Il poeta scrive perché non può tacere quello che ‘non sa’ di dovere dire.

Il poeta scrive perché non può tacere quello che ‘non sa’ di dovere dire.

“E il tuo grido quel giorno al tramonto? / Come una gola azzurra di colomba / il golfo palpitava, trasmutando / dal blu cobalto al verde acquamarina. / Sul mare traboccava da un braciere / d’oro una lenta colata di lava”. Versi (come pennellate) per introdurre l’intervista al poeta Corrado Calabrò, scelti dal libro Mare di Luna, “Il Convivio Editore”, del quale riportiamo uno stralcio dalla  nota di Giuseppe Manitta: “La poesia di Corrado Calabrò ha suscitato, sin dai suoi esordi tra gli anni sessanta e settanta del ‘900, un costante interesse. In essa esiste una variabilità di motivi, seguendo un criterio diacronico, ma è altrettanto vero che per Calabrò alcuni di essi sono diventati paradigmi, costanti reflussi di un conscio-inconscio che continuamente emerge nella scrittura. Un dato ponderabile ha messo tutti d’accordo, almeno sulla presenza tematica, ovvero l’incidenza di alcune figure essenziali: il mare, la luna e la donna. In “Mare di luna” si pubblicano alcuni testi che stilisticamente possiamo definire “marcati”, cioè si tratta di componimenti che, rispetto alla restante produzione del poeta, hanno come caratteristica più evidente la struttura poematica lunga. Bisogna, tuttavia, costantemente considerare che nella originalità stilistica di questi ritroviamo i temi e i simboli della scrittura dell’autore”.

Qual è il ricordo legato alla sua prima poesia?

Sono nato sulla riva del mare. Avevamo una casa di villeggiatura a Bocale (ch’è solo a quindici chilometri da Reggio Calabria, ma che allora sembrava Macondo), al bordo della spiaggia. In autunno, con le mareggiate, le onde giungevano fino alla soglia di pietra e la smuovevano. Uscivo in mare, di notte, coi pescatori; di giorno, con la barca a vela. Passavano al largo le navi che attraversavano lo Stretto di Messina e piano piano s’allontanavano fino a venire ingoiate dalla distesa liquida. Avrei voluto seguirle, a nuoto o in barca, fino a veder aprirsi dinanzi a me un nuovo orizzonte. Con un tocco alla barra o alla vela si schiudeva dinanzi a me un’altra rotta. È questa una sensazione che il mare mi lascia dentro da sempre: la possibilità, l’impulso a sfuggire al condizionamento delle strade (ferrate o asfaltate) terrestri, l’aspirazione a inoltrarmi in una dimensione inesplorata. Lo stesso impulso che, proprio in quell’epoca, sui 15 anni, m’indusse a scrivere le prime poesie.

Quali i poeti (e, più in generale, gli autori) significativi per la sua formazione?

Non so se ho avuto davvero dei maestri; non ho imitato consapevolmente nessuno. I  nostri maestri sono i grandi poeti, i veggenti ciechi che ci indicano la direzione da seguire, i segni propizi al dire che va oltre. Ma il poeta nasce tale, non lo diventa, e quindi è in ampia misura guidato dall’istinto nel suo instancabile tentativo di reinvenzione, di rigenerazione della parola. Ho avuto degli amori forti; più d’uno. E quando si ama basta un sguardo perché un’immagine di bellezza ti si stampi nell’anima. Tra i più intensi (e chiamatemi pure passatista): i lirici e i tragici greci; Omero, Ovidio, Giovenale, Dante, Petrarca, Shakespeare, Ariosto, Tasso, Leopardi, Foscolo, Baudelaire, D’Annunzio (quando tutti si guardavano bene dal menzionarlo), García Lorca, Rilke, Eliot, Ungaretti, Quasimodo, Montale (meno). Ma hanno segnato la mia strada anche Platone, Machiavelli, Nietzsche, Kafka, perché mi hanno fatto capire la valenza del non finito. Ho letto e leggo, naturalmente, molti altri poeti (e tra essi tanti contemporanei), con maggiore o minor piacere o almeno con interesse, ma raramente mi hanno lasciato un segno dentro. Ma voglio aggiungere che io non so se sarei riuscito a sentire, come sento, la poesia se, tra i dieci e i venti anni, non avessi letto, e in parte imparato a memoria, tutti i più grandi poeti italiani e francesi (compreso Corneille). Ho detto: imparato a memoria. La bellezza e la forza evocativa di una vera poesia si coglie solo alla quarta, quinta lettura. Ma nessuno arriva alla seconda lettura se non è già attraente alla prima. Allora, se è una vera poesia ti ritornerà irresistibilmente nella mente, come il canto delle Sirene. Quanto male hanno fatto questi anni di antipoeticità al gusto della poesia! Ci hanno forse preservati dalla retorica, ma ci hanno inculcato la fumisteria, la vacuità, l’insignificanza. Lo studio non è tutto; ci sono doti istintive e c’è l’intuito, che non è di tutti. Ma nemmeno Mozart, che componeva a cinque anni, sarebbe stato quel che è stato  se non avesse assimilato tanta musica di alto livello già nei primi anni di vita.

