Daniela Pericone, “La dimora insonne”, indaga (vigile) il senso della poesia.

La dimora è vigile: anche se immersa nella quiete del buio, non si abbandona alla resa del sonno. Ascolta i bisbigli annidati nella penombra, attende devota che lo sciame di parole si sollevi come vento. Sono suoni, legati in parola, cari alla memoria. Spirano dall’infanzia per accavallarsi e confondersi con quelli del presente. Dalla selezione di questi suoni, amati o spregiati, modificati o mescolati ad altri, emergeranno i mattoni con cui la casa edifica sé stessa. È un processo di costruzione e di vivificazione continua attraverso il quale la casa cresce e si staglia sull’orizzonte con una sua autonoma e originale identità.
La dimora (etimologicamente demorari) è stare, trattenersi in un luogo legandosi alla stabilità; è indugiare nell’attesa che questo stare si compia.
La dimora è la lingua, che nella poesia si esprime pienamente.
Di questo Daniela Pericone ci avverte sin dall’inizio attraverso l’illuminante prosa che anticipa le quattro sezioni che compongono l’opera: Rumorio della cenere; Indizi di naufragio; La dimora insonne; I silenziosi, i solitari.
Già dal titolo e da questo nucleo fondante traspare la volontà di indagare fino in fondo il senso della poesia, della sua funzione.
La poesia è “precisa menzogna” carica di “vessilli / che non salvano”, è negazione, un accamparsi sullo “sfarfallio / di porte che s’aprono / e chiudono”, un breve (montaliano) varco che appena traluce in lontananza, un tradimento. Eppure, è ancora capace di trascinare “per vie che non vedi” poiché la poesia è il territorio dell’ombra, di un buio gravido di luce.
In questo la poesia sa essere perfetta immagine speculare della vita, della condizione umana in perenne sospensione sul confine tra giorno e notte, tra comprensione e ottundimento, tra prepotenza cieca e mitezza. Un confine che ci lega al tempo (anche se “ci hanno detto che il tempo non esiste”, come recita una poesia), alla sua ansia divoratrice, alla sua azione distruttiva.
L’idea dell’inesorabile consunzione che il tempo esercita su di noi sta anche nelle immagini della cenere e del naufragio (dei titoli della prima e della seconda sezione) la cui drammaticità è attenuata dalla vaghezza di indizi e dalla dolcezza di rumorio. La poesia porge il suo orecchio a un lieve crepitio, al sottile sussurro della cenere.
Questo tema non si delinea solo nel contenuto esplicito dei versi, ma si riflette anche nella forma della poesia stessa. Nella raccolta di Daniela Pericone esistono, infatti, strutture ricorrenti che, già in questa loro ripetizione, inseriscono un elemento di resistente permanenza nella mobile discontinuità del tempo.
Sono strutture sintattiche: la costruzione del verso procede spesso attraverso l’inversione (che sostanzia una limpida austerità ritmica, addolcita da echi e assonanze) e attraverso l’uso di tempi o modi verbali che indicano continuità (come l’imperfetto, il presente storico, l’infinito presente).
Tutte le parole, con i loro nessi sintattici, costituiscono una mappa che “soccorre l’erranza”, una mappa che è possibile costruire soltanto salvando i nomi dagli effetti corrosivi del tempo e consegnandoli a una durata. Forse per questo i nomi propri sono scritti con la lettera minuscola (orfeo, medea, atlantide), affinché possano diventare paradigmi dell’umano. Sono strutture retoriche: l’ossimoro che accosta parole come muti sonagli; opposizioni in cui convivono espressioni come grazia crudele o lumi esangui. Tutto si fa sottile, segreti indizi che occorre poeticamente inseguire.
Sono strutture lessicali: si alternano nella raccolta due immagini prevalenti. La prima è proprio quella della soglia (una mobile linea di confine dove ogni cosa può capovolgersi) che comprende anche il territorio delle cose indecidibili e dell’ombra. Su questa soglia la vigile attesa si compie.
La seconda è fatta di ritorni e di un movimento che procede all’indietro o verso il basso: si china, s’adagia, si ritrae, fino allo schianto di ti precipita. Ma è un precipitare che, stando anch’esso sul confine, può convertirsi nel suo contrario e coltivare la speranza dell’altezza: “sarebbe magnifico precipitare / in alto”.
Sono due aree intimamente connesse, che trovano la loro congiunzione nel corpo che “aduna risorse”, “asseconda / lo slancio e la caduta”.
L’ardore (parola insistita) illumina la possibilità che l’uomo, con il suo corpo, la sua lingua poetica, i suoi pensieri, si agganci profondamente alla Natura, presti al vento il suo entusiasmo (“L’entusiasmo dei venti”), al buio i suoi trasalimenti (“trascrivere il buio / i suoi trasalimenti”).
Il gancio, ancora una volta, sta nelle parole che, stormendo nel vento, misurano il reale, dicono l’oscuro. Così la frase, la stessa possibilità del linguaggio, si confronta con i suoi limiti, con l’inesattezza che continuamente spariglia le carte: “la frase è un conto / che non torna”. Tuttavia, proprio in questo limite, raggiunge il massimo di una flessibilità che coincide con la sua libertà. Libertà di “disertare / le regole del giorno”, di manovrare con inventiva (“manovre /d’inventiva”) la rigidità del reale e di sé stessi, di costruire specchi che duplicano e ridisegnano la realtà, vie di fuga dalle gabbie del linguaggio stesso. Persino “In quel che è distante, perduto” resiste una piccola apertura in cui poter ancora scavare un giaciglio per distendersi nel buio e attendere saldi un “fragile oriente”. 

Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin
Share on pinterest
Share on tumblr
Share on telegram
Share on whatsapp
Share on email

Potrebbero interessarti