l’Autore Racconta

 

Massimo Morasso
Massimo Morasso

Più di duecento anni fa, in una lettera a Friedrich Schlegel Novalis ha enunciato la grande legge imperativa che dovrebbe far tremare i polsi a ciascun essere umano dedito alla buona pratica della scrittura: “nel mondo si dev’essere quel che si è sulla carta: creatori d’idee” – ciò che significava allora, e significa oggi, fare poesia con e per gli uomini a- o anti-ideali che abitano un mondo sempre più (sempre ancora) disertato di senso. Leggo Novalis da circa trent’anni e sono convinto, come lui, che i poeti non esagerino abbastanza nell’uso della loro immaginazione. Ritengo, anzi, che siano soltanto oscuramente presaghi di molte cose essenziali e che si limitino nella stragrande maggioranza dei casi a baloccarsi con la fantasia invece di avventurarsi nella dinamica autorivelativa dell’immaginazione creatrice. Ciò che vuol dire, insomma, che solo i più audaci o i più porosi fra di noi sono in grado di allontanarsi per davvero dalla via larga dell’io, per arrischiarsi nelle regioni meno conosciute del nostro spirito. Lì dove siamo soli con noi stessi eppure stranamente separati da noi stessi, e dov’è più facile, perciò, perderci nel mare magnum dell’indifferenza verso il nostro compito più autentico. C’è poesia e poesia, beninteso, e tutti i modi di fare poesia hanno diritto d’asilo, poiché nel gesto poetico onesto trova espressione sempre un elementare, e salutare, anelito all’umanizzazione, prima e in un certo senso anche al di là di qualsiasi orizzonte d’officina, e di poetica. Anche se su questo occorre intendersi. E occorre vigilare. Per evitare equivoci, lo dico con chiarezza, rifacendomi a una antica, feconda dialettica anceschiana, ogni atto letterario non può che essere “scelta” all’interno di una “situazione”, tecnica al servizio della dimensione iconica del linguaggio… E tuttavia ho motivo di credere che l’altezza di una poesia – e, mutatis mutandis, di ogni creazione artistica – sia determinata per larga parte dall’estensione e dalla qualità dell’esperienza estatica cui essa dà voce. Per me, la poesia degna di questo nome non è soltanto un fenomeno magico-musicale, né un rendiconto in versi di carattere metafisico-morale, più o meno diaristicamente (sentimentalmente) atteggiato. La penso piuttosto, la poesia, come un metodo a-sistematico di conoscenza che insegna ogni volta daccapo come avvicinarsi alla realtà e alla materia che la costituisce dalla parte dell’anima, per così dire. E ogni singola poesia, in questa prospettiva, la leggo in primo luogo come un segno, come il resto riflesso di un banchetto sacrificale che facilita l’incamminamento dello straniero, dell’irriducibile al sé («mi contrappongo a me stesso, mi separo da me stesso» scrive Hölderlin). Credo che all’apice di se stesso, il poeta debba indirizzare tutte le sue migliori facoltà come un intero teso a comprendere il cuore più intimo del mistero. Pochi, ovviamente, sono all’altezza di tale mandato. È ben vero che non tutti quelli che scrivono poesia sono poeti.

 

Massimo Morasso, poeta, saggista, critico e “comunicatore culturale”, come egli stesso si definisce, è nato nel 1964. Laureatosi in Lettere Moderne all’Università di Genova, con una tesi su Rilke traduttore di Michelangelo, ha lavorato come giornalista, consulente editoriale, culturale, organizzatore di eventi e convegni per conto e/o in collaborazione con alcuni dei principali centri culturali della sua città (Centre Galliera, Goethe Institut, Fondazione Mario Novaro, Centro Ricerche Scienze Umane, Festival Internazionale di Poesia), è presente nelle maggiori antologie nazionali di poesia, ha pubblicato, tra gli altri, con Marietti, Raffaelli, Jaca Book. Ha lavorato recentemente alla costituzione della sezione italiana di Plant-for-the-Planet, l’organizzazione internazionale di bambini che si occupa, per conto dell’ONU, di sensibilizzare le generazioni più giovani su una questione di importanza epocale, i mutamenti climatici (www.massimomorasso.it).

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