S’intitola “Ketsia… la sua voce”, è una narrazione fotografia, “cominciata con il colore azzurro e proseguita con gli strumenti ad arco, viole, violini e violoncelli…”, itinerante, inedita e incantevole a cura di Antonio Raciti che, da oggi 13 luglio (inaugurazione, ore 20.30, condotta dalla giornalista Rita Patanè alla presenza del critico Pippo Pappalardo) al 19 luglio, sarà accolta (ingresso libero) dal “Palazzo Vigo”, a Torre Archirafi, splendido borgo di Riposto. “La mostra fotografica si snoda su una serie di immagini volte a narrare la vicenda storica di un migrante, sia se approda verso una costa sia se invece, purtroppo, non vi riesce. La mostra propone un percorso visivo e narrativo incentrato sul tema della migrazione, affrontato attraverso un linguaggio simbolico e documentaristico. Una delle sezioni più significative della mostra è dedicata al recupero del legno proveniente dai barconi utilizzati per attraversare il Mediterraneo. Questo materiale carico di memoria viene trasformato in strumenti musicali, come i violini. In tal modo il legno diventa espressione artistica. La trasformazione suggerisce una rilettura dell’esperienza tragica migratoria provando a generare bellezza e possibilità. Un’altra sezione mostra i minori accolti nei SAI, con l’intento di dare loro dignità dell’esistenza. Le immagini colgono aspetti della quotidianità e del loro percorso di crescita e integrazione, i sogni, le paure e i tentativi di costruire un futuro solido. Grazie a questo duplice approccio, la mostra riesce a costruire un dialogo tra simbolo e realtà. Il passaggio dal relitto del barcone al volto del giovane migrante rappresenta un percorso che va dalla dimensione collettiva e anonima a quella personale e riconoscibile. L’obiettivo è quello di superare stereotipi e semplificazioni, promuovendo uno sguardo più umano e attento alle storie individuali. La migrazione non è solo emergenza ma anche trasformazione e contributo. I violini testimoniano la bellezza che crea, realizzano un ponte tra la fuga e il suono, tra il silenzio e la voce ritrovata, celebrano la vita con il suo istinto di sopravvivenza e desiderio”, scrive la curatrice Maria Bruna Noto.
Come nasce e cresce l’idea di questa mostra?
«Ketsia…la sua voce: il titolo e il racconto giungono alla fine di un percorso durato diversi anni. Inizialmente pensavo a intitolarlo “Crisalide o Metamorfosi” durante il processo di acquisizione di esperienze legate agli scatti che ho realizzato. Poi ho scelto di usare il nome, inciso su una delle chitarre, di una ragazza che ha perso la vita nella traversata del Mediterraneo. Tutto è iniziato dal desiderio di raccontare i mestieri con la fotografia. Il primo tentativo aveva come soggetto il giardiniere e finì immediatamente perché gli scatti non mi emozionavano. Poi ho incontrato un vecchio compagno di liceo, Salvatore…, ad un concerto di musica barocca: era diventato liutaio e scattò la scintilla di raccontare la vita di un violino. Rimase però solo un’idea tra le tante fino a che un altro concerto di musica barocca, diciassette anni più tardi, ci fece ritrovare. Mi raccontò della sua iniziativa di costruire liuti con il legno dei barconi dei migranti e fu colpo di fulmine. L’attualità del tema, la passione per la musica, la voglia di cercare immagini capaci di far vibrare le corde interiori si porgeva ammaliante. Era sabato sera e il lunedì mattina fui subito nel laboratorio della cooperativa “Ro La Formichina”, a Santa Venerina (CT), dove Salvatore, guidando le mani di ragazzi disagiati, fa rinascere il legno intriso di dolore. Ketsia è il nome proprio di una dei tanti che, naufragati, non sono mai arrivati sulle nostre coste. Ogni strumento porta un nome proprio nella intenzione di trasformare disperazione, negazione, fallimento e morte in nuova vita di suono e armonia: la storia di una rinascita. Il racconto espresso dalle mie ventiquattro fotografie parte da Scicli, si è spostato a Ragusa, quindi a Pozzallo (dove l’argomento sbarchi è molto sentito) per concludersi a Torre Archirafi. Mi è stato chiesto anche a Terrasini ma ancora è da definire.
Hai un fotografo di riferimento, uno scatto altrui che consideri memorabile?
«Via via che mi addentro in un genere (paesaggio, viaggio, ritratto, reportage, still-life ed altri) ne scopro peculiarità e difficoltà. Sono proprio le difficoltà a stimolarmi nel cercare di superarle. Leggo/visiono i lavori dei maggiori rappresentanti di ogni genere, li analizzo e poi copio come diceva Picasso «copia come un artista». Nigel Parry, Peter Lindbergh, Irving Penn, Cartier Bresson, Annie Leibovitz, Vincent Peters, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Peppino Leone, Robert Frank, Robert Capa, Dorothea Lange. Da ognuno prendo ciò che più sento mio».
Come vivi il passaggio dall’analogico al digitale e, soprattutto, l’utilizzo della IA per la elaborazione/ invenzione delle immagini?
«Ecco giustissimo il termine immagine. IA non crea fotografie crea solo immagini come lo sono i quadri. La fotografia si fa con la luce (φῶς-γραφή = disegnare con la luce). Prendere la luce e “spalmarla” sulla pellicola (analogico) o sul sensore (digitale). IA, invece, genera immagini utilizzando le formule matematiche dei software come un pittore utilizza il pennello per generare le proprie immagini».
Nell’epoca della “sovraesposizione” – da intendere come presenza mediatica e digitale costante, eccessiva – la fotografia che ruolo ha?
«Oggi, nell’era digitale, vengono prodotte 64000 immagini al secondo, 5 miliardi al giorno, che paradossalmente muoiono poco dopo la loro creazione. Solo poche resistono. La velocità del web le fa nascere e morire. Io prendo in mano i vecchi album di famiglia e cerco di imitarli creandone di miei. Questi album non li guarda più nessuno ma resteranno. Magari andranno a finire in qualche mercatino dell’usato. Qualche domenica addietro sono andato agli Archi della Marina, a Catania. Ho visto un paio di persone interessate a vecchie stampe. Le sfogliavano una per una con attenzione e accuratezza. Ho pensato: anche le mie andranno a finire là? Comunque continueranno a vivere».