Qual è – nell’arco della giornata – il momento ideale per dedicarsi alla poesia (o, più genericamente, alla scrittura)?

Non programmo mai la poesia. «Il primo verso è sempre un dono degli dei» ha scritto Paul Valéry (ch’eppure non era un romantico). La suggestione poetica viene a visitarci come il primo imprinting dell’amore. La poesia è una musa ritrosa; non va incalzata come un animale da stanare ma corteggiata con mille piccole invenzioni. «Ogni testo poetico è di fatto innervato da una rete di microeventi linguistici involontari e spesso subliminali» che risentono degli apporti del pensiero notturno, come giustamente notava Giovanni Raboni. E «ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere» dichiarava Borges. È bene fare come i naviganti a vela di una volta. Avevano una rotta da seguire e bussola e sestante per orientarsi; ma quando il vento li trasportava un po’ fuori rotta lo assecondavano: è così che sono venute le più grandi scoperte geografiche, per serendipity, ossia interrogando il caso. Serendipity, una scoperta inattesa e straordinariamente importante che va al di là dell’obiettivo della nostra ricerca: Cristoforo Colombo che cercava un’altra via per le Indie e trovò invece un nuovo, enorme, ricchissimo continente. La poesia non nasce da un progetto a freddo, come quel profluvio di vacue astruserie, di  nonsense che passano chez nous per écriture automatique. Poesia non si fa con i conati dell’ego; la poesia ha o non ha una sua (propria e necessaria) scansione interiore. La poesia non si fa come le parole crociate. Ho avuto la mia serendipity più volte, in particolare una notte di settembre di otto anni fa. Non riuscivo a dormire; così verso le quattro e mezza, mi sono alzato e sono uscito sul grande terrazzo dalla mia casa di Frascati. Sopra di me si stendeva, a tutta campata, il cielo stellato. Un pensiero mi ha attraversato la mente: se la luce del giorno durasse 24 ore su 24 noi potremmo credere che l’Universo sia circoscritto a questo pianeta terracqueo sul quale si svolge la nostra vita quotidiana. È solo quando la luce del sole si spegne che il cielo stellato ci dà una qualche percezione dell’immensità dell’Universo. Rientrai, e per tre giorni di seguito, senza togliermi il pigiama, senza farmi la barba, composi il poemetto Roaming: 602 versi evocatori della condizione del nostro pianeta nel cosmo; una condizione precaria, benché non ce ne rendiamo conto, perché dipende da una molteplicità di fortunati fattori fortuiti. Così il poemetto conclude con questi versi, ispirati da una frase di Senofonte[1]: “Sotto stupite stelle / si smarrisce per noi la distinzione / tra provenienza e destinazione”. Seicentodue versi affioranti non so da dove. Versi che solo alla seconda/terza lettura ho riconosciuto come miei, come scaturenti da un’incubazione che durava forse da cinquant’anni. Seicentodue versi, né uno in più né uno di meno; quando la pulsione è cessata ho deposto la penna. Nei giorni successivi li ho ripuliti, ritoccati qua e là, ma sostanzialmente tutto quel poema, Roaming, era scaturito di getto. Roaming forma il corpo centrale di “Mare di luna”. È un poema su una materia – la fisica, l’astrofisica – che nessuno, da Lucrezio in poi, da 2000 anni in qua, aveva fatto oggetto di poesia. Io amo l’astrofisica, fin da quando ero ragazzo; ma ho scritto – ho “dovuto” scrivere – su questo argomento un poema di 602 versi in uno stato di semicoscienza, quasi di sonnambulismo.

Qual è la sua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Emily Dickinson affermava che “il poeta è colui che distilla un senso sorprendente da ordinari significati”. E per Blanchot “scrivere è portare in superficie il senso assente”. Sì, è così. Accade come in amore. Quanti ragazzi hanno guardato quella ragazza senza vedere in lei nulla di più delle altre? Poi un ragazzo s’innamora e vede in lei una bellezza che nessun altro ha visto. La poesia, l’arte fanno lo stesso. È come il fiammifero di Prévert. Ricorda quella poesia di Prévert, Tre fiammiferi accesi nella notte? Un innamorato al buio su un ponte sulla Senna, accende tre fiammiferi: uno per vedere gli occhi, uno per vedere la bocca, un terzo per vedere il volto tutto intero della sua ragazza. La poesia è un interruttore, un commutatore di banda, che fa sì che appaia sul nostro schermo interiore qualcosa che avevamo sotto gli occhi e che guardavamo senza vedere. Un trasalimento dell’anima che sposta un po’ più in là il nostro orizzonte mentale, o così ci piace credere; quand’anche piccolo come quello della formica che s’inerpica su una zolla per ampliare il suo campo visivo. Funzione della poesia è rivelarci – foss’anche nella cosa più insignificante – un aspetto non percepito. Ci rivela di più Neruda con la sua poesia sulla cipolla che molte dissertazioni sociopolitiche, e anche religiose. La poesia asporta la cateratta dell’abitudinarietà: un intervento oculistico di chirurgia estetica che ci apre gli occhi. La poesia è una navigazione, ma dentro di noi, dentro la nostra anima, dentro la nostra capacità d’intendere. E la nostra coscienza non è meno grande del mondo; coincide col mondo che riusciamo a percepire. La poesia è una lente dell’ultravisibile. Il poeta ha una doppia vista: quella del quotidiano e quella dell’ultraquotidianietà. Sì, a volte – in un momento felice che ha del magico – un’immagine, una percezione, un’intuizione si stacca dal film travolgente del quotidiano e s’impone all’attenzione con una suggestione imprecisabile, condensando in sé un significato che ci conquista come una rivelazione, tanto da diventa un’immagine, una percezione, un’intuizione sovradeterminata: un orizzonte di significato è stato superato. Ma non basta che il poeta veda. Una combinazione di parole diventa poesia quando il poeta riesce a comunicare ad altri lo stupore della sua piccola scoperta. Raggiunge il suo risultato quando l’emozione, la percezione del poeta si rigenerano – non per comunicazione diretta, per risonanza – nel lettore, nell’ascoltatore.

