Con #hashtag Pier Raffaele Platania racconta l’istantaneo della quotidianità

Con #hashtag Pier Raffaele Platania racconta l’istantaneo della quotidianità

Sarà inaugurata, in presenza dell’artista, il prossimo venerdì 19 maggio alle ore 19.00 nell’innovativo spazio espositivo “Kairòs androne in Arte”, nella splendida Noto, la mostra fotografica #hashtag, realizzata dal fotografo Pier Raffaele Platania. “Hashtag è un neologismo entrato di forza nel nostro quotidiano. Termine coniato nel 2007 viene inserito, nel 2014 nel prestigioso Oxford English Dictionary. Un hashtag è un tipo di etichetta (tag) utilizzato su alcuni servizi web e social network come aggregatore tematico, la sua funzione è di rendere più facile per gli utenti trovare messaggi su un tema o contenuto specifico. Per i più giovani è ormai una parola di uso quotidiano, gli #hashtag permettono di etichettare e rendere facilmente reperibili i propri contenuti “postati” sul web ed in particolare su Instagram”. Partendo da questa idea correlata al significato moderno che Instagram ha dato al concetto di “fotografia istantanea”, l’autore ha creato una raccolta di immagini, realizzate esclusivamente tramite l’uso di uno smartphone, che attraverso scatti suggestivi ed intriganti racconta la quotidianità. Nove immagini, stampate in formato “Polaroid”, per mettere in relazione il pubblico con il concetto di Istantanea moderna.
La mostra rimarrà visitabile a titolo gratuito fino al 4 giugno 2017 (dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00). Evento collaterale alla XXXVII Edizione della imperdibile “Infiorata di Noto”, dedicata quest’anno al Principato di Monaco.

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Com’è nata la passione per la fotografia?
Nasce da bambino, per poi sparire e tornare a presentarsi prepotentemente intorno ai vent’anni. Mi avvicino alla fotografia nel 1990 quando papà, appassionato di fotografia, mi regala una fotocamera Beirette vsn. Gioco ad imitarlo in questa sua passione, fotografando durante i viaggi estivi e nelle occasioni particolari. Mia sorella studiava danza e come di consueto, a giugno, si teneva il saggio conclusivo. La sensazione di fotografare lo spettacolo era unica e mi faceva sognare. Nel 1999 acquisto la mia prima fotocamera reflex, una Canon EOS 300, con cui inizio un percorso di studio, più approfondito, della fotografia.
Cosa prediligi fotografare e per quali ragioni?
Spesso fotografo musicisti jazz; concerti, jam. La musica ha sempre avuto un ruolo importantissimo nella mia vita e da mancato musicista ho trovato nella fotografia un modo per entrare in contatto con questo ambiente. In generale, comunque fotografo ogni cosa. La parte complicata è rendere le foto parte di un discorso che abbia un senso e sia articolato.
Fotografare: di notte o di giorno?
Sempre! La luce è emozionante e cangiante. Di giorno hai il sole che, con la sua danza, quotidianamente disegna sempre in modo diverso i volti, i luoghi, gli edifici. Di notte, la luce artificiale crea un mondo totalmente differente; in questo incide la mano dell’uomo; qualcuno ha pensato a come mostrarti qualcosa.
Fotografare: a colori o in b/n?
Quando ho cominciato con il jazz, la scelta era scontata: bianconero. Poi il colore ha preso il sopravvento.
Per Henri Cartier-Bresson la fotografia ‘non è né catturata né presa con la forza. Essa si offre. È la foto che ti cattura’, per te?
Beh, se lo ha detto Cartier-Bresson non si può opinare… scherzo. Penso che la fotografia sia frutto di diversi fattori concomitanti: il primo è la fortuna. Essere nel posto giusto al momento giusto è fondamentale. R. Barthes nel suo celeberrimo libro “La camera chiara” dice che “La veggenza del Fotografo non consiste tanto nel ‘vedere’ quanto piuttosto nel trovarsi là”. Segue il background culturale: in fotografia non credo si finisca mai di imparare; fotografare non significa saper padroneggiare uno strumento, non è il pennello a dipingere, è il pittore a dirigere il pennello. Trovarsi nel posto giusto, al momento giusto e con la giusta idea, può essere utile a realizzare una buona fotografia. La pazienza non può mancare, tra i vari fattori. Serve anche una buona dose di autocritica, che ci aiuta a non tornare a casa con memorie sature di files; ho imparato, negli anni, a non essere preda del dito indice compulsivo. Quest’ultimo è già un primo processo di avvicinamento al concetto di Cartier-Bresson. La foto ti si offre se sai accoglierla e per capire ciò devi lavorare molto, non è un processo banale.

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