Il mito delle età

Il mito delle età

Agostino Arrivabene, Asfodeli, 2011, olio su tela BERNINI
Agostino Arrivabene, Asfodeli

Vorrei avere almeno 250 anni. Li vorrei avere, tutti questi anni, prima di tutto per sentire cosa vogliono dire periodi diversi come giovinezza, maturità, vecchiaia. Sì, perché, insomma, almeno proverei ad allungare o accorciare come una fisarmonica, il tempo che convenzionalmente abbiamo stabilito per queste età della vita che, diciamocelo chiaro, valgono soltanto per la misura che regola la media di un essere umano attuale. Ma anche allora, se il vostro scrittore avesse quegli anni, varrebbe qualcosa? Spostare un’età anagrafica in avanti o indietro, vivere due secoli e mezzo o due anni e sei mesi, può modificare davvero ciò che in una singola esistenza vogliamo definire “esperienza”? Su, dai…siamo seri. I miti si costruiscono inevitabilmente su ciò che ci appartiene, sono fondati su un cumulo culturale che fa di noi, piccoli e malleabili costrutti soggettivi, l’imponderabile attività di ogni individuo accorpato alla sua, di società. Definire una società, un periodo storico, un tempo psicologico della seppur mirabile vicenda umana, sa più di previsione meteorologica che di sentimento umano. Siamo uomini, e questo forse non basta? Il pensiero, la filosofia, la letteratura, la scienza di ogni secolo ha dolcemente o amaramente intriso di milioni di idee questa roba qui che chiamiamo vita. Oggi c’è il mito dell’eterna giovinezza. Bene. E io voglio essere vecchio, vecchissimo e felicemente sano, lucido, presente. Voi dite: vecchio però vuol dire vicino alla morte. E non siamo da sempre, da subito, in modo che nessuno e niente possa togliercelo da dietro le spalle, indirizzati verso la fuga e allo stesso tempo al traguardo dei nostri anni? Sentirsi vecchi è molto più naturale che sentirsi giovane. Si sente vecchio l’adolescente che passa la soglia dell’infanzia, che si volta verso un passato per lui remotissimo e misterioso, slanciandosi verso nuove e più pressanti sensazioni ormonali e cerebrali, tendendo allo stesso grado e modello del padre, del nonno, di tutti coloro che sembrano posare gli occhi su ogni cosa del mondo in modo più quieto rispetto alla sua incongrua smania del tutto. Si sente vecchio il ragazzo che compie diciotto anni, così decrepito che ride con gli amici di un sorriso amaro, perché la festa della sua maturità coincide con un sentore inchiodato al fondo dello stomaco, che grava di responsabilità e allo stesso istante anela alla libertà, alla condizione di cittadino libero, lasciando come novella farfalla, la sua consunta corazza di crisalide inesperta che tanti giorni ha sentito come angoscia e culla, mentre con timore e gioia studia sul libretto del codice stradale che gli consegnerà la patente automobilistica tanto agognata, che lo condurrà finalmente su strade da poter percorrere in solitudine e arbitrariamente. Vecchio si sente il trentenne, di una vecchiaia ondivaga, destabilizzante, perché ancora non gli è chiaro se tutti i suoi “per sempre”, dal tatuaggio alla dichiarazione d’amore, ancora li può tenere stretti nel pugno, mentre le dita di quella mano fanno acqua da tutte le parti, testardo e allo stesso modo inconsapevolmente disilluso da ogni brulicare informe della sua incertezza che ha sembianze più nette di tutte le sue dichiarazione estreme. E il quarantenne? Che fa? Cosa implora infine davanti lo specchio mentre controlla i segni biologici che sottolineano sempre più marcatamente rughe, capelli bianchi, zigomi sporgenti o affossati nella pinguedine? Cosa guarda costui mentre scava meno alacremente dentro gli occhi proiettati nei suoi? Qui mi fermo, perché qui sono, ora. Se sapessi di vivere 250 anni, più o meno, cambierebbe qualcosa? No, credo proprio che il gioco degli anni, della vita, del più e del meno, dei conti fatti tirando una riga, delle vittorie e dei fallimenti, dei rimorsi, dei rimpianti, e dulcis in fundo, dei sensi di colpa, non sia proprio una storia degli anni, piuttosto quella del cuore. Leggevo, qualche tempo fa, che una infermiera di non so dove e di quale ospedale (come se luogo e tempo facciano questa gran differenza…) ha raccolto tutti i desideri dei malati terminali negli ultimi giorni di vita. La nostra infermiera racconta che chi si trova sulla soglia della morte ha spesso, appunto, rimorsi e rimpianti ai quali vorrer rimediare, se ne avesse ancora tempo. Come se bisognasse aspettare la fine della vita per averne, come se non sapessimo tutti molto bene, che non facciamo altro, ogni singolo giorno della nostra esistenza, che rammaricarci di aver fatto o di non aver fatto quella data cosa o quella tal altra. E come se non sapessimo bene che l’estremità dei nostri giorni non è nient’altro che una ripetizione, che non bisogna mica attendere di morire per averne, di questi risibili rimpianti e rimorsi. Fa ridere, se ci pensate bene. Ma ridere di compassione, quella buona e sana, perché tutti, signori miei, ci riconosciamo nella vita. Nessuno escluso. Bambini, adulti, vecchi. Credete forse che non ci siano già, fin dall’inizio della nostra esperienza su questa terra, tutte le età anagrafiche possibili, svelate chiaramente dentro ogni cosa che viviamo? Ecco, per questo vorrei tessere l’elogio della vecchiaia, in un mondo che ne castra la sua infinita bellezza, che è quella, prima di tutto, di poter meditare sempre sulla soglia, di ogni tempo interno, come se ogni passaggio fosse sempre e solo un passaggio, né primo né ultimo, e proprio per questo, sempre il primo nuovo, giovane e sconosciuto. Senza dover pensare ad ogni costo di aver dimenticato di fare qualcosa, di soffrire per non esser riusciti a fare qualcos’altro o di doversi pentire per chissà che o per chissà chi. Ve lo dicevo che i miti sono importanti, fondanti, e allo stesso tempo labili. Perché vanno al di là di ogni tempo e ce li possiamo ritrovare in tutte le stagioni, in un infinito bellissimo che ci libera dalle età.

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