Le belledinotte (Giuseppe Goffredo)

Le belledinotte (Giuseppe Goffredo)

 

La rosa necessaria

 

LE BELLEDINOTTE

                                                                              A Paolo

Le belledinotte sono variopinte.
Che bella estate ti sei persa.
Mi hanno detto ti trovi in Lapponia.
Avevi caldo nel cuore
quando spiegavi le cose.
Un fischietto di erba medica fra i denti.
Pensa alle dalie negli orti
quando il sole è al tramonto
e i grilli danno il cambio alle cicale.

Il cuore è leggero come il guscio
di una nave presa per mano.
Gli aghi sembrano serpine nere
come segni incisi sul muro
e l’ascolto è uno zoccolo duro
se galoppa sul dorso della radura.
Il sole sul colle torce
la linea dell’orizzonte e acceca
le canne di stramonio. La gramigna
spacca persino l’asfalto.
I fiumi scorrono nella vallata
con grandi ruote. Le ginocchia
funzionano da pedale.

Passano contrade case cani
e dietro rimane il solco.
Scorre sangue e vino sulle tavole
i tamburi nei campi godono.
Si condisce con la menta
e l’arsenico il cuore e si aspetta
di profilo sulla colonna
con le armi in pugno.

Come un carillon dove più forte
è il rumore e la corda piomba
all’istante a guardare il cielo
mescolato al fetore dei morti.
Di loro nessuno osa accendere
la luce per scoprire il guasto
e possono stare dappertutto
anche su quella panca rossa.

(da Elegie empiriche 1988-1993)

 

Arrivano notizie da una polis naturale, insonne, morente.
Dove è avvenuta l’estate?

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