Sul foglio (sebbene «Scrivere è un’attività pericolosa») come nella vita, Marilina Giaquinta, fluttua donando ironiche commistioni la cui espressività (rinsaldata dalla conoscenza) è distinta da un respiro sempre libero da rigide impalcature, cadere è «un modo di salvarsi/ e – proprio allora – sentirsi/ scoppiare dentro la gioia/ di essere ancora vivi». Parliamo del più recente libro, “Senza gravità”, pubblicato da “Samuele Editore” di Alessandro Canzian, scortato da una nota di Marco Marangoni. La scrittura (riconoscibilissima) come il ricordo «è una forza che attrae». Il cardine è l’amore (omnicomprensivo), propizio, sferico, che abbraccia sé stesso, immutabile «da qualunque parte lo osservi/ da qualunque direzione lo guardi», sostenuto dalla logica, «non è estranea al sentimento», universale, verso «braccia stellate». Altresì, «dentro un’isola che ha sempre/ un feroce bisogno d’amare/ e del procinto di dire», risalta la cura per la parola, inclusi sillabati e acuti neologismi, quella parola tattile che «ci mette in relazione/ e tramite l’altro da un lato ci modifica e dall’altro/ ci restituisce il senso della nostra identità».
Partiamo dal titolo (perché questo titolo) e qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Senza gravità”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? La parola, (lo chiedo con i tuoi versi) in che modo “ci individua e ci mette in relazione”? In che modo “ci restituisce il senso della nostra identità”?
“Senza gravità” è, per usare un termine cinematografico, il “sequel” di “Scienza d’amore”, la precedente raccolta, cioè prosegue nel tentativo di coniugare scienza e poesia. E questo proposito è già enunciato nell’explicit che precede la raccolta: “compartimentare – e quindi separare, dividere – il campo della scienza da quello della poesia è una artificiosa restrizione che non porta da nessuna parte, anzi porterà, appunto, alla “disintegrazione”. Jaspers su Leonardo filosofo “… tutti gli ambiti separati finiscono per condurre all’assenza di contenuti.” Sono convinta che il processo creativo che conduce alla scoperta scientifica sia simile a quello della creazione poetica. Cito sempre Galileo che, per cercare di sbarcare il lunario, scriveva oroscopi pieni di poesia. Sono altresì convinta che scienza e poesia abbiano la stessa funzione che è quella che il fisico Carlo Rovelli spiega con parole esemplari “Ma questo è la scienza: un’esplorazione di nuovi modi per pensare il mondo. È la capacità che abbiamo di rimettere costantemente in discussione i nostri concetti. È la forza visionaria di un pensiero ribelle e critico capace di modificare le sue stesse basi concettuali, capace di ridisegnare il mondo da zero”. E questo è, per me, la poesia.
Mi chiedi del titolo. É un titolo polisemico: se da una parte allude alla gravità newtoniana, e quindi rimanda alla scienza, dall’altra contiene un indizio sul mio modo di fare poesia, e anche questo lo chiarisco nella nota che precede la raccolta: la poesia non è tagliatina di vene, si possono affrontare temi “gravi”, con ironia e leggerezza calviniana. Ho sempre pensato che l’ironia sia il registro “aulico” per esprimere il dolore, specie se ci riguarda in modo diretto, che non significa “intimo”, ma permeabilità al dolore in ogni sua forma. L’ironia aiuta ad affrontare, senza cedere alla retorica, i temi universali che assillano da sempre il pensiero dell’Uomo: il significato della vita e della sua fine, l’esistenza del divino, l’amore e la relazione con l’altro, il rapporto con la Natura. Quando penso all’ironia, penso a certe serissime opere di Denis Diderot o di Michel de Montaigne, non certo per ὕβϱis, ma solo per rammentare a me stessa che si può essere padri dell’Illuminismo, enciclopedici del pensiero ed esporre le proprie riflessioni con arguzia e vivacità.
