Intervista al poeta Giovanna Frene

Intervista al poeta Giovanna Frene

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“Scrivere poesia è combattere pacificamente

per l’affermazione di ciò che è umano”

Scrivere poesia. Dimorando l’esistenza. Meditando il dolore. Ghermendo la storia. La storia, estensione (ricorrente) in cui pensiero e azione quadrano, e con essi compimento, testimonianza, interpretazione, casualità. È questo l’assunto che regge “Il noto, il nuovo”, ultimo libro di Giovanna Frene (nella foto di Laura Callegaro) con la quale abbiamo amabilmente conversato.

Quali i ricordi legati alla sua prima poesia?

Parlerei di ricordi legati a un mio primo testo letterario – se si intende con questa espressione un testo scritto con la finalità di ricordare qualcosa nella trasfigurazione della parola, o, se si preferisce, scritto con la finalità di espri-mere un’idea rispetto a un avvenimento della vita, per cercare di circoscrive-re lo stato di stupore che ci invade al suo cospetto. Si tratta di un breve brano in prosa che ho scritto appena dopo la morte di mio nonno – e che ora ho ovviamente perduto -, quando avevo circa 14 anni (quindi non sono stata affatto precoce!), dove in un certo qual modo dialogavo con il suo io presen-te dentro di me e davanti a me (un po’ leopardianamente), e gli descrivevo la bellezza struggente del suo corpo morto vestito a festa. Sullo sfondo sentivo già però la voce inconfondibile e le atmosfere metafisiche della Dickinson, che stavo leggendo in quel periodo a scuola. Insomma, si è trattato di un primo tentativo di essere un poeta-psicopompo, come più tardi avrebbe scrit-to Zanzotto riguardo al poemetto Spostamento (2000). In quell’atteggiamen-to da un lato memorialistico, dall’altro di comprensione-trasfigurazione me-diante il linguaggio, vi è tuttavia presente tutta la mia postura esistenziale poetica, il senso che ha per me la mediazione linguistica della parola poetica nei confronti della realtà. Non vorrei esagerare, ma posso dire che senza la parola poetica non capisco la realtà; la vita non va invece compresa, ma vissuta.

Quali i poeti dell’anima e, più in generale, quali le letture rilevanti per la sua formazione?

I miei poeti dell’anima, cioè quelli a cui sono debitrice per la mia formazio-ne, sono questi: Saffo, Emily Dickinson, Edgar Allan Poe, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni, Andrea Zanzotto, Francesco Petrarca, Giacomo Leopardi, Charles Baudelaire, John Donne; più tardi, Paul Celan. Devo dire che da adolescente mi sono stati del tutto indifferenti i poeti italiani delle generazio-ni dopo i grandi classici novecenteschi, e non so ancora spiegarmi perché, ma credo che dipendesse dal mio vivere in una posizione geograficamente decentrata. Ovviamente, anche per la vicinanza geografica e per la lunga frequentazione, Zanzotto è stato il poeta cardine nella mia formazione (anche se l’ho letto per esempio dopo Caproni o Rosselli), per la vastità delle sue scoperte poetiche, per la sua intelligenza, per il suo ascolto del mondo; ricordo ancora che la sua prima lettura fu una vera e propria esperienza este-tica nuova, e non è stato facile staccarmi poi da lui e iniziare il mio persona-le tragitto nella poesia – di sicuro questo distacco è stato un superamento, in senso hegeliano, con tutti i dolori di una separazione. Della Dickinson, come della Rosselli, ho sempre avvertito la presenza di una sorta di perturbante linguistico, derivante da un perturbante esistenziale molto forte. Qualche studioso emerito ha definito la Dickinson “naif” – perché per certi studiosi italiani se non ci sono tutti gli endecasillabi e i settenari in fila, e gli ictus ribattuti, non si dice niente di davvero poetico. Non commento, ovviamen-te… Di Caproni ho subito colto lo straniamento metafisico, il dire in modo preciso, quasi chirurgico, tutta l’allucinazione vera che riguarda la vita dell’uomo. Per il resto, la mia formazione è stata di fatto prevalentemente filosofica. Tra i filosofi, metto come principe Nietzsche, che ho letto quasi tutto a 18 anni, mentre Heidegger è venuto più tardi, e non per intero. Anche di Platone non ho letto tutto, ma lo preferisco ad Aristotele. Ritengo Proust (davvero fondamentale nella mia adolescenza) un grande filosofo, e del resto lui si riteneva un poeta maledetto, sulla scia di Nerval e Baudelaire. Ci tengo a sottolineare, comunque, che come poeta credo a una sorta di life long lear-ning, dunque la mia formazione è ancora pienamente aperta, e punta ormai da tempo dritta verso Dante e le discipline storiche.

Qual è l’insegnamento principe del poeta diletto, Andrea Zanzotto?

L’insegnamento principe che mi rimane di Andrea Zanzotto è la sua estrema attenzione al linguaggio, nei suoi due aspetti (cosa e come dire) – cosa che non è stata molto recepita, devo dire, nella poesia italiana successiva a lui, troppo infagottata su se stessa per potersi aprire al rischio inaudito di mettere in corto circuito contenuto e forma. Il rischio messo in atto per primo da Zanzotto però, anche se sembra l’opposto, è prima di tutto inerente al conte-nuto, a cui di conseguenza sono seguite parole e strutture grammaticali ade-guate: esiste infatti in Zanzotto un limite a ciò di cui la poesia può trattare? No. Ecco il punto. Sono riflessioni che sto maturando ultimamente, perché invece da giovane ero stata attratta dall’estremo brillio dalla superficie, dal

significante della sua poesia, così instabile, baluginante, frantumato, scisso nella profondità stessa del dire. La scissione del textus zanzot-tiano è prima di tutto nel contenuto: forse è lui il primo poeta postmo-derno italiano.

