Roberto Weigand, Arqueiro
Roberto Weigand, Arqueiro

Ancora s’aggiustava: vecchio divinatoio delle stelle. Osservavo caustico.
Il mese scorso il messaggio è stato chiaro: leggere. Ora, come qualcuno sa, la luce tremolante delle stelle non è immediatamente disponibile sul nostro pianeta discosto. Occorre tempo perché essa ci raggiunga dagli abissi dell’eterno senza fondo. Sono avido di leggere: speriamo non occorrano anni.
Rumori da basso. La torre è solida: non penetreranno.
Ancora non si sono stancati = provano da decenni, ma ho sistemato illusioni e false porte atte a confondere ogni intelletto umano. Non entreranno mai e, se anche ci riuscissero, non mi avranno. La via di fuga è quasi pronta. Comunque, essi sono stupidi.
Qualche anno fa. Il divaricatore di intelletti (cioè il Sommo Inutile Imbecille) pretendeva di propagare la sua infezione anche al sottoscritto. Futile intento! Pretendeva, dico, che io Ermete Trismegisto, filosofo, matematico, alchimista e studioso dell’arcano, gli consegnassi in un tempo ragionevole, diciamo un mesetto, la pietra filosofale, atta a trasformare ogni putritudine in oro. Non esiste un marchingegno del genere! Nessuno potrà mai inventarlo e, anche se potessi, mi rifiuterei: non è quello l’intento! Chiunque abbia infatti provato l’impresa non cercava l’oro (come Celsitudine Idiota vorrebbe). L’oggetto di ricerca è la purezza, l’incorruttibilità, la conoscenza ultima che consenta di superare l’estremo oltraggio della morte.
Come molti che hanno provato sapevano, l’eterno non è un metallo atto a conferire potere e ricchezza: l’eterno è polvere, polvere delle stelle, ma questo soltanto io l’ho capito. Lì è contenuto tutto, ogni sostanza adatta a dare vita. Lì tutto si rimescola e si forma; da lì tutto scaturisce e torna. Non l’oro, dunque, ma la polvere. Tuttavia, non è facile raccoglierla: ci provo ormai da anni. Saranno le stelle stesse a risolvere. Da quando sono riuscito ad entrare in contatto, a leggere la loro luce, lo scambio di messaggi è continuo. Esse mi sveleranno come raccogliere la polvere del tutto di cui noi stessi siamo fatti. Sono sorelle: sveleranno.
Notte spande d’incanto tutto il silenzio di cui manca il mondo. Essi desistono: vedo i loro fuochi sparsi in basso. (Scrollando le spalle): accudire le creaturine.
Presso l’acquario: si affollano festanti. Sirene, sirenette, balenottere nane, cavalline di mare, conchiglie, streghe travestite da perle e pallide occasioni. Tutte accorrono verso la superficie dove m’affaccio lieto.
(Sorridendo): piano… piano…
Generare effusioni. Molte ore trascorse: devo riprendere fiato. Affacciandomi al bordo dell’acquario: mi trattengono. Fatemi respirare…! (E mi rituffo acqueo).
Vi porterò con me. Un altro mare, fatto d’acque diverse. Lo spazio immenso, lungo le coste enormi delle stelle. Nuoteremo selvaggi e questa costrizione avrà spazio infinito.
E tuffarsi, nuotare: nella memoria e il sonno.
Callisto (il vecchio gufo) già scorrazzava apatico accanto alla finestra. Ogni tanto tentava di volare, ma la ferita inflitta da una caccia notturna rendeva ancora inabile l’ala piegata. Scheggiato, si accostava al letto. Gli carezzo le piume.
Poi, d’un tratto: cos’hai, maestro?
Perplesso, lo osservavo muto.
Il tuo braccio, fa quello. E guardo.
Lungo tutta la superficie della pelle, dalla spalla alla mano, si estendeva un disegno, fatto da nei che ieri non avevo. Un disegno preciso, inciso nella pelle. Non metto molto a riconoscerlo: il timone del carro.
Mi alzo. Presso l’acquario: ancora scorrazzavano sognanti. Mentre in un angolo, Callisto prepara la colazione. Da basso, botti assordanti e grida di terrore: sono caduti in qualche illusione… Idioti!
