La Via Lattea

La Via Lattea

la via lattea deigo caiazzo

Anteprima

La chiarezza e l’altitudine. La poesia di Diego Caiazzo è qualcosa che rimanda a cose estere, alla poesia anglosassone o tedesca. Sia chiaro che un certo filone di poesia narrativa, quella più pacata e sintomatica di un disagio che però non è mai invettiva – raro in Italia, comunque – ha influito sul poeta. Caiazzo, napoletano, è di quella genia di indigeni della metropoli, ideale capitale del Sud, che sta sottotraccia o alto nei cieli. La sua poesia, come potrete notare fin da subito, si sposta su frequenze che sembrano vicine fra loro, e invece compiono tutto il largo giro delle emozioni e delle pulsioni umane. E queste frequenze l’autore le fa diventare suono a volte sibilante, a volte rombante ma mai oltre le righe.

(dalla prefazione di Franz Krauspenhaar)

*

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Vedo le sue labbra
precipitare lentamente
sulle mie posarvisi
per un breve infinito
dolcezza perfida
di un nanosecondo
mi costringe ad amarla
al di là di ogni male.
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Anche la poesia ha i suoi flutti
come fosse un mare
a volte calmo
a volte mosso
a volte in tempesta
e su di essi
come in un impalpabile surf
viaggiano i ricordi
e i desideri
cercando di non perdere
l’equilibrio
così
instabile come una bugia
mal detta
si offre come
una breve compagna
d’intenso amore.
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L’altro giorno mi sono mancate
le parole
ora le ho tutte ma è tardi
i francesi lo chiamano
esprit d’escalier
lo spirito che torna in sé
quando ormai si è per le scale
e davvero la vita può cambiare
per un’inezia
una parola non detta
un soffio di vento
così la mia vola via
cambia strada
senza nemmeno saperlo
e neanche può perdere tempo
a rallegrarsene
o a dolersene.
*
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*
*
Ieri alla radio ascoltavo
una vecchia canzone francese
que reste-t-il de nos amours?
cantava leggero Charles Trenet
da un tempo lontano
domanda non semplice
ho provato a rispondere
ma invano
in questi giorni i ricordi
sono affievoliti
forse sopraffatti
è intatta solo
la sensazione del corpo
come se vivessi
un’assenza di sentimenti
forse un oblio protettivo
come fossi reduce
da un mancato sterminio
così ho richiamato alla mente
solo i volti
come una galleria
di ritratti antichi
raccontandomi di non esserne
che un casuale visitatore
e ad ognuno di essi
ho scattato una nuova foto
virato seppia
perché abbiano il colore
trapassato
di un dagherrotipo.
*
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Passano gli anni
disordinatamente
desertificando i corpi
di coloro che amiamo
in ognuno di essi
la mano non è più la mano
l’occhio è un altro occhio
incontrandoci è come se
volessero avvertirci
di un qualcosa che ci sfugge
e che sicuramente sfugge
anche a loro stessi
così con discrezione
scrutiamo in essi
la nostra immagine
e ne prendiamo commiato
con lo sgomento di un bacio.

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