In che misura una poesia ‘somiglia’ al poeta che l’ha scritta?

“Autobiografia? Certo, ma non la mia” potrei dire arieggiando Pessoa. Se non attinge dalla vita la poesia non è autentica. «I versi non nascono gli uni dagli altri. La poesia per poeti non esiste. Non c’è che una poesia per i poeti: la vita. I versi nascono dalla vita, non da altri versi »: sono parole di V. Shalàmov. I poetanti, i letterati a una dimensione che si riconoscono solo in un certo tipo di letteratura e che coltivano un’impoverita rappresentazione della realtà sono come i Koala che si nutrono esclusivamente di foglie di eucalipto, o i Panda che mangiano solo canne di bambù: specie destinate a debilitarsi e intorpidirsi col depauperamento del valore nutritivo del loro alimento. «Il vero poeta sa di terra», diceva Goethe; di terra, di mare, di voglia d’oceano, d’illimite.  La poesia attraversa il vissuto e ne porta i segni e le cicatrici (le porte della comprensione sono l’amore e il dolore). Ma tende ad andare oltre, medianicamente, come nell’evocazione di presenze inafferrabili e che pure ci parlano. Il poeta scrive perché non può tacere quello che non sa di dovere dire. Innegabilmente la mia poesia dice il mio vissuto, ma lo dice in un modo in cui nessuna autobiografia avrebbe saputo dirlo. Lo dice, tra l’altro, immedesimando la mia esperienza di vita nella natura, immergendola nel mare, affidandola al vento e… all’amore. All’amore raggiunto e afflosciatosi col cadere del vento, all’amore inseguito e non raggiunto, all’amore non cercato e trovato per un dono di Venere. C’è poi la vita non vissuta che si protende e si sovrappone a quella (che crediamo) vissuta. “Il poeta vive una doppia vita, una reale e una non vita che è rivolta all’oltre[2]”. “Della vita che si sceglie di non vivere/non ci si libera così facilmente[3]”. Io vivo da oltre cinquant’anni a Roma, ch’è una città meravigliosa. Ma ogni mattina, quando appena sveglio apro le imposte, avverto un senso di privazione. Ancora assonnato, ogni mattina non mi rendo conto sul momento di cosa mi manchi. Solo un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, quel mare che vedevo da ogni finestra della mia casa nativa. “È la mia vita non vissuta che s’affaccia[4]”.

La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica?

La poesia trascorre come un’ala; per catturarla al volo occorre una tecnica raffinata. Non si può cogliere il senso di una visione poetica scisso dal suo modo di porgersi, come, nel football, non si può cogliere una palla al volo in un attimo diverso da quello del suo impatto e se non con quell’atteggiamento dinamico di tutto il corpo, con quella giusta torsione del piede (quella e quella sola) che indirizzi il tiro in modo appropriato. Ma guai a scambiare i pur indispensabili esercizi preparatori con l’opera poetica. Sarebbe come scambiare la ginnastica preparatoria e il palleggio di riscaldamento di un calciatore con la partita, ch’è tutt’altra cosa ed è tutta da giocare. Può darsi che l’ottimo palleggiatore, in perfetta forma fisica, in tutta la partita non faccia un assist o un tiro in porta degni di questo nome. Nella poesia si condensa, si sublima tutto quello che il poeta ha dentro e – ancor più – quello che non sapeva di aver dentro. Come un’azione fulminante, un dribbling inventato surplace,  una rovesciata, un tiro in porta da posizione impossibile che il pur bravo ed esercitato calciatore non sapeva di avere nel suo repertorio. Il poeta si esercita, si cimenta, si predispone, si allena, fa laboratorio e ricerca. Ma ho imparato che il lungo lavoro di sperimentazione, di esercizio, ci serve semplicemente per essere pronti in quell’attimo, in quella fase che è stata definita d’avantesto, cioè la fase di gestazione del testo, in cui ci troviamo in uno stato d’attesa, d’incubazione di qualcosa che preme oscuramente a livello subliminale, preme per prendere forma. Accade quando accade, se accade.