Dunque il messaggio. Questa volta non dalla luce delle sorelle assenti: direttamente su di me. Ingegnoso! In questo modo hanno ingannato il tempo che avrebbe sicuramente richiesto anni perché il messaggio si formasse nel cielo senza fondo della notte e la luce trasportante lo convogliasse a me nella lettura. Sulla pelle… ma cosa vuol dire? Dubbioso, mi rigiravo il braccio in ogni direzione. Quindi, dopo colazione, trascorsa la giornata prendendo appunti.
Dai diari opachi del mago maledetto, Io, il Supremo Imbecille (come egli era solito chiamarmi) leggo.
Il tempo non è mai. La fuga è infatti istantanea: Esso viaggia a luce; e alla stessa velocità. Soltanto le masse enormi delle polveri rapprese in estensioni, tanto da diventare corpi, riescono a rallentare l’uno e l’altra, deformando il tessuto in cui si espandono.
Dunque stelle. O pianeti, come ad esempio il nostro, dove la gravità e la massa bloccano il tempo (si fa per dire) in qualcosa di fruibile, mentre deformano la luce. Che collassa, si piega, scende al mondo. Ma come? Infatti, è in pratica percepibile soltanto l’attimo, fin quando non sia scomparso nel passato: allora è ricordo. Il futuro è un susseguirsi di frammenti talmente istantanei che non è possibile fruirne in alcun modo, tranne che nell’anticipazione: ma quella è fantasia (quando non desiderio puro). Quanto al presente, è quasi un filamento inutile, tanto viene velocemente sorpassato dal futuro e dal passato che si susseguono senza interruzione. Unica traccia: i segni che ti lascia sopra il corpo.
Perché inseguo costui…? È pazzo! o io sono davvero un imbecille!
Callisto gorgogliava lieto nell’acquario, trascinato da sirene in vena di solletichi. Tuttavia è un gufo: ogni tanto sbuffa.
Notte s’appressa veloce. Luna d’oro incalzava l’orizzonte lungo la linea morbida d’altrove. Intanto: nuvole basse e scia sommessa verso la finestra.
Questa mattina, quando mi sono alzato, percepivo un leggero prurito al fianco sinistro. Alzando la veste: il timone del carro. Dunque, ancora un messaggio inciso nella pelle; o meglio, una ripetizione, un ribadire. In pratica, un sollecito. Questo vuol dire che non ho capito.
La Maggiore solletica il mio intelletto e, come ogni madre celeste, non si cura di intralci.
Sono infinitamente stupido!
Il timone del carro: dunque, dare una direzione. Verso dove? E trasportare, ma cosa? Un carro porta pesi, ma se vedo soltanto il timone vuol dire che il peso sono io: tutto il peso del corpo. La mia vita finita, il mio essere monco, peso a me stesso nella finitudine che attanaglia l’essere. Questo il peso che il carro trasporta; questo io.
Prendere il timone. E navigare, dirigere, trasportare. In pratica, dare senso. A cosa? A tutto il mio finire.
Trasporterò l’impaccio tra le stelle e sarò luce. Questo vuol dire coscienza. Cioè capire, sapere, indirizzare. La Madre chiede una guida; questo il compito: prendere il timone!
Accosto la finestra. Stelle ammiccavano sornione dall’impasto del fondo e tutto scintillava di sapere. Nell’immenso d’azzurro, dove il profondo buio attende luce, come questo corpo scalfito dalla vita. Che restituisco, mentre mi faccio polvere di stelle.
Accostando l’acquario. Si affollano mute. Le osservo, con infinita dolcezza. Quindi deciso: è tempo.
Dai diari reperiti di un idiota
Con immane fragore, la soldataglia irrompe. Si schierano a difesa.
Tronfio, dietro un sorriso largo, L’Imbecille Immane penetra nella stanza. Il sorriso scompare.
Dov’è…?
Sire… non c’è nessuno.
Impossibile: frugate ovunque!
(Dopo ricerche vane): nessuno, Sire!
(Furioso): non può essere sparito… da qui non poteva uscire! Sarà un’altra delle sue illusioni… cercate ancora…
Sire… la stanza è reale!
Guardate sul cornicione!
(Si affaccia: un soldato spaurito). Nessuno, Sire… Da qui non poteva fuggire… ci sarà un salto di trecento metri… c’è solo un po’ di polvere…
Certo che c’è polvere, idiota! Saranno anni che qui non spazza nessuno! (Poi, stremato): Ah… sempre sfugge: la vita!

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