Dopo il paese

Dopo il paese

John Evans, River Charles BRISOTTO
John Evans, River

CARILLON
I motociclisti non si tolgano il casco né scendano dalla moto.
La bauta resti col suo mantello avvolto.
Il cielo nero di notte
abbia le mani coperte
e sogni appesi a una cordicella all’insù.
Stiamo così

VENTO
Dopo il paese era ieri.
Adesso sono dove ieri sarei voluta già essere.
Sono ancora nel paese ma già dopo.
Le ultime case, rade, non mi disturbano più.
Guardo l’asfalto grigio, quasi naturale perché consunto, per concentrarmi un poco.
Getto lo sguardo a ritmo regolare sulle mie scarpe, in cerca della me concreta.
Tutte le fatiche mi hanno allargata a dismisura, tanto che non percepisco più i confini della mia pelle.
Mi sento tutta ovunque e ovunque è tutto dentro di me.
Allora guardo le mie scarpe tratteggiare un percorso invisibile nella strada e percepisco nuovamente i capelli, le labbra e lo sguardo di qualcuno, poco più in là.
La salita si fa meno ripida in questo punto verde di prati ed alberi in gioco.
Sono felici e non si devono occupare delle case, dell’asfalto né di me.
Allora sono felici anche se non lo sanno.
Ma io che lo so mi fermo un attimo e glielo dico, con gli occhi.
Adesso lo sanno.
Adesso lo so.
Sono felice.
Me l’hanno detto loro in questo momento.
È lo stesso.
Dopo il paese mi volto, guardo la valle a perdita di case, uscita dal mio zaino pesante, a pochi metri da qui.
Ora non mi serve più; lo zaino.
Non mi serve nemmeno il paese ed io non servo a lui. Non abbiamo più bisogno l’una dell’altro.
Senza uno zaino non esiste nessun rapporto tra di noi.

Gli alberi e il prato qui adesso ovunque intorno e dentro di me sono leggeri e fluttuano nell’aria anche così, restando immobili nel movimento impercettibile dell’universo tutto.
Ancora qui qualcuno aspetta, sulla destra, dove una piccola radura si porta avanti a braccia aperte tra sbuffi d’erba irriverente e ghiaia posta lì per gioco e per poco.
Forse solo per noi.
O per voi.

L’anima di un auto è l’aura emanata da chi la possiede. Come quel cane, seduto accanto a lui.
Mi guardano e sanno.
L’uomo e il suo cane con l’aura dell’uomo e l’auto con l’anima di entrambi stanno aspettando le labbra socchiuse, perché una donna con le labbra socchiuse non se ne va.
Arriva.
Accettiamo da qui che si compia.

Il vento sorregge le foglie da altrove così che non se ne accorgano e non si facciano male.
Oggi non fa male e non si rompe nulla lungo la strada anche se si muove tutto intorno. Appunto per il vento e le foglie sgomberate da altrove e ricomposte dov’erano.
Altrimenti non vivono.
L’aria è fresca e non mi bagna i capelli.
Anche se piovesse non potrei occuparmi delle foglie, dell’asfalto, delle scarpe dei passanti e della scatola piatta calpestata non dal vento ma da qualcosa di umano.
Non posso occuparmi di lei che non mi riconosce più da molti anni, dall’itante stesso in cui ci siamo conosciute.
Chi non si ferma a guardare non fa la pace con il mondo, con nulla che abbia a che fare con il vento.
Perché il vento nasce da qualcosa di fine e disinvolto e non se ne cura più, di questo punto così fine e disinvolto, in questo punto preciso che ognuno cerca.
Il vento sa di non cessare mai e ti vede ancora dentro le foglie sorrette da altrove e nella scatola appiattita sull’asfalto, senza farti male.

Così, dopo il paese il vento mi porta via con me.
Così mi dice che tu mi hai vista
Questo il cielo lo sa ed è tranquillo adesso.
Ci siamo visti e ci incontriamo nel vento.

