato!” “bomba a vuoto!”
Perché i poeti son microcitemici
col gene malnato, col verso talassemico
e a riprodursi, guai! Si rischia l’anemia
il vuoto coronarico, il verso smunto, esangue
l’allegra baldanza del niente
cascame d’ovatta a mascherare l’impotenza
nel glabro cotone macchiato
di certe slabbrate mutande
dalla cui vista io vorrei solamente
col sapone e l’antimacchia
che voi vi metteste in salvo
per la cui svista io vorrei solamente
con acribica antispocchia
nell’impurezza in cui indugio malamente
che voi vi metteste
da parte.

Sonia Caporossi, ph Dino Ignani

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