Il mondo sia lodato di Franco Marcoaldi

il mondo sia salvato di franco marcoaldi su l'estroversoFranco Marcoaldi (1955) vive da anni sulla laguna di Orbetello. Da Einaudi ha pubblicato i seguenti libri di poesia: A mosca cieca (1992), Celibi al Limbo (1995), L’isola celeste (2000), Animali in versi (2006), Il tempo ormai breve (2008), La trappola (2012) e Il mondo sia lodato (2015). Altri due suoi libri di versi sono usciti da Bompiani: Amore non Amore (1997), Benjaminowo: padre e figlio (2004). Fra i suoi libri in prosa, il più recente è il racconto Baldo (Einaudi 2011).

Soltanto un poeta poteva compiere oggi l’azzardo di una lode del mondo, basata sull’immaginazione e sulla sensibilità. Tornando alla forma già sperimentata del poemetto, Franco Marcoaldi sviluppa un flusso verbale dal ritmo incalzante che orchestra i temi della vita quotidiana e dello spirito in un rimando continuo dall’universo naturale al mondo storico, dall’autobiografia alla letteratura in una libera e viva scorribanda nei territori del pensiero analogico. All’apparenza Il mondo sia lodato è una preghiera laica di intonazione francescana sulla bellezza e la meraviglia del creato. In realtà Marcoaldi loda il mondo nonostante gli infiniti turbamenti in cui incorre chi lo abita, e proprio quel nonostante è l’anima nascosta del libro. Nel suo procedere, il poemetto attraversa l’amarezza delle cose umane nella loro vicissitudine di violenza, malattia, depressione, morte, ma incontra anche il demone erotico, e con esso il sogno, la fantasia, e i libri e le figure del passato che illuminano il presente. Se l’invocazione di lode resiste come un mantra è per lo sforzo generoso di una pietas consapevole e di un’attenzione costante alle pieghe infinite e alle corrispondenze sotterranee dell’esistenza. Così il poemetto che loda il mondo si fa mondo, e convoca in coro altre voci, altri poeti, altri pensatori, in una ridda di rimandi e citazioni che immancabilmente si accordano nell’antifona ricorrente: «Mondo, ti devo lodare». Espressione ultima ed estrema di umiltà e gratitudine nei confronti della vita.

Seguono stralci dal libro Il mondo sia lodato di Franco Marcoaldi,

Giulio Einaudi editore (2015).

Risonanze

«Si stenda supino, le braccia lungo i fianchi. In caso di necessità, prema il bottone». Un lieve movimento del carrello trascina il corpo dell’uomo dentro il grande tubo di un macchinario bianco che renderà quel corpo calamita: le onde radio produrranno un campo magnetico mille volte più intenso di quello della terra e i segnali elettrici varieranno a seconda dei protoni del tessuto sottostante: osso, cartilagine, adipe. O acqua. Così la scienza medica. Ma il paziente è tutto preso dal contorno sonoro dell’esperienza – un succedersi di sirene, clacson, rimbombi, colpi sordi, ronzii, cupi tamburi di foresta. Neppure i tappi nelle orecchie spengono l’allarme di quel pandemonio acustico. Se il male è frutto di un errore, tra breve quell’errore apparirà sullo schermo di un computer. Intanto, il caos di suoni tramuta in una babilonia di voci che irrompono nel teatro della mente buttando all’aria vecchi cassetti ingombri di febbri e desideri. Mosso da un’insicura esuberanza, in passato l’uomo voleva afferrare mordere sottomettere ingoiare. Adesso, chiuso nella macchina magnetico-sonante, desidera invece una cosa sola: uscire all’aperto, assistere all’ininterrotta gestazione del mondo, farsi occhio che osserva il ciclo della stagione, orecchio che ascolta il suono dei dodici mesi scanditi da dodici canti.

 

I.

perché gli occhi si aprono e
ho un cuore che batte e so
respirare, perché merita lode
il sorriso ed il pianto,
l’orrore e l’incanto –

per la fiamma del lampo,
il fico che cade,
lo sforzo di un’ape, il daino
sfregiato, la risacca di mare,

Mondo, ti devo lodare.

All’alba la luce si accende
e investe il dolore
acquietato dei morti risorti
nel canto di upupe e gazze,
i motori si accendono lungo
tutte le strade mentre chiedono
il conto i clienti ai baristi
e i maestri agli allievi,
si tagliano i gambi marciti
dei fiori nei vasi di chiesa
e nei vasi di soggiorni regali –

per strada si spazzano polvere
e incubi, nei bagni si radono
barbe e blandiscono cuori.

C’è chi esce e chi torna
con occhi lividi e pesti da turni
notturni e in bocca ha ancora
l’amaro bruciante di acciaio
che fonde, mentre la moglie
si alza dal letto per andare
al lavoro – appena un saluto:
nel tempo di vita invertito
è il saluto di un muto.

