RAVEL (Adélaïde e i sortilegi)

RAVEL (Adélaïde e i sortilegi)

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Ravel guidava di giorno, guidava di notte sotto un cielo carico di stelle, perché le stelle c’erano ancora sopra il mondo in guerra e da lassù stavano a guardare, attonite e lontanissime. E sotto quelle stelle, viaggiava Adélaïde, l’ambulanza con la musica dei suoi sortilegi.

Dare alla musica la possibilità di tessere ripetuti incanti… Non esiste magia più vera e più grande per un artista. Maurice Ravel fu un compositore straordinario per varie ragioni legate alla costruzione di meccanismi sonori semplici e al contempo strabilianti. In lui coesistevano due nature ereditate dalle terre d’origine dei genitori – basca la madre, svizzero il padre – dunque un senso innato della danza scandita dal tocco delle nacchere affiancato al ritmo dei più sofisticati congegni ad orologeria. L’incontro poi tra il 1919 e il 1925 con la scrittrice Colette che gli suggerì la possibilità di animare e far ballare gli oggetti della camera di un bambino messo in castigo dai genitori. Così nacque il “Toy Story” ante litteram de L’Enfant et les sortilèges, ennesima magistrale prova raveliana d’ideazione e orchestrazione, azzardo, nella presenza in partitura, di spunti prelevati dal jazz, dal foxtrot passando per il ragtime, la polka, il valzer e non ultimo un coro di musica sacra. Il Novecento musicale conosceva lo scardinamento e la reinvenzione di nuove forme create da inusitati impasti timbrici e pensamenti armonici.

Ogni libro per me nasce da una sfida di stile e in questo caso d’invenzione. Con Ravel si trattava per scelta di raccontare la Prima Guerra Mondiale vissuta in prima linea dal musicista arruolato come autista di un’ambulanza che egli stesso battezzò Adélaïde, (come uno dei suoi Valses nobles et sentimentales…) in servizio lungo il Fronte Occidentale. Ho ipotizzato dunque un percorso geografico ma soprattutto interiore, concedendo solo alla musica il diritto fantastico di parola e per l’appunto di sortilegio. Un solo lungo pentagramma inciso sulla terra ferita, scavato dai solchi delle trincee. Note per superare l’odio insensato della guerra con il balsamo surreale di parole poetiche e immagini sonore. Infine, la pagina del celebre Boléro udito sul campo del fiume Somme per l’eterna battaglia tra la Vita e la Morte:

«Ravel immaginò un tema semplice, ossessivo. Lo divise in due parti. Tempo in battuta ¾. Un tempo ternario dunque, un tempo di danza. Non poteva essere un valzer bensì un bolero, la danza della terra di Spagna, danza sanguigna ma vitale.

Affondò le dita sui tasti chiamando tutti gli strumenti di un’orchestra: flauti, clarinetti, oboe, corno inglese, sax, ottavino, trombe e tromboni, fagotti, archi: violini, viole, contrabbassi, violoncelli. Arpa, tamburi, timpani grancassa, piatti, celesta.

Su quel ritmo di nacchera e orologio la Vita poteva danzare tra la Morte.

E in quella danza Ravel vide i soldati del Fronte Occidentale, vide i francesi, avanzare con passi lenti e cadere ad uno ad uno. Vide i soldati inglesi sparire sotto la terra, li sentì grattare con i picconi, scavare nel gesso gallerie segrete per riempirle di mine e farle saltare davanti ai tedeschi. Sentì quei boati nel bolero della guerra, mentre alla fanciulla della Vita appassiva il cuore. Ogni volta che quel tema veniva ripetuto dalle mani di Ravel, il passo di milioni di uomini cedeva al soffio della morte per non rialzarsi più.

Avrebbe voluto Ravel che tutti quei soldati fossero dei giocattoli, oggetti da riparare, fare muovere, parlare e ridere. Concedere all’inanimato la possibilità di animarsi ancora in virtù di una carica prodigiosa, del sortilegio della sua musica.»

 

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Illustrazioni di Maddi Zumalabe realizzate nel corso Master in Illustrazione Editoriale Ars in Fabula su progetto curato da rueBallu. Docente coordinatore Mauro Evangelista. 

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