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Quando mi sembra di essere riuscito a fissare in un verso quel lampo di bellezza che mi ha abbagliato provo una gioia intensa. Poi c’è tutto un lavoro di limatura, di bulino, per rifinire, pulire, fissare meglio i versi scaturiti medianicamente. Quando avverto che ogni ulteriore ritocco altererebbe la poesia, mi fermo. La poesia, quella poesia, è definita. Ma resta sempre un divario tra la bellezza intravista e la nostra capacità di rappresentarla. Rileggendo quei versi a distanza di tempo, mi viene il sospetto di non essere riuscito a trasmettere (nel modo evocativo, allusivo, ipertestuale, proprio della comunicazione poetica) quello che ho sentito così fortemente. Mi sorge il dubbio che non sia del tutto inaspettato quello zampillo d’acqua vergine scaturito dalla roccia per un tocco di bacchetta magica; che ci sia del convenzionale nel suo porgersi. Così com’è per convenzione che riteniamo che l’ostia ci rievochi il mistero dell’eucarestia. Comunque la poesia, la musica, la pittura non possono e non devono dire tutto; devono suggerirci qualcosa che noi integriamo nel nostro udito interiore. «L’incompiuto è spesso più efficace della compiutezza. L’incompiuto come mezzo di seduzione artistica…» (Nietzsche). L’alήqeia resta sempre a metà.

La poesia può (e se può in che modo) restituire ‘purezza’ alla parola?

Noi conosciamo attraverso le parole. Gli psicologi ritengono verosimile che la coscienza (facoltà esclusiva della specie umana) si sia evoluta per selezione naturale a partire dal momento in cui l’uomo ha cominciato a sviluppare il linguaggio. E i neurobiologi hanno riscontrato che la nostra mente ha una natura linguistica e che il nostro pensiero dipende dal linguaggio, il quale addirittura conforma la struttura del nostro cervello, nelle sinapsi, secondo la sintassi[5]. Il che significa che siamo noi stessi, con le parole che facciamo nostre, a sviluppare la capacità di comprendere. In altri termini, che facciamo entrare il mondo dentro di noi! Ma dai tempi di Omero, di Dante, di Shakespeare, la parola ha subito un irrecuperabile processo di designificazione. È difficile, improbabile il ritorno a un’epoca antecedente la separazione tra le parole e le cose; tanti, troppi anni di schematismo mentale, di sterili esercitazioni a vuoto, di Cábala, di uso ed abuso corrente della parola, hanno artefatto, devitalizzato i nostri sensori. La fiducia nella parola rivelatrice è scossa irreparabilmente. Così per le idee, per la verità trascendente come per l’intuizione estetica.

Per converso siamo sommersi da un fiume di parole e le innovazioni tecnologiche moltiplicano e sovrappongono flussi su flussi. Uno degli aspetti moderni del caos è la logorrea della società contemporanea. Logorrea orale e scritta. Eppure, in tanta sovrabbondanza, il bisogno della poesia, della scrittura poetica, nasce, paradossalmente, da una carenza di linguaggio. Accanirsi letterariamente sul linguaggio ne anemizza la vitalità espressiva. Un linguaggio fine a se stesso, un linguaggio ripiegato su se stesso avvizzisce sé e con esso le nostre strutture mentali, come un dente cui sia stato necrotizzato il nervo. Non esistono (non esistono più) parole vergini; e, se esistono, la seconda volta che vengono pronunciate la loro verginità è smagata. Dobbiamo accostumarci alla marmellata verbale, alla comunicazione banale, insignificante? Non ci resta che rassegnarci  alla dequalificazione della parola, a un’epifania televisiva, o altrimenti al silenzio rinunciatario, all’afasia? Esprimere l’indicibile è impossibile e al tempo stesso irrinunciabile, per qualche ragione che ci sfugge, come gli alpinisti non sanno rinunciare a scalare le vette più alte, perfino ad altezze proibitive. In poesia, come nella mistica religiosa, alla scala di Jacob si tende ad aggiungere sempre nuovi scalini in funzione del desiderio di salire. Un desiderio inesauribile, come quello che spinge a scalare l’Himalaya, il K2, persino senza bombole d’ossigeno. Lo stesso desiderio che spinge ai voli interplanetari. Ma non esistono espressioni musicali di una sola nota; ci vuole un accordo. Il poeta adopera le parole che sono il mezzo più usato, più abusato, più sciupato dall’uso quotidiano. E tuttavia, a volte, una combinazione di parole reinvergina il significato, da una valenza ulteriore a un’espressione. Ma non dev’essere una combinazione artificiosa, una fumisteria, una finzione cerebraloide come gli abiti nuovi dell’Imperatore. Qualsiasi espressione (perché di un’espressione non può farsi a meno) è un atto estetico solo in quanto ci rechi il messaggio che inconsapevolmente attendevamo. In cosa consiste questo messaggio? Consiste, è racchiuso – come accade nei sogni -, nel preannuncio, nella premonizione di un’imminente rivelazione. Se una frase musicale, un verso, un tratto di pennello non ci fanno sentire che stanno per dirci qualcosa, che alludono, preludono a un arcano disvelamento (e non importa poi che la rivelazione venga continuamente rinviata), essi non inducono a quella levitazione del preconscio, non provocano quel palpito dell’avvento, che sono la connotazione, le stimmate della (ri)creazione artistica. E non c’è creazione artistica, non c’è poesia senza ispirazione. Capisco che chi non ha conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio dentro di sé (εν-θεóς), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone, neghi la realtà dell’ispirazione, la ritenga una mistificazione. Ma è come negare la realtà degli ultrasuoni perché l’orecchio umano non li sente. No, la poesia non è la fabbricazione del nulla, non è il vuoto spinto, e i critici non hanno la funzione di controllare il traffico delle mosche, come certe correnti letterarie asfittiche hanno voluto farci credere nel lungo periodo di glaciazione della cultura  (J. P. Aron) che abbiano attraversato. “Conosco facendo” diceva Giambattista Vico. E il primo significato di πоιέω è proprio fare. “Nelle scienze si cerca di dire in un modo che sia capito da tutti qualcosa che nessuno sapeva. Nella poesia è esattamente l’opposto”, osservava sarcasticamente il grande fisico Paul Dirac. È vero, non si può rinunciare al linguaggio; ma a un linguaggio che si alimenti di conoscenza e ne sia tramite. La poesia non parla col linguaggio della scienza, ma deve dire, suggerire, qualcosa che ci protenda oltre noi stessi. Una poesia senza messaggio è fatua, derisoria e al tempo stesso pretenziosa fino alla megalomania, come l’imperatore della fiaba di Andersen che se ne andava in corteo in mutande a farsi riverire e ammirare dai suoi sudditi, convinto di essere rivestito sontuosamente da un abito visibile solo dagli intelligenti. È ancora più insignificante delle migliaia di (dis)informazioni che scorrono ininterrottamente sul video dei nostri terminali e che scompaiono senza lasciare traccia. È la forma estrema del cerebralismo impotente e tuttavia in preda a delirio di onnipotenza perché vorrebbe con una parola – una parola qualsiasi ma uscita da quel cervello superiore – ricreare il mondo.

