“La vita docile” di Maurizio Cucchi, abile carpentiere dell’immagine e della parola.

“La vita docile” di Maurizio Cucchi, abile carpentiere dell’immagine e della parola.

Succede in amore come in tutto il resto. Quel che abbiamo avuto è
niente, è quello che non abbiamo che conta.

Paul Léautaud

 

Così naturale, modesta e tragica, si presenta la vicenda di Pino e Agnese, nati nel lontano 1893. Lui, catanese benestante, studente al Politecnico di Milano, lei, torinese, trasferitasi ancora bambina nel capoluogo lombardo con il fratello Carlo e la madre Anita, vedova orgogliosa e pigra per via di certe dubbie e mal documentate pretese nobiliari. Tommaso, il marito, pugliese di ottima famiglia, già direttore delle Poste, morirà quasi subito lasciandoli in disgrazia.
Questo il contesto, il clima in bianco e nero che, tra l’ultimo bagliore della belle époque e le due guerre mondiali, vedrà nascere un amore incoraggiato, poi reciso, dalle regole sociali in una Milano dove “Il cinema era appena nato” e “… alla Bovisa, c’erano gli stabilimenti della Milano Films, creata alla fine del 1909”.
Una Milano che Maurizio Cucchi, nel suo ultimo libro La vita docile (Ed. Mondadori), esplora con immagini il cui tocco ha tutta la realtà della presa diretta e la dissolvenza del non detto.
“Che buffoni siamo tutti quanti” scriveva cento anni fa Paul Léautad e Maurizio Cucchi sembra accogliere tale provocazione immergendo il lettore tra l’estrema precisione di una scrittura calda ed essenziale e la lucida visione di un mondo in divenire dove i sentimenti e le vicissitudini dei personaggi, città inclusa, non cedono mai al racconto rosa ma, piuttosto, come fa intendere Léauteau, a qualcosa di più vero perché nato dall’esperienza delle vite più normali.
In un lento e meditato susseguirsi di brevissimi capitoli, il lettore partecipa con discrezione alle piccole e grandi vicende del loro amore, tra i giardini pubblici, il cinema Mondial, il Teatro Lirico e un alberghetto “ … discreto, dov’era molto comodo infilarsi. Tanto l’Anita, sapendo che Agnese era con l’ingegnere, faceva finta di niente”.
Poi, la Grande Guerra, Pino soldato e Agnese che, nel 1918, “ …era incinta di quattro mesi”. Ma lo stesso anno, il destino, o meglio le grandi vicende della storia e le non meno grandi regole sociali fatte di interessi e casati più o meno illustri, impongono a Pino un matrimonio, ben più prestigioso di quello sognato, con la contessina Olivia, figlia del conte Graziano Maria Terrail de Revel, figura tra le più importanti dell’ “Osservatore Romano”. E non solo. Nasce una bambina, Tina. Pino e Agnese separati per anni. Pino è padre, ma resta vedovo.
Il resto è storia che Maurizio Cucchi dipana con sapiente orchestrazione dove i luoghi profumano di vita vissuta e i quartieri, le singole case, con i loro nomi o nomignoli, sono impregnati di sguardi e sopravvivenza. Violenza e tenerezza di singole esistenze propense ora alla solitudine, ora ad una bassa, ma pur sempre umana, coralità che aspira ad un riscatto sociale o, tenacemente, ad un mantenimento di privilegi ancora legati al XIX secolo.
Il Novecento incalza. Il cinema è nato da poco, i caffè concerto fanno da sfondo a personaggi mitici quali Petrolini. Ma anche “basse” cascine, ricettacoli di quel sottobosco proletario dove il gioco d’azzardo e i bisogni primari scavano sentieri ai limiti della legge, mentre l’Europa affonda nell’ennesimo conflitto bellico. Milano fatica a mantenere le abitudini: le cose mutano, i quartieri cambiano. Rimangono i nomi, le solite toponomastiche, e l’autore, abile carpentiere dell’immagine e della parola, riedifica per noi, ancora una volta, la “Portascia” “orribile residuo di cascina…” stazionata – come a dire sempre in procinto di dissolversi – “in una zona peraltro centrale e nobilissima, in via dei Cappuccini”; o la “Conca del Naviglio” dove, alla fine dell’Ottocento, avevano costruito l’Albergo Popolare ”… un imponente casone di cinque piani, in cui alloggiava qualche tipetto della mala”.
I capitoli si alternano tra passato e presente, dove si mostra ancora quel dettaglio perso e ritrovato per incanto. L’autore, passeggiatore solitario alla Robert Walser, può annotare: “Mi trovo proprio adesso dov’era quella casa di via Cappellini a Milano dove per qualche tempo Agnese e Pino erano vissuti, sia pure in diversi appartamenti, quando il quartiere era nato da poco, dopo lo smantellamento del Lazzaretto…”. E ancora: “Proseguo poi verso via Lecco, dov’era la casa natale della Tina, e dunque, per qualche tempo, di sua madre Agnese. L’hanno demolita, lì, angolo viale Tunisia, dove passava la ferrovia, sulla sopraelevata, per arrivare alla stazione”.
Autore, testimone oculare, garante del vero, degli infiniti e inarrestabili cambiamenti. Mai giornalistico.
Ma forse è facile per noi rivivere più saggiamente ciò che a loro sfuggiva per inesperienza. Toni, Anita, Olivia, Pino, Agnese, i rispettivi figli, non sono in grado di capire appieno l’eccezionale fermento artistico tra le guerre. Lo stesso Carlo Emilio Gadda, non era solo un ingegnere ma, come dice l’autore, “ben altro”. Un ben altro che Pino non saprà intuire in quel giovane “… ancora più triste, dopo la tremenda esperienza di guerra, per la morte del fratello più giovane di tre anni, Enrico, in un incidente aereo”. Ironico, lo scrittore ingegnere, si rivolgerà a Pino quasi con affettuoso scherno: “Ma Pinìn, te gh’é nanca i barbis, te se propri un fiulètt”.
Nel libro si avverte anche un grande vuoto, abilmente orchestrato, perché tra le immagini fotografiche che intervallano il racconto, quali ad esempio il programma di sala del Teatro Caffè Concerto Morisetti, il Teatro San Giorgi a Catania, la tabella dei prezzi dell’Albergo Diurno Metropolitano sulla Guida Savallo del 1926, o il Cancello di Casa Moneta del 1904 in via Ausonio a Milano, mancano proprio Pino e Agnese, Anita, i figli e la variegata umana corte dei dirimpettai. Pino, anni dopo, coraggiosamente, risalirà le scale fino alla porta di lei, l’Agnese mai dimenticata. L’esito è tutto tra le pagine.
Verrebbe voglia di vederli in qualche scatto fotografico, magari presi in un atteggiamento unico e irripetibile, ma l’autore, abilmente, ci nega questa possibilità che tradirebbe l’intimità di ciò che non si può in alcun modo dire. È anche in questo silenzio, in questa dolce elisione, che nasce la scrittura e la piena riuscita del libro. Le immagini, ben lontane da una qualsivoglia intenzione retorica o di commento, sono anche e soprattutto, apparizioni, novità e stupori da cogliere perché, come scrive Maurizio Cucchi: “E io così l’avevo immaginato”. 

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