Per Zanzotto la poesia “è sempre più di attualità perché rappresenta il massimo della speranza, dell’a-nelito dell’uomo verso il mondo superiore”; per la Frene?

Vorrei soffermarmi su queste paro-le di Zanzotto: ora che è morto, risuonano anche pregne di una certa religiosità (e lo dico con cau-tela, anche perché non vuol certo dire religione), perché Andrea era prima di tutto un uomo che aspira-va alla giustizia e al bene. Che altro è la poesia se non questa, poco segreta e platonica, aspirazione? Per me la poesia, e l’ho già detto altre volte, rappresenta il mio modo di vedere e conoscere il mondo; non sono esplicitamente ottimista, ma devo dire che non scriverei se non sperassi che questo linguaggio così speciale e fluido possa attraversare il freddo metallo spazio-tempo della violenza umana, e depositarsi sul sostrato positivo che permette al genere umano di sussistere nonostante tutto. Non so se si possa definire “bellezza” questa funzione della poesia, ma io preferisco parlare di “bene”.

Può esistere poesia malgrado esista una frattura insanabile tra pensiero/scrittura e azione/comportamento?

La poesia può di fatto esistere malgrado tutto, e specialmente malgrado chi la scrive. Seguendo quanto dice Proust, c’è di fatto una bella scissione tra scrittore e essere vivente, anche e specialmente per chi vede tutto da esterno: il nostro prossimo. Pro-penderei poi per lasciare aperto il dubbio su quale di queste due dimensioni inglobi l’altra, o se siano due insiemi che si intersecano, o se siano due monadi che si sfiora-no. Ma alla domanda se il dilemma etico debba o no stare alla base dell’essere poeta, a mio avviso il rispondere affermativamente è possibile e necessario: penso come modello a Socrate, non certo a Heidegger. Certo, tutto questo porta con sé una carica di responsabilità e consapevolezza non indifferenti, e forse nessuna epoca quanto la nostra cerca di deresponsabilizzare le sue sibille più pericolose, proprio i poeti”.

“laddove tristezza, tiranno, potere che domina il mondo. / laddove tiranno, potere, tristezza che prescinde l’impronta sul muro, / la scavalca, la riforma con grappoli, istinto di fuga e insieme ritorno / per le chiare ragioni che incontrano sul posto lama e cibo, / sempre lo stesso posto, la virtù cardinale degli insepolti, / parassiti”, i suoi versi per chiedere se possiamo (in che modo) salvarci dalle costanti reitera-zioni antropiche.

Questa domanda è molto difficile. Il mio pessimismo mi farebbe rispondere subito di no, non ci si può salvare dalle costanti reiterazioni antropiche, che guarda caso sono tutte negative: potere, violenza, omicidio ecc. Penso, e lo scrivo chiaramente nel mio ultimo libro, che purtroppo il motore della storia sia appunto il male. E in-fatti qualcuno ha parlato de Il noto, il nuovo come di una fenomenologia dello spiri-to volta al negativo. Scrivere poesia oggi è dunque anche essere coscienti di questa perdita di innocenza, e allo stesso tempo combattere pacificamente per l’affermazio-ne di ciò che è umano.

“mentiamo in ogni momento a noi stessi: / viene dall’atto dell’abrasione il nesso di colpevolezza, / dal non mantenere inalterato l’abominio / comunque compiuto”. Potrà (in che modo) il nuovo scompagnarsi dal noto?

Rimanendo nell’ambito di una “dialettica del negativo”, il nuovo nella storia è la medesima violenza che si reitera, e dunque rimaniamo nell’ambito del noto, cam-biando solo forme, soggetti e oggetti. Tuttavia, la direzione in cui ultimamente sta andando il mio pensiero mi porta a dire che ci sono eventi che appunto sono nuovi, e che la loro novità sia irriducibile a qualsiasi elemento noto. La Shoah è uno di questi eventi. Ognuno di questi eventi costringe l’uomo a creare nuove categorie, anche se l’indicibile per sua natura non può essere ridotto a categoria. Il poeta può e deve ancora nominare un evento, o evocarlo, per ridare forma a fantasmi che spesso la società non vuole più vedere.

Scelga (spiegandoci perché l’ha scelta) una sua poesia per salutare i lettori.

Scelgo un testo che si intitola Il principio “strada nera”, dal mio ultimo libro, Il noto, il nuovo (Transeuropa 2011), in omaggio a Grossman e al suo viaggio infernale a Treblinka, laddove racconta l’agghiacciante assassinio di massa ivi perpetrato dai nazisti (la strada nera in questione era ricoperta di cenere umana ed ossa combuste): “non è l’eccezione che si pensa, la schiuma che ingoia il mare. / non si scava la fos-sa, questo tornare irrevocabile, / inimmaginabile, calpestato, trito dai sassi; / tra gli altri sassi, tre sono stati i giusti, pesi e misure. // dietro ai sassi, pesi e misure uguali sotto il frantumarsi / lo scuro sfaldarsi ghiaioso risucchia il mare; / non ricoprono i rovesciati nuovi, altri lapilli implosi / tornano sempre al fondo, come un gemito timoroso…”. Ho scelto questa poesia perché si deve ricordare che nella storia dell’u-manità nulla è paragonabile all’abominio della Shoah.

 

(l’EstroVerso Dicembre 2012)

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