Gin & Genio di Dan Fante

Gin & Genio di Dan Fante

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“L’arte ha le sue ricompense…” scrive Dan Fante verso la fine della raccolta poetica Gin & Genio pubblicata in traduzione italiana per i tipi di WhiteFly Press – nuovissima casa editrice ravennate che ha in Gabriella Montanari la fondatrice di una visione innovativa nella scelta dei testi e nella conduzione del progetto editoriale -, il maggio appena trascorso.

Il verso di pag. 124 consegna al lettore – quando nella composizione del libro, che raccoglie poesie scelte lungo l’arco di tempo sufficientemente flesso a introdurci alla conquista di una sanatoria nella vicenda umana dell’autore, compare la certa consapevolezza della risalita dagli Inferi – la valenza maieutica, catartica di Poesia, pur non disdegnando il tono irrisorio, derisorio, che il poeta non trascura né verso se stesso, né verso il mondo tutto, natura compresa: omaggio dovuto, sottolineatura importante a confermare l’arte tutta – nel particolare, Poesia – quale messaggera di orizzonte più ampio e non asservito e quale curatrice medicale delle cadute verso o dentro precipizi, voragini, baratri.

Dunque, come nelle migliori stesure di certa narrativa più in voga nell’ottocento, dove nelle ultime pagine si perviene alla conclusione che lascia emergere un valore consolatorio, didattico, morale – o, più semplicemente, il narrato rispetta la divisione nelle tre sezioni tipiche di introduzione, corpo, conclusione della storia in questione -, Gin & Genio si snoda come un romanzo di memorie assolutamente personali, vissute fin dentro la devastazione, la combustione, abbandonato l’io ai mostri che – come vermi rimestano arieggiando la terra o draghi sputano fuoco sciogliendo in ceneri cariche di carbonati e ossidi –, nel potere dell’incubo, aprono il sé alla visione di una qualche flebile luce che da un certo punto in avanti si intensifica, lanciando bagliori verso l’uscita – Le voci che mi divorano il cervello/o che mi salvano da me stesso/stanno gridando/ proprio adesso// – pag. 22.   

Il libro ci trascina dentro un tempo trascorso pericolosamente: il titolo della raccolta gioca foneticamente su due termini che hanno comune radice etimologica  e rimandano a simbologie condivise nella misura di una entità soprannaturale (lo spirito-alcool del gin, il genio-spirito della lampada nella tradizione araba) dal carattere maligno nascosto sotto l’apparenza della protezione – Per anni/mi sono riempito la testa di bourbon/per far tacere le voci// – pag. 101 e che ha come liberazione e purificazione il fuoco della Gehenna per cui il poeta scrive – Perché io/così speciale/da esser stato/toccato/dalla mano di Dio// – pag. 86.

Dan Fante si sottopone al lettore da una scrittura che onora il verso lungo, libero, in un ritmo sciolto, narrativo, dimentico di endecasillabi ottonari settenari, ancor più dimentico di canone rimico, così da realizzarsi in una espressione poetica intrisa di realismo, poiché il linguaggio – impiego di parole comuni, quotidiane, degradate – è il mezzo per la creazione di poesia dalla quale emerge una onestà, una innocenza umana e intellettuale cui urge dichiarare – e in questo è in nuce il compito salvifico della sua cifra poetica – che all’inizio, al tempo dei tempi del suo essere  – Vivo/ a nudo/esposto al magnetismo della morte e della vita/ogni singolo istante// – pag. 22  c’è – …un falso//niente che sfiori l’autentica risonanza/che hanno nel mio cuore/l’amore, la sofferenza, il sangue/che causiamo agli altri/e la fragranza/vera/di te//-  pag.28.

La cura che alla lettura chiede la poesia “da maledetti” è al contempo fatica e compenso: in sinergia ci informano che nella stagione ampia e declinata dei poeti e narratori americani del dopoguerra – a cominciare da quelli definiti “beat generation”, passando attraverso il nome di Bukowski  e altri del “realismo sporco”– esiste un grumo non lirico, che tuttavia consente di inoltrarci nelle stanze del sentimento, dello stupore più autentico, dell’unione con lo spirito, elevandosi dall’ordinario discinto che  pervade l’argomento della scrittura – Poi mi sono arrampicato/e ho pisciato nella vasca vuota/quando ho finito ho rimesso dentro l’uccello/tirato su la cerniera/ – pag.73  a testimonianza che, oltre l’immediato visibile udibile frequentabile depauperante per alienazione e sottrazione d’affetti – Il bambino del piano di sopra/appartamento D/piange/urla ai muri e fuori dalla finestra/una sfilza infinita di sillabe di sopravvivenza/che/nessuno tranne lui potrà mai decifrare// – pag.106, insiste una realtà altra: quella che si innesta sulla tracimazione dell’io, lo smarrimento perturbato del sé e che un giorno prende la forza del consistere in un quotidiano di cui Dan Fante può scrivere – ma ho scoperto la simmetria/l’ordine/l’energia pura/le stelle fiduciose nella loro ragion d’essere/e i termini della perfetta equazione della vita/equilibrio/nascita/e/morte// – pag.86.

 

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