Attenzione, però! La poesia non tollera un messaggio voluto. La comunicazione poetica è intuitiva, non discorsiva, non concettuale. Dice un vecchio proverbio arabo che chi non capisce uno sguardo non capirà mille parole. Ai primordi del senso artistico si trova innanzitutto la gioia di capire ciò che un altro vuol dire, d’immedesimarsi nella sua mentalità, più che nelle sue parole. La morale, l’antimorale, il sarcasmo  (Marziale, Cecco Angiolieri, Pietro Aretino, François Villon), il mito (Pindaro, i tragici greci), il patriottismo (Foscolo), il pacifismo, la guerra e l’avventura (Omero, Ariosto, Tasso), la religione (i salmi di David, Jacopone da Todi, Dante, il Dante di Vergine e madre), la fisica (Lucrezio), l’umorismo, la satira (lo stesso Ariosto, Orazio, Giovenale), la parodia (Pulci), l’ecologia, le competizioni sportive (Pindaro), l’agricoltura e la pastorizia (Esiodo, Virgilio), l’amore, l’amore, l’amore, possono fornire al poeta la spinta affinché non si confini nell’autismo, nel compiacimento di sé; possono fare da supporto passionale al suo bisogno di dire. La poesia (al pari della scienza e della stessa religione), per rarefatta che sia, non può restare confinata in un limbo d’incomunicabilità, di reciproca inaccettazione. Hölderlin dice a proposito del mistero della vicinanza che il poeta tiene in serbo: Ma non lo conserva facilmente da solo,/ e volentieri si accompagna, perché aiutino / a comprendere, agli altri, un poeta. Il poeta propone il suo sciogli-enigma a chi gli s’accosta; e, come il celebrante del Mistero, dice dei suoi versi: «Prendete e mangiatene tutti». No, non c’è trasferimento da un soggetto all’altro di parole-verbo e nemmeno di concetti o di convinzioni impacchettati; quel che può verificarsi, quello che conta, è entrare in sintonia sulla stessa lunghezza d’onda: solo così l’espressione trasmessa può tramutarsi in quell’ondulazione di pensiero del ricevente che genera la comprensione. La nostra psiche è usualmente attestata a un livello prepoetico, piallato dall’abitudinarietà; un livello nel quale la visione poetica latita come mera virtualità. Ma quando, in condizioni appropriate, un impulso giunge ad eccitarla, la virtualità si trasforma in un’intuizione poetica effettiva. Nelle nature più dotate l’impulso può provenire dallo stimolo più casuale; nelle altre (e in tutte) è indotto da una determinata combinazione di segni espressivi che risulti felicemente appropriata alla capacità recettiva del potenziale destinatario, un po’ come una lente adattata dall’ottico all’occhio del cliente dalla vista difettosa. In quel caso, in quel momento, si produce una fluttuazione che porta a un salto di livello, a uno sbalzo di percezione che ci fa vedere qualcosa che gravitava oscuramente sul nostro preconscio: un’onda emozionale-intellettiva si rapprende in un’immagine. La vera poesia comunica prima ancora di essere capita (T. S. Eliot) e il poeta non deve (o deve far credere di non) sapere quello che dice. Ma non per questo la poesia può essere un bluff. La poesia è un enigma (non l’enigma di un enigma) che, una volta assimilato nella sua anticonvenzionalità, scioglie lentamente nella mente del recettore la soluzione indotta (non direttamente trasmessa e tanto meno imposta). È così ch’essa produce nel recettore quella vibrazione interiore che trasforma la ricezione in consonanza.  La poesia non comunica in modo diretto, non fa esposizioni o ragionamenti. La poesia illumina con un flash, la poesia ci rivela qualcosa che guardavamo con gli occhi di ogni giorno senza vederla. E lo fa attraverso una combinazione originale di parole consuete. Per lo scultore la materia prima e lo scalpello sono sempre gli stessi, ma la forma ch’egli modella è sempre nuova. Con i mezzi usuali egli realizza una scoperta della capacità espressiva che, come diceva Michelangelo, è racchiusa, imprigionata nel marmo. Così fa il poeta adoperando le parole. Il primo a stupirsene è l’artista; l’opera d’arte è tale quando l’artista riesce a comunicare l’emozione della sua scoperta al lettore, all’ascoltatore, al contemplatore, che in tal modo entra in sintonia con l’autore, si compenetra per un momento con lui come gli innamorati nel loro trasporto l’uno verso l’altro. A questo fine è determinante il rapporto che si stabilisce tra trasmittente e ricevente, da sé all’altro-da sé; e, anche, da sé a quell’altro da sé che ciascuno di noi è per se stesso. “La parole” scrive Montaigne “est moitié à celui qui parle et moitié à celui qui écoute ». E’ questo l’episteme.

