Di pagine, di parole.

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i Venti

Avrei voluto rispondere che ci sono periodi durante i quali leggo molto e che se potessi scegliere un tempo, o un come, quel tempo sarebbe la scelta. Quel tempo da cantautori in loop, rubato alle responsabilità, in prova, dei venti. Quel tempo serve per leggere, perché ha bisogno di spazio una storia che non ti appartiene. Serve tempo per prendersene cura, lasciarla raccontare e divenire, tua, amante, a termine. Come tutti gli amanti. Ma non risposi così. Il passante avrebbe voluto trattenermi a forza, per leggermi non so quale vangelo, svendita di non so quale credo. Ed io credo, fortemente. Io parte di una generazione in cui non si crede. “Leggere non fa male”. “Appunto” avrei voluto rispondere. Cosa ti insegna un libro? Un libro, per com’è fatto. Di pagine, di parole. Cosa ti insegna se non che ognuno di noi ha un mondo, ed ognuno di noi è un mondo in mezzo a milioni di altri mondi. Ed è proprio questo disperdersi, questo solo sfiorarsi, inconsistenza, la profonda umanità, a dover ricordare che giudicare è un atto di codardia. Giudici mancati per tribunali su misura, e nessuna legge. Imputata, lei ha taciuto. Sì, ho taciuto. Errore mio e di chi mi assomiglia. Questo tacere. Le serate in discoteca, l’alcool e tutto quello che non mi piace nominare, fa rumore. Fa più rumore. Di più dei venti che leggono libri, o che leggono i giornali. I venti che citano a memoria i cantautori andati e ridono di battute: ne ridono da soli. Ridere che fa rumore, ma non abbastanza. Io li ho visti questi venti, nella loro straordinaria bellezza. Senza patine, di passi veloci, di sogni troppo grandi, di teste chine, di sorrisi senza malizia, di occhi che non sanno incrociare, di silenzi. I venti non li intervistano mai. Così, loro, non parlano.

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