“Prima dell’estate e del tuono”, qualcosa di petrarchesco è presente nella natura umana e poetica di Pizzolitto, sempre al limite fra riscatto e redenzione.

Quella di Luca Pizzolitto si è sempre configurata come una scrittura che procede per sottrazione. In “Prima dell’estate e del tuono” (peQuod, 2025), la versificazione, pur mantenendo riconoscibili i tratti stilistici degli ultimi anni, appare più ampia, mossa da un fremito. Per quanto lo stile rimanga fedele a una linea paratattica, il verso tende a prolungarsi per mezzo di enjambements e accumuli nominali:

Del fuoco conservi antica memoria,
la misura del passo prima della caduta
il ramo ritorto la spina del pruno
la veste gualcita del tempo
dalle lampare la luce scolora il buio
muore la grazia nell’afa di luglio

madre di ogni rimpianto,
salvezza dei corpi santissimi dei naufragati.

I segni di interpunzione, in ispecie le virgole, sono ridotti al minimo e, quando presenti, frangono la struttura del verso in modo netto. Frequenti anche le figure di suono come l’allitterazione, che, nel componimento poco sopra citato, attraverso la ripetizione della vibrante, sembra quasi riprodurre il crepitio del fuoco. “Prima dell’estate e del tuono” è un titolo con forte valore analogico: infatti, è l’analogia la figura retorica attraverso cui leggere l’intera produzione di Luca Pizzolitto. Il poeta associa immagini fra loro apparentemente sconnesse dal punto di vista logico ma che assumono coerenza, a posteriori, se colte in una visione d’insieme, senz’altro memoriale. La funzione mnestica della parola è posta in rilievo dall’idea dell’esistenza come cammino: qualcosa di petrarchesco è presente nella natura umana e poetica di Pizzolitto, sempre al limite fra riscatto e redenzione. “Prima dell’estate e del tuono” è un’immagine poetica di fortissima pregnanza, che annuncia l’origine di ogni evento. Il dolore, la malattia e la morte non sono altro che figurazioni della concretezza stessa del limite quando questo si sfalda per innalzare l’uomo a nuova catarsi. Il corpo è rappresentazione di tale limite:

Ora che tutto brucia
e tace la peonia in fiore
ora che i nostri corpi
sono carne senza riparo
– si apre la terra al pianto

tra le mani un volto,
un corpo che non è più il mio.

Il silenzio che attornia l’io poetico non è assenza di evento e di esso appare compartecipe tutto quanto il paesaggio poetico:

Presagio d’assenza il tordo di fuoco
prima del giorno la rosa del nulla

aspettare l’inverno chiedere il nome
a questo tuo corpo che veglia nella notte

è la carestia delle labbra, le mani,
lo svanire del cielo.

“La metà bianca del buio” – così s’intitola la prima sezione- è allora quella dimensione nella quale si dispiegano i possibili. Il buio è esperienza dell’illimite e del rovescio:

È il tuo volto lasciato alla polvere
alla morte di strade bruciate dal sole.

Spegnersi oggi, la fine immatura
del giorno.

Guardi il vuoto, silenziosa presenza:
forte ed eterno è l’amore.

Niente cade, niente muore davvero.

La morte resta tale ignorandone la funzione di armonia e rigenerazione cui adempie rispetto al cosmo. In tal senso, il peregrinare del poeta in cerca di senso acquista un valore odissiaco, già osservato a proposito di raccolte precedenti: “Itaca è il mare, /il mare che ci separa”. Il verso, così come altrove, richiama un “tu” che però è figura dell’assenza e della perdita, naufragata negli abissi bui dell’esistenza. Questa continua tensione verso qualcuno o qualcosa di imprendibile è compensata dalla “necessità d’infinito”:

Carta da parati brevi distanze
promesse celate nel sogno
qui dove strada vuol dire esilio

le sigarette lasciate a metà
l’aquilone a terra le nude stanze
la necessità di infinito.

Il cammino è esilio, ricerca di qualcosa d’inafferrabile. È percezione dello sfarsi delle cose e della loro natura effimera, precaria:

È in me il lento morire delle cose
la ferita sospesa delle mani
splendore del vuoto stigma
del volto antico dimenticato
cuore d’abisso

fiorisce la terra nella resa e nel canto.

La seconda sezione, “Le cose trascinate via”, allude a una temporalità sfranta, che emerge tramite fulminee luci intermittenti:

Incontro la seta sulla creta delle mani
avvicino la candela piano al viso

dicembre sui corpi, il velo sacro del mattino –

l’ora del ritorno è notte di te, dolore e canto.

“L’ora del ritorno” cade nella notte: è un tempo rarefatto e di dolore e perciò, proprio per questa sua natura ambivalente, devoto al canto. Il tempo è fuoco d’attesa e implica una tensione al desiderio impossibile a esaurirsi, evanescente:

Brucia l’inverno dei dimenticati
brucia il segno del cielo prima della caduta

qui dove dimora il niente
qui dove è salva la parola

fuori la finestra tutto tace:
dolce è nascere oggi, sulla tua schiena.

È un cammino a ritroso quello compiuto dal poeta. La terza sezione, “La strada per la sorgente”, reca un titolo in sé enigmatico, in parte svelato in epigrafe dai versi del poeta Thomsen:

Esiste una nave con le luci
spente,
un libro aperto
sul silenzio.

Lungo la sua erranza, il poeta si imbatte nell’inganno:

Nell’imbroglio dell’aurora
è la tela di ragno la falena riversa
il morire di tutti gli dei
hai donato tre fiori d’arancio a difesa del nulla
la polvere rossa sulle ringhiere
la misura del cielo e di ogni carezza.

Più impervio è il cammino, maggiore diviene la tensione speculativa:

Brucia livida sete dei corpi brucia l’attesa
traccia di vita eredità del silenzio

un baratro è l’uomo, il suo cuore un abisso

bianco il nome bianco l’enigma del sale
il principio esatto del fuoco lo stato di grazia.

E tuttavia, mente e corpo rinascono nel segreto svelarsi del Nulla:

Conosco ogni distanza
e ciò che resta nel fiato
di una preghiera stretta
tra i denti, la resa del sonno

questo è il vestito dorato del niente
questo è l’attimo prima del compiersi
della parola

nudo dolore tra le foglie luci al neon
stato di quiete – il taglio di gioia
nel ritorno dei corpi a primavera.

“Nuovi deserti” è la sezione conclusiva dell’opera. Con questa il poeta si congeda per aprirsi a nuovi spazi di contemplazione e abbandono:

Tutto è immobile, prossimo alla sete:
la parola dal grembo mai generata
sul sentiero dei rovi e dei cani randagi
lento il respiro, il nitore della sera
pietre nascoste nella quiete e nell’abbandono

cerco dimora nel lontano,
ciò che è vita dopo il naufragio.

Il percorso tracciato all’interno dell’opera assume connotazioni cristiche: è un percorso di lenta ascesi, purificazione e riscatto:

Abitare il corpo dei non ritorni
indossare la veste austera del silenzio
in vertigine di sangue
memoria d’assedio rossa terra
impestata dal fuoco

anche stanotte l’angoscia del nulla,
respiro, fatica

– pietà di noi, Signore, pietà di noi.

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