Sì, a volte, in un momento assistito dal favore fuggevole del dio, l’espressione poetica genera una sorta d’onda lunga, una curva emotiva del pensiero, dando l’impressione di fornire una risposta a una nostra attesa seminconscia e tuttavia avvicinandosi solo asintoticamente alla congiunzione tra significante e significato. Il non detto che scaturisce dal detto – qui sta il punto – da quello specifico detto, l’evocazione nell’udito interiore generata da un ascolto insostituibile e indeterminato ad un tempo. E un’altra cosa ci hanno insegnato i classici: la necessità della modulazione del verso.  La poesia monta come la marea, in momenti felici.  Hölderlin sente dire: Siano liberi come rondini i poeti. Ma la libertà del poeta, del musicista, del pittore non può portare a un’accozzaglia di parole, di suoni, di colori, a pena di incomunicabilità. L’ordine dei colori e dei suoni poggia su una scala cromatica: si pensi all’arcobaleno, alle bolle di sapone dei bambini (M. Corti). È come se ci fosse per la poesia (per l’arte) una legge naturale tutta sua che rifiuta al tempo stesso la casualità degli accostamenti e la predeterminazione della loro ricerca. Come se esistesse una scala cromatica che il poeta deve scoprire a occhi chiusi. La metrica, la metrica degli aedi, quella dei greci, quella dei latini, quella dei poeti che inseguono la scansione della ricetrasmissione, è tutta un’alternanza di sillabe gravi e di sillabe leggere. È così che la poesia parla all’anima. La metrica sta al verso come il battito cardiaco sta al respiro: gli commisura la nostra attenzione. La poesia quando (raramente) trova la sua felice espressione realizza l’interazione tra l’intelligenza dal linguaggio e la pulsione dell’inconscio.

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) il compito della poesia?

Viviamo in tempi di pensiero debole. Giovani e meno giovani fanno il surf su un oceano di futilità. La televisione fa la mentalità comune. Ma, come tutti i fenomeni a grande diffusione, la sua è una visione appiattita sul minimo comune denominatore; una rappresentazione basata sull’ovvietà, sulla realtà immediatamente osservabile, sui commenti più corrivi e politicamente corretti. Chi ascolta potrebbe benissimo dire le cose di chi parla; e viceversa. La rete, poi, ha cambiato la percezione che il soggetto ha di se stesso e degli altri nell’interrelazione corrente. Per la quotidianità ciò è sufficiente. Ma nel fondo del nostro animo si annida l’insoddisfazione. Noi sappiamo che l’apparenza superficiale non è tutto. Ci è sconosciuta, non percepita nella sua fondamentalità, la stessa realtà che ci circonda e permea nel nostro quotidiano, la realtà di cui siamo fatti. Noi tocchiamo solidi e liquidi, vediamo colori, sentiamo suoni, odori, sapori: in realtà esistono soltanto vibrazioni, onde con diversa frequenza e lunghezza, particelle con funzioni d’onda. Quella dei nostri sensi è una percezione olografica di un’ultrarealtà che ci sfugge. Della realtà che ci circonda e che struttura noi stessi, noi vediamo soltanto alcune manifestazioni. Ci sfuggono, tra l’altro, la materia e l’energia oscure (che rappresentano oltre il 90% dell’Universo), la pullulante realtà quantistica (sulla quale, eppure, sono basati gli strumenti che utilizziamo: dai computer ai laser, ai forni a microonde, alla microchirurgia). Ma non sono solo la realtà nascosta dell’universo e il substrato fine della realtà in cui siamo immersi, che ci sfuggono. Ci sfuggono i fondamenti stessi della nostra esistenza. Notava Rainer Maria Rilke nella sua Lettera a una giovane signora : “Com’è possibile vivere, se non possiamo affatto penetrare gli elementi di questa vita? Io non sono riuscito a esprimere tutto il mio stupore che gli uomini da millenni abbiano consuetudine con l’amore, con la vita, con la morte e siano ancor oggi così sprovveduti di fronte a questi primi, unici compiti”.