Mi chiedi, con una triplice domanda, del linguaggio. La domanda è molto complessa e spero, nella risposta, di non elementarizzare una questione così articolata. L’affronterò dal punto di vista scientifico, quello che mi è più caro e che ritengo idoneo a spiegare i tre “in che modo” della tua domanda. Siamo sistemi complessi, siamo il prodotto di milioni di anni di selezione naturale che ha premiato i caratteri che offrono un vantaggio di sopravvivenza e di riproduzione. Così si spiega quel fenomeno che va sotto il nome di “exaptation”, e cioè quella fase del processo adattativo, durante la quale un carattere che si è evoluto per adempiere una funzione successivamente ne svolge un’altra, del tutto diversa e indipendente dalla precedente. Nel momento in cui Homo smise di essere arboricolo, assunse la postura eretta e divenne bipede divenne altresì una preda più aggredibile da parte delle altre specie, dovendo affrontare un maggiore rischio di soccombenza e, di conseguenza, di estinzione. Per sopravvivere e riprodurre la propria specie non bastava il “fight or flight”, perché spesso le due opzioni non erano percorribili. Non bastava un cervello veloce e dalle dimensioni maggiori rispetto a quello degli altri mammiferi per affrontare le insidie celate in un ambiente ostile e spesso ignoto. Homo, allora, si riunisce e forma le prime comunità: va a caccia in gruppo, come dimostra l’arte rupestre di Lescaux, Chauvet e Altamira, il lavoro viene suddiviso tra i membri della comunità, le migrazioni sono collettive. Ha, però, bisogno di comunicare con gli altri componenti del gruppo, fosse solo per fornire/ricevere informazioni sui predatori ed evitare di finire sbranati o individuare possibili alleanze. Scrive Vittorio Gallese – il neuro scienziato che, come noto, ha fatto parte del team diretto da Giacomo Rizzolatti che, negli anni ‘90, scoprì i neuroni specchio – “Concepire …( omissis) la cognizione sociale come incarnata e situata offre la possibilità di un nuovo approccio neuroscientifico al linguaggio. Infatti, secondo la teoria della “simulazione incarnata”, le strutture neurali che presiedono all’esecuzione dell’azione dovrebbero anche svolgere un ruolo nella comprensione del contenuto semantico delle stesse azioni, quando descritte verbalmente.” Vittorio Gallese sottolinea che numerosi studi di neuroimaging hanno dimostrato che l’elaborazione di materiale linguistico al fine di recuperarne il significato attiva le regioni del sistema motorio congruenti con il contenuto semantico elaborato. E questo per evidenziare la natura sociale del linguaggio che non è solo parola, ma gesto, segno, pittura, vocalizzo fonetico. A quest’ultimo riguardo, l’antropologa cognitiva statunitense Dean Falk ha avanzato una suggestiva e accattivante teoria nota come “Putting the baby down” hypothesis. Come noto, la specie umana è “neotenica” rispetto alle altre specie, cioè, alla nascita, ha bisogno di un lungo periodo di cura e accudimento prima di acquisire l’indipendenza. Le madri primitive per lavorare avevano bisogno di entrambe le mani e non potevano tenere in braccio i loro neonati e quindi erano costrette a poggiarli per terra. Per rassicurare i bambini che lontano dal calore e odore materno, piangevano, le madri hanno cominciato a usare vocalizzazioni melodiche, il cd. baby talk o motherese. Anyway, qualunque spiegazione dell’origine si voglia accogliere, tutte conducono a un’unica comune conclusione: il linguaggio è sociale, nasce per e con la relazione, ci differenzia e quindi, ci individua e ci consente di vivere nella società. Come il mio linguaggio diventi poesia, non so dirti. So che esprimermi in poesia mi viene naturale, come diceva la poetessa svizzera di etnia Jenish Mariella Mehr, so che quando scrivo “prosa”, chi mi legge mi dice che è una prosa poetica, e questo mi consolida nell’idea che il verso mi sia “intraneo”, so che, nel corso del tempo, la mia voce poetica è cambiata perché, come cantava Jovanotti “e non mi basta mai”, so che la poesia mi consente di “pirateggiare” la lingua e “ammiscarla” con tutte le lingue che conosco o addirittura inventarmi una lingua “meticcia”. Consentimi l’ennesima citazione: lo psichiatra scozzese Iain McGilchrist ha scritto: “Ma nella sua logica (in corsivo nel testo, n.d.a.) la lingua non può in alcun modo sfuggire al mondo creato dalla lingua stessa – se non consentendo alla lingua di andare oltre se stessa nella poesia”.