Un vecchio ambulante espone
vecchie paia di scarpe legate
coi lacci e coricate su grandi
lenzuola color della carne,
still life di province trascorse.
Il macellaio, un pesante
berretto di lana calato
sugli occhi, esce dalla gelida
cella con in spalla

un quarto di manzo che ora
gocciola sangue – la segatura
lo ingoia, il sangue scompare
e con esso svanisce ogni
traccia di vita animale.

Nel chiosco sommerso di carta
di ogni formato e colore,
nel giro di pochissime ore
si spengono gli eventi di ieri,
cataclismi veri o presunti
che nutrono un forno
dove tutto s’invola:
nuvolaglia di cenere
in assenza di brace.

Un allarme impazzisce:
due gatti spauriti
reclamano pace.

Il dispendio di sperma
ha segnato la notte di tanti
fra quanti ora affollano
i tram tra risentimenti
e rimpianti e la terra
viene smossa nei campi,
in attesa dei giorni
più caldi in cui seminare.

*

VIII.

se un giorno, all’improvviso,
un’anima ordinaria – per ragioni
imperscrutabili – si inceppa,

il canto di lode verso
il mondo più non sale.

Un malessere molle
e penetrante la invade –
corpo e sensi, una nausea
indefinibile l’assale.

Lo stesso prato, ieri lucente,
oggi risulta spento – lo stesso
cielo, ieri struggente,
adesso ondeggia vuoto.
Il mondo intorno si sfarina
quasi fosse una fradicia
parete di cartone,
la nebbia avvolge il campo –
lattiginose tenebre
si affollano
in una generica afflizione.

L’anima tediata s’impiglia
su se stessa e s’aggroviglia
come una matassa di lana
che neppure la magliaia
più esperta saprebbe dipanare.

Soffre di un’insensata nostalgia
per quanto ieri in verità non è
accaduto, simula una furia
distruttrice contro un futuro
che resterà impregiudicato,
osserva sbigottita un presente
tenacemente sperperato –
finché stremata si sporge
alla finestra
e intenta osserva quanti
in strada camminano di spalle.

Anche quell’anima impigliata
si sente ora di spalle
e con fatica prova
a raggiungere se stessa,
ma dietro l’ombra di un io
che con affanno corre
appresso all’altro io,
eccone un altro
e un altro ancora.
L’anima avverte
una tristezza estranea –
quasi si fosse trasformata
in grigio asfalto e grigia strada.

Quand’ecco il sogno americano
di un grande uomo del sud
americano venirle
provvidenzialmente incontro:
un avvoltoio, anch’esso
cinerino, sporca col suo colore
triste un’altra celestiale strada
e innalza avanti all’anima
tediata la sua beccuta
spada. Nulla lo spaventa,
nulla lo tocca, nessuno lo insegue
nel suo orgoglioso volo
senza indirizzo e senza identità –

adesso sono io quell’avvoltoio,
fame senza appetito,
volere senza volontà.

*

X.

anche quando mi trovo
da solo a cercare, Mondo,
ti devo lodare – perché
uguale per tutti e la sorte,
ma singolare è la morte
e mille le porte che ciascuno,
da se, deve aprire e
varcare. Certo addolora
che si disfi una lingua comune;
che la parola più non avvolga
la cosa conducendola a casa
per poi trascinarla di nuovo
nel mare più largo e più aperto –

e la libri nell’aria e la lasci
fiorire e danzare: un barbaglio,
una fola, pazzia di una voce
che anonima inizia un racconto
e regala in staffetta quel sogno
ad altre anonime voci…

Forse cerchiamo fratelli di sangue
nei posti sbagliati. Forse
ci è familiare soltanto
chi ci è veramente straniero –
perché nel frattempo, e senza
saperlo, siamo diventati
stranieri a noi stessi
e parliamo una lingua
che nemmeno capiamo,
mentre squarci improvvisi
di vero si aprono quando
muti restiamo davanti
all’arcano assieme a fortuiti
compagni di viaggio. È per loro,

Mondo, che ti devo lodare.

Penso alle vecchie sorridenti
e sdentate che su una panchina
di una piazzetta di Alfama
in vestaglia e ciabatte cantano
un improbabile fado battendo
festanti le mani. Penso ai nani
dell’ultimo circo di Ostia
che buttano gli ultimi pezzi
di carne avariata all’ultima,
decrepita tigre. Penso
a quella coppia malata
che in Campo de’ Fiori avanza
malcerta sull’asfalto bagnato.
Penso al cameriere barbuto,
tutto preso dal Dio a cui si è
votato, che continua a servire
un piatto che nessuno
ha ordinato.

È il caso a renderci prossimo
il prossimo e il caso
ora mi porta a pensare
a quel bimbo-soldato della Sierra
Leone che sotto minaccia di morte
è stato costretto a mutilare
le mani di altri bambini.
Per sempre gli resterà
nella mente il sordo rumore
dell’affilato machete
che la sua propria mano ha guidato
a fendere carne e poi
l’osso e poi ancora la carne,
fino a incastrarsi nel ceppo.

Non ho mani amputate
ne ho reciso altre mani –

Giustizia s’inchina davanti a Fortuna:
io sono il famoso cammello
che in terra ha varcato la cruna.

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