La verità: una dea puttanesca?

La verità: una dea puttanesca?

 

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Arthur Beecher Carles

Sarà anche l’aria di Natale in una algida e frizzante Catania capricorniana repleta d’orpelli pagani, o sarà una stella cometa annunciatrice vaticinante, o sarà la voce di un aedo massimo – come, chi lo sa?, Joyce o Antonio Bruno – che pennella l’aria di onde sonore che creano chissà quali forme cimatiche che andranno ad immischiarsi in questo etere e in ogni angolo misterioso ed inesplorato di questo universo. O sarà la mia proiezione brachistocronica della poesia musicale del respiro sublimata sotto forma di vocalizzo poetico d’opera, o sarà semplicemente quel principio di volontà di potenza nietzscheano che ha l’odore distruttivo – e quindi nascente – del signore della trimurti orientale dai 108 nomi: Shiva. Ma sta esistendo sempre più una consapevolezza maggiore che va verso la verità. La verità dov’è? La verità è una vera puttana, direbbe Nietzsche. E che puttana! Si struscia con ogni idea, la rasenta, la sfrega, e poi si defila, evanescente com’è. La verità!: incombe? O è decubita sul letto dell’ignoto?

La domanda che una pulsione interiore imprevedibilmente va instillando in qualunque anima è sempre questa: “Dove sta la verità?” Non so se potrò evadere intieramente la domanda attraverso una risposta vera e assoluta, vera e dissoluta(=disciolta), anche perché questo potrebbe implicare lo svuotamento internazionale di conti. Chi può permettersi la verità? È proprio questa l’altra domanda: chi può permettersi la verità? Si può comprare? Non sono bastati milioni di anni di pensiero – sempre sottoposto all’ermeneutica, non solo ricoeuriana, ma anche orfica -, non sono bastati infiniti consessi per arrivare al DEFINITIVO, per arrivare all’ASSOLUTO. Ma essa, esiste. Esiste. Esiste. Sia Nietzsche che Schopenhauer – i quali non vengono “PRATICATI” da nessuno, nemmeno dallo stesso fu ECO, o da E. Severino – arrivarono a sentire e a svelare quel velo davanti agli occhi che viziato dai nostri 5 sensi si ispessisce, fino a bendare ognuno, fino a bendare chiunque rendendolo un moscerino cieco che va a tentoni nel buio, perché non sa, perché non vede: e tenta, tenta, tenta, tenta, Tutto il tempo. Tenta. Tenta. A tal punto che dice: “ci credo?, ma io ci provo”. Se Herman Hesse stabilisce che: “si deve sempre dubitare e sempre domandare”, vivere la vita nel dubbio, non regala la verità. Allora dove diavolo è la verità? La verità è del diavolo? Già, quel velo di maya che dev’essere squarciato: sì, pervenire alla verità significa superare la soggettività dei propri 5 sensi, ed entrare in un’altra dimensione frequenziale, ancora più elevata, e, per questo, ancora più vera. Anche l’amore viene vissuto nel dubbio, non mai nella verità. Forse un mistico come Eckhart, o Sorella Katrei, potrebbero definire l’amore: per amare non si deve esistere più in quanto SOGGETTO. L’Io non deve più esistere, ed è realmente quanto viene asseverato dall’orientale NOBILE OTTUPLICE SENTIERO buddhico che porta dritto dritto, lungo lungo fin verso la verità assoluta: il SAMADHI. Gli occidentali sono così materialmente vivi quanto spiritualmente morti!, è questa la verità, è questa la schiacciante verità! Sono insabbiati nel sentimento, credendolo AMORE, sono insabbiati nella falsità democratica, così tanto disprezzata da Mark Twain, e ancor prima da Hobbes, da De Sade, e dallo stesso Nietzsche, senza arrivare ad Eric Blair: già, già!, quello della “fattoria degli animali”. Oddio!, se ci fosse una costituzione che proietterebbe – come la luce fa con uno specchio – la verità, allora sarà la venuta dell’assoluto! Oddio!, se ci fosse una tavola dei comandamenti divini che venisse riflettuta(=riflessa) direttamente sull’umano, sarebbe e sarà il TOTUM, l’holos, l’assoluto. La vista e la verità: è l’amante giusta per me? E perché dovrebbe esserlo? Solo per soddisfare quel “me”, all’interno del principio di piacere? O al di là del principio di piacere freudiano? In ogni caso, e in maniera assoluta Lacan – a parte il sotto-sovra-scritto -, ha sempre ragione: la follia sta nel credere che noi pensiamo a ciò che stiamo dicendo. Ecco il Samadhi: è quel venir meno di tutto, di tutto, di ogni pensiero, di ogni tradizione, di ogni credenza, di ogni quadro, di ogni parola: è l’orgasmo! Quanto vale? Non lo dirò mai. In fondo, è (solo) (già) Natale!

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