Libri che rubano il sonno
rubrica a cura di Agata Cardillo
“Col buio me la vedo io” di Anna Mallamo, pubblicato da Einaudi, è un romanzo familiare privo di indulgenze: racconta la famiglia dall’interno, per frammenti, attraverso scene che si susseguono come quadri lungo il percorso accidentato della protagonista, Lucia. A ogni tappa emerge una definizione implicita di cosa sia davvero una famiglia: un sistema di pieni e di vuoti, fatto di gesti minimi e tensioni sotterranee. Silenzi che feriscono, parole trattenute, preferenze dolorose, tavole apparecchiate, gelosie, assenze (dette e non dette), segreti e bugie.
Al centro si trova una costellazione familiare complessa: un padre chiuso nei suoi silenzi, rifugiato in gesti ripetitivi e ossessivi; una madre attraversata da sentimenti estremi, capace di un amore che nutre e insieme nega, segnato da una devozione assoluta per il figlio maschio; un fratello che riversa il proprio disagio sugli altri. Intorno, nonne, zie, amici e figure della città compongono un coro che accompagna Lucia nel suo passaggio decisivo: l’adolescenza.
Siamo nella primavera del 1981, a Reggio Calabria. Lucia ha sedici anni, un’età in cui tutto prende forma e insieme si frantuma: identità, desideri, paure. È il tempo in cui si scopre che la mappa della propria vita è sbagliata e va ridisegnata da capo.
È un romanzo di ferite: tagli, abrasioni, crepe che bruciano e scavano, che fanno ribollire il sangue. Ferite che non si possono coprire, perché nessun cerotto resiste alla rabbia e al dolore che continua a pulsare sotto la pelle.
Ma è anche un romanzo di case e di morti: case che respirano, custodiscono memoria e non possono restare chiuse; morti che continuano a vivere finché qualcuno li ricorda.
Ed è, soprattutto, un romanzo di donne. Non solo perché la voce narrante è femminile, ma perché sono le donne a custodire il sangue, la memoria, i legami. Donne che tengono insieme e allo stesso tempo soffocano, che curano e feriscono, che tramandano un sapere antico fatto di silenzi e resistenze.
Dentro questo universo si apre una storia oscura: Lucia sequestra Rosario, figlio di una famiglia legata alla criminalità, e lo rinchiude nello scantinato della casa della nonna. Un gesto estremo, mosso da un’idea personale e distorta di giustizia, ma anche da un bisogno profondo: fare luce sulla morte misteriosa della zia Rosa, figura amata e rimossa, inghiottita da un silenzio collettivo.
Nel buio della cantina si scontrano bene e male, verità e menzogna, giustizia e vendetta. Ma il romanzo rovescia ogni schema: non è la luce a rivelare, bensì l’oscurità. È nella discesa, nella zona nascosta e rimossa, che Lucia cerca una risposta, affrontando il proprio sangue, la propria storia, la propria eredità.
Intorno, una città ambivalente: luminosa e violenta, sospesa tra bellezza e degrado, attraversata da tensioni sociali e dalla presenza della ’ndrangheta. Una città che osserva e tace, dove tutto è noto e nulla viene detto davvero.
La forza del romanzo risiede anche nella lingua: un impasto vivo di italiano, dialetto ed echi di altre lingue, che restituisce la complessità di un mondo stratificato. E nei nomi, scelti come formule dense di significato: Lucia, luce e buio insieme; Carbone e Cristallo, opposti che si attraggono e si scontrano.
“Col buio me la vedo io” è così un romanzo di trasformazione più che di formazione: una discesa negli inferi personali e familiari, un attraversamento della violenza e della memoria per arrivare a una possibile consapevolezza.
Un libro che racconta il Sud senza cliché, restituendone tutta la complessità, e che pone al centro una domanda radicale: come si convive con il proprio buio?








