In foto: Giovanni Zagni durante la sua presentazione
Protagonista del primo panel aperto alla città è stato Madhav Chinnappa, già direttore del News Ecosystem Development di Google e attualmente ricercatore presso il Reuters Institute for the Study of Journalism dell’Università di Oxford: «Ci stiamo velocemente spostando dall’era del traffico a quella dell’IA generativa. Oggi non siamo sicuri del valore e del controllo dei contenuti che vengono prodotti, anche perché dobbiamo essere consapevoli che sono due i pubblici a cui ci rivogliamo: da un lato gli umani; dall’altro i bot, con le loro specifiche esigenze». Come trovare, dunque, un punto di equilibrio in un sistema, quello editoriale, che sta andando incontro a trasformazioni rapidissime? «La tecnologia – ha continuato Chinnappa – ci sta insegnando che dobbiamo cambiare qualcosa, che dobbiamo rivedere il nostro modo di pensare e di sperimentare. Bisogna operare sulla base di tre principi basilari: cooperazione tra tutti gli attori dell’ecosistema dell’informazione a beneficio di tutti. Restituzione del valore ai contenuti in funzione del pubblico a cui sono diretti. Ottimizzazione dei processi decisionali in ottica del medio-lungo periodo: solo così sarà possibile garantirsi un margine di sostenibilità».
Tra le criticità che spesso vengono associate al ruolo dell’IA c’è quella della proliferazione della disinformazione. A tal proposito è intervenuto Giovanni Zagni, direttore di Pagella Politica e Facta News, prendendo spunto dal suo recente volume Storie false. Dai faraoni alle bufale online: «Il termine fake news è entrato nel linguaggio comune da appena una decina d’anni, eppure la riflessione degli intellettuali su questo tema esiste da ben prima. Foucault, per dirne uno, già negli anni ‘70 sosteneva che la verità non esiste, ma è ciò che il potere sostiene sia tale per potersene servire. Andando indietro nella storia, poi, di eventi in cui l’informazione è stata distorta se ne ritrovano parecchi». Uno su tutti, la celebre Donazione di Costantino: «Con quel presunto documento, l’imperatore avrebbe consegnato a Papa Silvestro il dominio sull’impero d’Occidente dopo essere stato da questi guarito. I papi se ne sono serviti per secoli per legittimare il loro potere temporale, ma già nel Medioevo qualcuno aveva avanzato dei dubbi sull’autenticità di quel documento, anche se l’intervento più celebre a tal proposito fu quello dell’umanista Lorenzo Valla, con un testo irriverente che dimostra come, spesso, la differenza nella risonanza di una notizia dipenda da come questa sia scritta». Poi la svolta con Martin Lutero: «Fu quando il monaco tedesco affrontò la questione che la sua diffusione fu massima. Quel documento, redatto tra l’VIII e il IX secolo, venne inserito tra i documenti ufficiali della chiesa secondo una prassi che, all’epoca, era normale: falsificare un atto a seconda della convenienza. Nell’immaginario, quella della presunta donazione di Costantino rimane una storia eccezionale, ma in realtà lo è meno di quanto sembri e rivela molto anche delle dinamiche con cui il mondo dell’informazione si confronta oggi».
Dei rischi di un flusso informativo manipolato, specie in contesti di guerra dove la propaganda riveste un ruolo centrale, ha parlato anche Davide Maria De Luca, giornalista freelance che da ormai tre anni a questa parte risiede stabilmente a Kiev per raccontare il conflitto che insanguina il cuore dell’Europa: «Il contesto in cui i reporter oggi si muovono sembrerebbe suggerire che la nostra presenza sul campo è sempre meno necessaria: le foto si reperiscono facilmente in rete, i cittadini riprendono gli eventi che accadono e li postano online, il flusso di notizie è continuo e non sempre arriva dai giornalisti. Ma ciò che facciamo, in realtà, è ancora fondamentale: per dare una lettura diversa ai fatti, per capire il Paese e il contesto in cui avvengono, per fare un passo in più rispetto alla cronaca». E per ristabilire un principio di verità altrimenti sfumato: «Se non ci fossimo noi, tutto sarebbe lasciato alle fonti ufficiali, che non per forza sono negative, ma hanno ovviamente i loro interessi. In quest’epoca è un valore aggiunto ancora importante».
Il giornalismo che verrà è promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo in collaborazione con l’Università di Catania. L’iniziativa è gratuita grazie al supporto finanziario dato dalla Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR, M4C1, CUP: E62B24000380001) e al supporto di Unipol.
IL PROSSIMO APPUNTAMENTO
Martedì 5 maggio, sempre presso Villa San Saverio, sede della Scuola Superiore di Catania, il programma de “Il Giornalismo che verrà”, prevedrà tre incontri aperti al pubblico. Alle ore 15:00 Gabriele Cruciata, reporter e Google News Teaching Fellow, e Simone Olivelli, reporter freelance, interverranno sul tema del giornalismo d’inchiesta, muovendosi tra la lezione metodologica della tradizione e l’illustrazione dei nuovi strumenti a disposizione dei giornalisti. Alle ore 16:00 spazio ad un panel dedicato al giornalismo costruttivo: un approccio che mira a cambiare la narrazione sul ruolo dell’informazione, non più come semplice mezzo di denuncia dei problemi, ma come parte integrante delle loro possibili soluzioni. Ad alternarsi nel dibattito saranno la giornalista americana Sara Catania, presidente del Solutions Journalism Network, Selena Meli, vicepresidente di Italia che cambia e Patrizia Caiffa, founder di B-Hop Magazine. Alle ore 17:00 sarà la volta di Marco Ferrando, vicedirettore di Avvenire, che dibatterà sul tema cruciale della fiducia: come può il giornalismo mantenere la sua credibilità, soprattutto agli occhi dei più giovani?
Tutti gli eventi sono a ingresso libero fino ad esaurimento posti.