LA TEMPESTA

Quando una rosa sboccia, vi si posa qualcosa.
Il bocciolo chiuso si spezza, si secca, se non si apre, e muore senza la vita.
La morte senza la vita non ha senso, così la vita senza la morte che ne provoca il movimento, l’energia.
“Ama e fa’ quello che vuoi”
L’amore è il movimento che ci conduce alla morte della morte.
Quando ti ho visto avevi gli occhi molto grandi. Ora non ti vedo più. Non ti voglio più vedere né sentire.
Lasciamo andare avanti per la nostra strada. Non voglio vedere che ne hai fatto o farai dell’amore che ho emanato.
Me ne vado.
Grazie di averlo in te.
Anche se non lo sai.
Dopo il paese il vento è così leggero. Non mi fa male.
Perché?
Il vento è ferito e non lo sa.
Ritornerà.
Perché la sua ferita ha radici come gli alberi, come me. ha radici profonde e delicate che non può dimenticare.
Non ti devo dimostrare nulla. Il tuo cuore lo sa. La tua testa ne è immersa ora e non lo può lasciare, lasciare più.
Perché tu sei in me.
Il vento ritornerà leggero, colmo di rose e di regali, ritornerà sul ciglio della strada, nel momento stesso in cui arriverà.

Ora ritorno, sono ancora sulla strada, tu, dietro la curva, dietro la roccia sporgente che impedisce la vista.
Le foglie non cadono sull’asfalto ma restano appese al suono dei miei passi.
Ancora un tratto di strada e poi, dietro la curva.
Sul ciglio della strada una radura. Nella radura un auto e il suono di un gabbiano accedono al silenzio.
Tra poco sono dopo la curva e vedo, vedo quell’uomo in piedi, attratto con infinita nostalgia, porgermi il dono di una mano aperta con un sottile filo di ricordi.
Ancora qualche metro.
Ma non mi fermo ad aspettarlo. Gli vado incontro proseguendo di passo, oltre la roccia.

È lì.

PRIMA O DOPO

No, non ci sono ancora arrivata o forse sì, ma non credevo di arrivare.
Sono arrivata dentro e non fuori. È quel punto lontanissimo che ho tentato di raggiungere tra gli alberi e le auto e gli aerei e gli spaventapasseri e le diverse lingue parlate e poi dimenticate. Tra le case dai tetti acuti e convessi, grigio ardesia e le tegole rosse. La terra piatta ed estroversa e quella timida ad onde.
Tra gli uomini giovani e vecchi, poveri e ricchi, biondi, bruni, ricoperti di luce o di sabbia o incrostati di tempo. Tra le luci esagerte dei locali e le penombre delle camere da letto.
Dietro la curva ho trovato me ad aspettarmi.
Io, io che attendevo da una vita di incontrarmi dove mi sono perduta.

Ora che siedo in una panca, al parco, dopo il paese, non mi sostengo più.
Non ti sostengo più.
Il vento fresco se ne occupa per me.
Di tutto.
All’ombra sono felice, quando c’è il sole.

IN FONDO ALL’OCEANO

Il vento ritorna sempre da dove è venuto se non si intestardisce a trovare la strada di ritorno. Ho viaggiato spesso con lui per raggiungere la sabbia e quindi il mare, in qualsiasi momento della giornata o della vita.
Ora mi penso laggiù, non più nel mare che non esiste, sul fondo dell’oceano, nel silenzio dell’enorme peso dell’acqua.
Come la scatola schiacciata a lato della strada. Schiacciata per il volume essenziale.
Negli abissi dell’oceano sono essenziale.
Così si concentra la mia energia che giunge a te completa.
E giungo a te completa.
Ti vengo a prendere affinché tu mi venga a prendere, senza voltarti indietro.
Qui non ci si turba, non ci si volta indietro.
Qui non non ci sono né dietro né davanti. Le tempeste non mettono radici. Se ne percepiscono le vibrazioni ma non sono qui.
Tutto è laggiù.
Tutti sono laggiù.
È buio. Perché non c’è nulla di esterno da vedere. Nemmeno le mie mani.
Allora il buio non esiste più.
Ti sento.
Ti sento anche senza vento adesso.
Dopo l’oceano ed io che sono in fondo all’oceano e tu mi vieni a prendere di notte.
L’oscurità che ci ha divisi da dove sei e dove sono non esiste più.
Non esiste il vento.
Il vento è una coordinata. È la navicella luminosa della nostalgia. Ti porta a me a ondate
ancora
ancora
ed ora
dentro

in fondo all’oceano.

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