Ad oggi, dove sei stata condotta dalla poesia e qual è stato l’insegnamento?
Dove mi ha condotta la poesia e qual è il suo insegnamento. Mi verrebbe di citare le parole che Dostoevskij mette in bocca a Smerdjakov: “Dalla poesia non ci si cava niente,”… e forse è per questo che non è un prodotto appetito dal mercato. E invece cito ancora Vittorio Gallese:” I poeti vivono e sentono al di sopra delle proprie possibilità.” Forse è questo che mi ha insegnato la poesia, a rischiare, ad andare oltre, a spingere sempre avanti il mio limite, ad assecondare il mio caos, a “spudorarmi” (ho avuto il coraggio di pubblicare i miei “accapo” solo nel 2014 e solo grazie ad Angelo Scandurra che mi ha convinta a farlo).
“dentro un’isola che ha sempre/ un feroce bisogno d’amare”, ancora i tuoi versi per chiedere: le parole bastano alla poesia, la poesia è un destino?
Rilke scriveva: “Un’opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua origine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro.” Ecco, la mia poesia nasce dalla necessità. Se alla poesia bastano le parole? Alla poesia non basta mai niente come alla scienza: si esplorano sempre nuove frontiere, si approfondiscono le intuizioni, si ricercano territori incontaminati e stimoli sempre nuovi. Parafrasando un pensiero di Susan Sontag – che invero scriveva dell’amore – la poesia è accettare di farsi scorticare sapendo che se ne andrà via con la tua pelle. E, come scrive la neurobiologa Marta Paterlini in un bellissimo saggio dal titolo “La pelle che pensa”, citando il De anima di Aristotele: “La nostra prima intelligenza è epidermica. E questa sensibilità primordiale è anche ciò che ci mette a rischio nel mondo, esponendoci all’avventura, alla sofferenza, alla meraviglia”. Questa è la pelle della poesia.
Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori, a riportare tre poesie dal tuo libro “Senza gravità”; e di queste scegline una per condurci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere (nel contesto del libro che l’accoglie).
Trascrivo le tre poesie che mi hai chiesto: è evidente che leggo molta scienza e che questa ha ispirato quasi tutte le mie due ultime raccolte (l’altra mia passione è la filosofia). Scrivo dapprima a penna su un foglio, quello che in quel momento ho a portata di mano, aspetto il giorno dopo la stesura e riporto quello che ho scritto su supporto elettronico, molto spesso lo smartphone. Mentre lo faccio, correggo, taglio, aggiungo e poi lo lascio decantare. Spesso passa molto tempo prima che io riprenda la scrittura, e, in quel tempo, la leggo sempre a voce alta, per verificare “se suona”. Devo dire che ho l’ossessione ricorsiva, il tormento viscerale e i miei “accapo” sono sottoposti a modifiche fino a quando non si arriva al “visto si stampi”.
POEMETTO DEL SOPRAVVISSUTO AMORE
Poi dicono che le pietre non parlano!
Un geologo statunitense passando
per una strada regionale
che attraversa una gola calcarea
dalle parti di Gubbio
notò qualcosa nella stratigrafia
della parete rocciosa.
