Osservare l’esistenza dalle privilegiate stanze del silenzio che schiudono finestre di lucida consapevolezza, dentro giorni “digiuni”, nell’attesa inesausta, potremmo dire devota, della poesia che, anarchica, giunge «quannu vola idda», fino al prodigio di un foglio che si rivela corto, «u fogghiu (m’)arrisurtau curtu». Dentro pagine interminabili, tra tempo e «non-tempo», il poeta esplora il legame tra l’atto fisico di impugnare la penna e la ricerca del contatto interiore, «Mi cci staiu sì/ affizziunannu a sta/ pezza -/ ogni gghiornu/ s’adducia cchiossai». Parliamo delle poesie di Salvo Basso (Catania, 1963 – Scordia, 2002) e di “Picca”, delizioso volumetto pubblicato da “Nous”, edizioni di Chiara Sicurella e Giuditta Busà, curato da Renato Pennisi (che abbiamo intervistato), impreziosito da una nota di Giovanni Tesio che sottolinea come la poesia di Basso “si è sempre calata in una condizione di ascolto, che dai suoi sprofondi emerge in tutta la sua evidenza spoglia e, per così dire, tangenziale: risultante, in altre parole, più del non detto che del detto, o meglio ancora, tanto più nettamente scandite (e assiduamente “metapoetiche”) quanto più sottintese, ossia – e proprio – da sotto-intendere”.
“Don’t leave me alone”, un verso di Basso per chiederti: la poesia può smussare la solitudine?
Per Salvo Basso, a mio parere, la solitudine è il formidabile laboratorio, l’osservatorio privilegiato, da cui guardare la vita nel suo divenire. Non può osservi alcuna rivelazione se non generata dalla solitudine. Anni fa Franco Loi, grande poeta e amico di Salvo Basso, mi disse di avere incontrato la poesia per la prima volta intorno ai trent’anni dopo avere fatto silenzio assoluto dentro di sé, e dopo essersi posto in una condizione di rigorosa solitudine. Io credo che per Salvo Basso la solitudine abbia rappresentato il fondamento della sua scrittura, il punto di inizio del suo percorso, la situazione ottimale di equilibrio e di benessere. Come dargli torto?
Basso scrive perché non gli “resta altro”, noi perché dovremmo leggerlo?
Il prodigio della scrittura sta che in essa tutto si addensa. La nostra vita, il passato, i nostri desideri, tutta la nostra storia. I versi di Basso, sia quelli italiani che quelli composti nel dialetto di Scordia, rappresentato questo. Penso che la poesia di Basso vada letta per la sua attualità, per la perfetta adesione tra vissuto e scrittura, e per il continuo lavoro di scavo nella nostra coscienza.
Qual è stato, nell’ascolto, nella lettura, l’insegnamento cardine di Basso, quale il verso “centrale”?
In estrema sintesi quella di Salvo Basso può essere definita la poesia dell’attesa, illuminata da guizzi di ironia e da un misterioso e sfuggente sorriso. In molte pagine Basso si trattiene sul rapporto tra l’autore e la poesia, il primo attende fiducioso e l’altra, cioè la rivelazione, che capricciosamente non arriva. Che il tempo scorra incontrollabile è una costante in tutta la sua produzione. “Iu ca aspettu e idda ca nun vena” (io che aspetto e le che non arriva) è uno dei versi centrali di Basso, una dichiarazione di poetica.
Scegliamo una poesia da “Picca” per salutare i nostri lettori?
In “Picca”, scritto nei mesi della malattia, abbiamo questa efficacissima pagina: “Pensavo che il tempo – adesso, con l’orologio/ della vita cioè della morte puntato – passasse/ velocissimamente./ Invece, per ora, sembra non passare mai./ Non passa perché si è fermato, per me e per/ i miei cari. Adesso il tempo è finito. L’attesa,/ l’agonia, il calvario, sono un non-tempo”.
(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 3 ottobre 2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).








