Elisa Audino, poetica e versi da “io qui ci vivo”, Gattomerlino 2021.

Elisa Audino, poetica e versi da “io qui ci vivo”, Gattomerlino 2021.

Una mia idea di poetica. È una risposta complicata. Posso dire quello che non cerco. I termini aulici, le rime, le parole abusate come cielo e stelle – con qualche eccezione -, la retorica, il cimiteriale. Possono avere avuto un senso in passato, ma la poesia non dovrebbe parlarci, comunicare, appartenerci? Per farlo deve usare una lingua che ci sia comune, non dico che deve rinunciare a spostare i toni, anzi deve muoversi sulle righe come fanno i tasti di un pianoforte, dagli alti ai bassi. Non deve parlare solo di me, della mia stanza, e se lo fa deve significare qualcosa anche per chi legge. Deve ascoltare quei suoni di sottofondo che viviamo. Mostrare contrasti. La poesia per me esprime essenzialmente una dissonanza. Carver è stato un maestro in questo, andare a toccare la corda stonata lasciandoti camminare sullo stesso vetro. Non deve descrivere troppo, gli aggettivi sono pericolosi credo perché sottraggono qualcosa all’immagine anziché aggiungere – e se usati, vanno usati bene, non devono solo riempire dei vuoti. Non deve essere Conservazione, con la c maiuscola, questo l’ho scritto in una poesia dopo aver letto Poesia è rivoluzione, di Amiri Baraka. Sono affascinata dal concetto di creatività, antropologico: non si crea dal nulla, creare è mettere insieme cose che già esistono, ma in modo differente. Ora non per questo bisogna sforzarsi di essere diversi, si finirebbe a fare manierismo, ma bisogna saper ascoltare. Che cos’è la creatività? È la capacità di vedere e di rispondere, per Erich Frömm. In poesia non è diverso, non si può scrivere senza preoccuparsi di cos’è stata la poesia dal dopoguerra in avanti e non bastano solo i Beat, che nella loro necessaria dirompenza hanno occupato una minuscola parte della poesia mondiale, ma di quante più delle voci che hanno portato la parola poetica ad allontanarsi dal quel concetto stereotipato di poeta con la corona di alloro. Non Poesia, ma poesia, minuscolo, poesia che esprima la nostra voce contemporanea, il nostro linguaggio, il nostro mettere i piedi per terra e la nostra fragilità. Nostra. Nella poesia africana, in Langston Hughes, Sandburg, ritrovo quello che stavano vivendo. Anche in Carver, nella quotidianità delle sue immagini, va oltre la domesticità e ci riporta strade e quartieri, non tradisce il mondo a cui appartiene. Non intendo che la poesia debba avere per forza una vocazione sociale, non è sempre facile averla, a me riesce più naturale in prosa allargare lo sguardo, ma non può esserci estranea. Può prendere prestiti anche dai titoli di giornale, dall’inglese, dal rap del frastuono quotidiano, ma non deve atteggiarsi a quello che non è più. Poesia è anche comunicazione.
Giorni fa mi hanno fatto notare come il linguaggio poetico sia simile a quello del montaggio cinematografico. È probabile. Quando scrivo non penso a chiarire le immagini. Le ho in mano e le lego in modo del tutto diverso da quello che userei per la prosa. Può essere il titolo di un articolo, una frase che mi porto dietro da giorni, una camera d’ospedale, ma il tutto si risolve in una sintesi che va oltre la ragione. È immediata, analogica. La prima poesia che ho scritto, Lorenzo, avevo tre immagini che mi rimbombavano nella testa da mesi, un bambino, Lorenzo, di cui conoscevo solo il nome e che era in intensiva da settimane, mio figlio che lascia l’intensiva prima di lui, Lorenzo che strilla quando gli tocco il piede per salutarlo. Non serviva aggiungere altro. Di solito tolgo quello che non serve, non lo faccio per una sorta di ermetismo, semplicemente non è necessario. La poesia non deve spiegare, è un’immagine/suono scritto. A quest’immagine/suono a volte accompagno degli spostamenti di parole, sono variazioni di ritmo o di tono all’interno di quello che mi rendo conto essere spesso un dialogo tra voci che mi rimbombano in testa. Forse rimbombano quanto i titoli e le parole urlate, non mi è chiaro. In fondo, se la poesia nera ha avuto per lungo tempo l’eco degli spirituals, o almeno a me pare di sentirlo, quale suono avrà la nostra voce? Forse deve contenere anche qualcosa di quella verticalità dei messaggi che usiamo così tanto per comunicare, ad esempio. Usando modalità proprie, altrimenti non sarebbe poesia. Anche il confine tra l’essere prosastici, cosa che apprezzo, e scrivere qualcosa che non ha una connotazione poetica è lieve, in fondo, ma evidente per chi legge.

Elisa Audino

 

cinque poesie da “io qui ci vivo”, di Elisa Audino, Gattomerlino, 2021.

 

Io qui ci vivo

Parlano di luoghi
estinti da tempo
con termini pascoliani.
Ma tra il fanciullino
e il deserto
ci sono cinque giorni
e vanno dal lunedì
al venerdì. 

 

Vitrea indifferenza

Ti ho cercato
nell’Atlantico scivolato a casa
nelle porte aperte dalla galanteria
nelle i n te r m i t t e n z e delle scale
e nel calice raccolto prima del
fondo.
In ogni
impercettibile
momento di stallo
nel tabacco esterno ai locali nelle sedie di metallo borchiato
nel bancone del bar il giorno di mercato
nei chiacchiericci degli insonni e nei rimbalzi della mia
voce.
Ho conservato
ogni pausa disattesa
ogni non-te.
Oggi no.
Oggi ogni corridoio
luce
volto
gesto galante
traballa.
Oggi sono lo sgabello
la ghiaia sul marciapiede
la vitrea indifferenza alla morbosità dei passanti
il gioco perverso del tuo rilancio. 

 

Per qualcosa di più sensato serve il tavolo di un bar o un letto o entrambi

Ingoio silice e ossido di alluminio da mesi
procurandomi scarso
limitato
piacere
[le metanfetamine sono meno sintetiche di queste sbarre virtuali–>l’eccitazione è un distillato da bere ancora caldo]
mentre questo vetro liquido è freddo
e appartiene a chi?
[ti ho detto che sono ubriaca questa sera, sì?–>ho aggiunto tiamomimanchivadoastendermi]
vado a toccare se esisto  

 

Solido liquido gassoso

Sono una donna in evidente
stato d’abbandono,
la cura del corpo prevede attenzioni
che non sempre desidero manifestare
[vestire la forma → depilare il piacere→
tingere gli anni → fare esercizio → stendersi
sul banco del mercato] 

 

Primo luglio 2016- A Simona Monti

Lo sai tu
Quello che hai visto.
Io
Sono due anni
Che ci penso,
Il mattino.
E che diritto ne ho?
Sono viva.
Mentre tu
Sono una pattumiera,
Dicevi.
[hai accolto
i rifiuti del mondo]
Anche adesso.
Vedi?
Ti uso.
Potrei colpire
Con le lame.
Sarebbe facile.
Lo hanno già fatto in tanti
E non sei scappata.

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