E, dall’analisi degli strati di roccia,
intuì che 66 milioni di anni fa
era accaduto un evento sconvolgente
in grado di provocare l’estinzione di massa
dei tre quarti di tutte le specie viventi
sulla Terra in un intervallo di tempo flash
e che stecchì – tra gli altri –
dinosauri pterosauri e mosasauri.
Per fortuna, calcolarono altresì
che l’evento accade una volta
ogni cinquecento milioni di anni
(insomma possiamo schiattare in pace
nei modi tradizionali che conosciamo).
I paleodetective dalle analisi cliniche
svolte successivamente riscontrarono
una concentrazione elevata di iridio
elemento molto raro sulla Terra.
Quindi conclusero che il sistema solare
(che è solito scagliare sulla terra
tutto il materiale che ritiene inutile
insomma spiccia casa)
quella volta aveva sganciato
un asteroide che il papà dello scopritore
(chi è quel padre che non aiuta il proprio figlio
specie se ha vinto un Nobel per la Fisica)
calcolò del diametro di dieci chilometri
con una velocità di circa 80 mila chilometri orari
(dovremmo installare gli autovelox nello spazio)
che aveva prodotto un cratere
dal diametro di 190 chilometri
e una profondità di 40 chilometri.
Che padre e figlio avessero ragione
(chilometro più chilometro meno)
lo testimonia la scoperta di un cratere
nella penisola dello Yucatàn.
E visto che nessuno ha provveduto a battezzarlo
chiameremo l’asteroide SMINKIATOR ONE.
Sminkiator One sfrecciò nell’atmosfera
percorrendo 15/16 chilometri al secondo.
La collisione provocò terremoti cento volte
più violenti di quelli che conosciamo
uno tsunami con onde alte più di 200 metri
e l’esplosione spianò tutto fino a 200 km.
L’enorme massa di roccia emessa dal cratere
fu scagliata in tutte le direzioni
il pennacchio generato dall’impatto
svommicò materiali eiettati a una velocità
superiore a quella che occorre
per sfuggire alla forza gravitazionale
superò l’atmosfera e quando ricadde
migliaia di miliardi di meteore incandescenti
ricoprirono tutto il globo terrestre.
La temperatura dell’atmosfera
raggiunse i 250 gradi.
(attipo quando fate le patate al forno)
Nonostante tutta questa grigliata cosmica,
alcune specie ce l’hanno fatta
e tra questi anche noi umani.
Se però l’asteroide Sminkiator One
fosse caduto un po’ più in là
( chessò dentro l’Oceano )
i Dinosauri starebbero ancora scorrazzando
peri peri attipo movida e noi saremmo diventati
pasto facile di predatori che non andavano
tanto per il sottile quando i borborigmi intestinali
rintronavano e trumbloliavano le foreste.
Capisci perché averti conosciuto
è davvero un miracolo cosmico?
Se Sminkiator One non avesse arrostito la Terra
non ci sarebbero stati gli “Homo”
in tutta la loro varietà evolutiva
e noi non staremmo qui ad amarci.
E quando per la prima volta mi hai baciata
( e quando ogni prima volta mi baci )
io capisco cosa significa
essere colpiti da un asteroide
anzi io stessa medesima mi sento asteroide
che si stramazza sulla Terra attipo kamikaze
lapilli incandescenti e avvampanti
che bloblottano sfumazzanti
e pirateria fanno della mia anatomia
bucanieri arrembanti e corsareggianti
scorribandano e mi rostrano fenici
e abbordaggio fanno delle mie sponde
e mi chigliano e mi carenano
e mi maremotano e sangue pazzo addivento
e mi subbugliano tutti gli spiriti animali cartesiani
che stornano e ritornano e mi scontornano
e saliscendono dentro di me
alla faccia di quel perforatore crateriògeno
e spumazzante di Sminchiator One.
*
DI DARWIN E DELLE ORCHIDEE RARE
Proprio poco prima di ultimare l’opera
che aveva scritto sulle orchidee
e sulla loro fecondazione
da parte degli insetti
(quando si dice il destino)
Darwin ricevette un esemplare
di orchidea cometa
i cui organi di impollinazione
raggiungevano livelli
che lo lasciarono stupefatto:
un nettario di quasi 30 centimetri.