La poesia mira a stabilire un contatto, una risonanza più profondi. Scriveva Gustav Mahler, nell’estate 1896: “Il fine al quale io voto fino all’ultimo tutti i mezzi che ho a disposizione è di rendere udibile ciò che risuona al mio orecchio interiore”. Questo vale riconoscere che c’è nell’uomo un senso ulteriore oltre i tradizionali cinque. Un senso che gli consente di intuire che un’altra verità, meno banale, sta al di là delle cose che ci scorrono intorno e che ci restano esteriori, al di là delle immagini che scorrono sullo schermo e che sono ancora più irreali ed estranee, appiattite come sono su una valenza superficiale, una valenza derivata da un’esistenza che ci è sottratta. In un simbolo, in un verso, in una frase musicale, si può cogliere il messaggio di questa realtà più profonda. La poesia non deve essere didascalica, e nemmeno sapienziale. Ma non è poeta chi non sente fortemente, profondamente la condizione umana. La figura più simbolica del poeta è Omero: il poeta cieco che non vede le cose usuali che lo circondano ma che, con un terzo occhio, vede in profondità nell’animo umano. Il poeta non può estraniarsi alla realtà sociopolitica del suo tempo. La poesia greca classica – specie la tragedia, ma non solo – si confrontò sempre con quella realtà. La passione civile può essere una delle motivazioni a poetare; senza una forte motivazione la poesia è esangue, inerte, celebraloide. Ma nessuna passione – civile, religiosa, amorosa, scientifica – può costituire oggetto di enunciazione diretta in poesia. La poesia non espone, non argomenta, sia pure intelligentemente, come si può fare in prosa. Con una combinazione di parole che ha del magico, la poesia allude, evoca, trasmuta, accosta ossimoricamente termini per dare un palpito nuovo, per far cadere la cateratta mentale che c’impedisce di vedere oltre il consueto, oltre il quotidiano. Il bisogno della poesia nasce dalla scontentezza della banalità dell’espressione, dell’ovvietà della comunicazione. Per Platone, senza una passione che lo sorregga, il pensiero umano non può essere se non un pensiero debole. È  questo il lievito che anima il tedesco di Lutero (e di Nietzsche) e l’italiano di Machiavelli. Ma guai se la passione si traduce in conformazione alle tendenze politicamente o socialmente o giornalisticamente dominanti! Quella è eloquenza, vale a dire illustrazione di qualcosa di risaputo, di convenientemente condiviso, non poesia! La poesia è altra cosa. Più la realtà ci sfugge, più sentiamo il bisogno di preservare l’unicità del nostro vissuto, la suggestione di un’alba sul mare, l’emozione del primo amore, il dolore per la morte del nostro cane,  il rimorso per un abbandono. Emozioni, percezioni provate e perdute; forse rimosse. La poesia mira a stabilire un contatto, una risonanza più profondi. Tuttavia l’evocazione non può essere diretta, voluta. Deve venire a noi involontariamente perché sia vera.  Si pensi alla madelaine di Proust: racconta l’esperienza personalissima dell’assaggio di un biscotto inzuppato nel tè ma ci rivela la potenza evocatrice della memoria involontaria che fin allora ci sfuggiva.