Darwin scopri allora che i fiori
di questa pianta molto rara
producevano un nettare sì prelibato
che però si accumulava
negli ultimi quattro centimetri
di uno sperone verde frustiforme
(lungo appunto circa 30 centimetri)
situato al di sotto dei petali del fiore.
Darwin non aveva mai visto
un nettario così lungo
in nessun’altra orchidea
( e dire che Darwin era tra l’altro
un botanico esperto
che poco più che ventenne
si era imbarcato sulla Beagle
per raccogliere e campionare
flora e fauna in giro per il mondo
riuscendo a superare
(e a tornare incolume a casa)
tempeste violentissime
e il crollo psichico del capitano
(che però si riprese e lo portò
alle Galapagos prima di fare ritorno)
e ad accumulare più di 5400 esemplari
tra piante animali e fossili.
Darwin si convinse che nel Madagascar
dovessero esistere falene gigantesche
la cui proboscide si adattava a quel fiore.
E il motivo era molto semplice:
Darwin confidava nella capacità
della selezione naturale
di produrre organismi estremi.
A distanza di quarantun’anni
dalla sua previsione, in Madagascar
è stata scoperta proprio la farfalla
che Darwin aveva presunto esistere.
E più di un secolo dopo
studi approfonditi hanno dimostrato
che nelle piante con speroni fiorali
più lunghi la dispersione del polline
per mezzo di falene con spiritrombe
molto lunghe è più efficace
perché quelle varietà di piante
risultano favorite dalla selezione naturale.
Quindi fate come Darwin:
quando vi imbattete
in qualcosa o in qualcuno
che vi sembra strano o diverso
perché non l’avete mai visto
e pensate che sia un’eccezione
che conferma la vostra regola
e cioè quello a cui siete abituati
non meravigliatevi che esista
non evitatelo perché non vi somiglia
cercate di comprenderne il valore
cercate di capirne la diversità
cercate di apprezzarne la singolarità
potrebbe nascondere una bellezza rara
come quella dell’orchidea cometa
che perdereste per sempre
se non vi fermaste ad ammirarla.
*
DELLE TALPE E DEL VEDERE CIECO
La talpa dal muso stellato
è un minuscolo mammifero
il cui naso è circondato
da tentacoli rosa e carnosi.
È una delle creature più bizzarre
tra quelle comparse sulla Terra.
Ma la caratteristica più bizzarra
è la stella che ha sul muso
che nessun altro mammifero ha.
La stella non serve per annusare:
i recettori olfattivi si trovano
nella cavità nasale proprio come i nostri.
Sono invece recettori tattili.
Ci sono 112 mila fibre nervose
che trasportano l’informazione tattile
dalla stella al cervello della talpa.
Per capire: una mano contiene in media
circa 17 mila fibre nervose
dedicate al tatto ma la talpa
ne ha sei volte di più
e tutte concentrate in un’area
delle dimensioni di un polpastrello.
Le talpe dal muso stellato hanno
l’organo tattile più sensibile
di tutte le creature del pianeta.
La stella è composta da 22 appendici
e ogni appendice è un’unità a sé stante.
Insomma i movimenti della stella
sono simili a quelli degli occhi.
Pare che la talpa dal muso a stella
sia la prova vivente che l’evoluzione
crei nuove forme modificando
lo sviluppo di quelle vecchie
a condizione che ogni nuova versione
funzioni con la massima efficienza.
Insomma l’evoluzione
replica parte di se stessa.
Per questo dovremo usare le mani
per vederci dovremo chiudere
gli occhi per cercarci dovremo
usare il buio per scorgerci
dentro le nostre braccia stellate.
(la versione ridotta di questa recensione-intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 27.04.2026, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).