I veri pensieri nei veri poeti avanzano tutti velati, come le egiziane», ha scritto Nietzsche. Il valore medianico della parola poetica non sta in quello che dice, sta in quello che suscita. La parola poetica è quello che in termini neurobiologici, di funzionamento del cervello, si chiama un precursore (ad esempio, l’elledopa rispetto alla dopamina): non c’impronta di sé ma di quello che induce. Il non detto che scaturisce dal detto,  l’evocazione nell’udito interiore generata da un ascolto insostituibile e indeterminato ad un tempo. La poesia comunica come i segnali di fumo degli indiani, come le bandierine sventolate secondo l’alfabeto Morse dai marinai di una volta. Un messaggio criptato, ma decifrabile da chi ne ha in comune il codice. E’ tutto un gioco di dire e non dire; sì, come un gioco di sponda nel biliardo. Un gioco di senso-ultrasenso, il gioco dell’analogia, dell’allusione attraverso cui si dispiega la funzione della parola poetica, che – come dicevo – non è una funzione di comunicazione diretta, è una funzione evocativa. L’analogia, la metafora, reprimono, rendono recessivo il significato usuale, corrente, convenzionale dell’espressione per farne intravedere un ulteriore. La pseudoverità poetica (possiamo dire, parafrasando ancora Nietzsche) è un mobile esercito di metafore; si sposta sempre un po’ più in là (metajέrw) del punto di contatto che stavamo per raggiungere. La poesia è un andar oltre, un oltrepassare la soglia del già detto. E siccome noi conosciamo attraverso le parole la poesia è metafisica. Ma come il volto di Minerva non poteva essere guardato direttamente né mostrato allo scoperto senza restare pietrificati, così la poesia deve dissimulare “il valore in sé” della sua rivelazione (secondo l’originaria accezione ambivalente della parola re-velatio, nella quale il re può avere tanto significato di reiterazione quanto di ritrazione, dell’infittirsi o della caduta del velo, dello svelarsi di ciò ch’è nascosto o dello sfocarsi di ciò ch’è noto). Ma non ci deve essere elucubrazione, cerebralità compiaciuta in questo gioco di copri-scopri. Si dice che la poesia è inutile? Quale poesia? Il gruppo di intellettuali dominanti ha fatto leva sulla sostituzione di valenze aggreganti a valori esigenti per l’affermazione del proprio circuito di potere. E’ andato così smarrito il senso profondo dell’arte, della poesia; e con esso la capacità stessa di percepirlo. Accanendosi nel loro solipsismo, i controllori del traffico delle mosche negano la bellezza, come i metafisici di Tlön (Borges: “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius”) negavano lo spazio e il tempo. Le pseudopoesie imperanti (per riconoscimento autoreferente, non per eterolettura) sono come i giocattoli rotti dai bambini nevrotici, che li smontano perché vorrebbero essere loro a ricostruirli, a farli funzionare. Solo che non ne sono capaci e non vogliono ammetterlo (c’è della magia anche nel montaggio); e allora dicono che il giocattolo non gli interessa, che è démodé (parola terribile, condanna senz’appello). Assistiamo a una versificazione che non trae alimento da una vena profonda (troppo isolata, come i pozzi nel deserto, per fare proseliti, movimento culturale), ma da una sterile letteratura e dall’ideologia (anche l’anti-ideologia è un’ideologia se non è sostenuta dall’ispirazione). Un’incapacità di rappresentazione propria che ha bisogno di essere mediata dalla rappresentazione altrui, non quale arricchimento della nostra capacità di esprimerci ma come omologazione della nostra identità. Come nella pittura bizantina, gli stilemi si susseguono nell’imitazione gli uni degli altri, depotenziandosi sempre più della capacità di raffigurazione diretta. Possono solo essere riprodotti, in forma omologata, i modelli e le maniere proposti. Un’esperienza mancata, una scelta che altri hanno fatto per noi, un’informazione di seconda, terza, ennesima mano, passata attraverso innumerevoli filtri, che non sono i filtri della cultura, sono gli alambicchi in fondo ai quali si rinviene, al postutto, solo un’espressione residuale, inerte, deprivata della capacità di suscitare qualsiasi reazione, qualsiasi interazione. Se questo è la poesia, certo ch’è inutile; non ne sentiamo proprio il bisogno. Ma la poesia è l’opposto, è scoperta che zampilla sempre nuova e gioia improvvisa e incomparabile di quella scoperta.

Riporterebbe una poesia o uno stralcio di testo nel quale all’occorrenza trova rifugio/conforto?

Sì eccola:

Commodus discessus

Spegniti un attimo dopo di me

te ne prego

o aspetta almeno a spegnere la luce

finché non rientro

così che aprendo il portone io non trovi

la casa spenta.

Per concludere, la invito a scegliere una sua poesia (dal libro “Mare di Luna”) per salutare i nostri lettori.

Con piacere:

Mi manca il mare

Se non sognassi non avrei un passato

Non appartiene al navigante il mare

che ha solcato

Non trattiene chi nuota

altro che il sogno

del mare che ha abbracciato.

*

*

 

[1] Nῦn d᾽oὐdὲn diajέromen tῶn ἐn tῷ pelάgei pleόntwn˙ gὰr ἐkeῖnoi plέousi mέn ἀeί, tò dὲ pepleusmέnon oὐdὲn oἰkeiόteron toῦ ἀpleύstou kataleίpousin: «Ora siamo trasportati come i naviganti che, per quanto solchino il mare, non possiedono il tratto che lasciano dietro di sé più di quanto non possiedono il tratto che devono ancora solcare» (Senofonte, Ciropedia, trad. di F. Ferrari, Milano 2001, II, p. 505).

[2]Carlo Di Lieto, Capogiri bi-logici e pensiero emozionale nella poesia di Corrado Calabrò, in Cultura e prospettive, ottobre-dicembre 2014.

[3]Kjell Espmark, Lo spazio interiore, trad. di Enrico Tiozzo, Aracne, 2014.

[4]Kjell Espmark, ibidem.

[5] Il cervello umano è uno degli oggetti più complicati dell’universo. Il manto corticale ha pressappoco 30 miliardi di cellule nervose, o neuroni, e circa un milione di miliardi di connessioni. Il numero delle possibili vie attive di tale struttura supera di gran lunga il numero di particelle elementari dell’universo conosciuto.

Una proprietà fondamentale delle sinapsi è la loro plasticità: lo sviluppo cerebrale in pratica si arresta soltanto al momento della morte.

La forza (eccitatoria o inibitoria) delle sinapsi può essere modificata da un gran numero di attività ed eventi biochimici.

Il pensiero ha preceduto il linguaggio. Per raggiungere il suo pieno sviluppo, tuttavia, la coscienza di ordine superiore ha dovuto attendere il momento dell’evoluzione umana in cui è comparso il linguaggio vero e proprio. Ne è emersa la possibilità di essere coscienti della coscienza. E’ diventato possibile fare riferimento a un lessico, i cui elementi potevano essere collegati attraverso una sintassi, e ne sono sorti ricchi concetti del passato, del futuro e di un sé sociale. La coscienza non era più limitata al presente ricordato: era possibile la coscienza della coscienza (Gerald M. Edelman, Seconda natura, Scienza del cervello e conoscenza umana, Raffaello Cortina Editore).

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