Roberto Minardi, “Concerto per l’inizio del secolo”, Arcipelago Itaca.

Roberto Minardi, “Concerto per l’inizio del secolo”, Arcipelago Itaca.

Roberto MinardiConcerto per l’inizio del secolo – Collana SORGIVA Arcipelago Itaca. Riedizioni di volumi di poesia e altre produzioni speciali. Prefazione di Davide Castiglione.

“Ti auguro di non tramortire il vigore, di stare all’erta: / dalla mestizia ricava una musica robusta”. In questi due versi, tratti dal poemetto conclusivo Materia per aperture alari, c’è già in miniatura buona parte di questo Concerto per l’inizio del secolo: un’opera di slancio emancipatorio, pietas per il vivente e sicura perizia artigianale che, a lettura ultimata, si rivela all’altezza di un titolo senz’altro impegnativo. Che il destinatario di questi versi sia il figlio di Minardi, Minardi stesso o il lettore, quella che viene articolata è in effetti una “musica robusta”; una musica che si lascia alle spalle la circospezione novecentesca, dall’abbassamento ironico-dimesso del “quartetto di cannucce” di Montale (La mia musa) alla musica delle “tende che sbattono sui pali” del prigioniero Sereni (Non sa più nulla, è alto sulle ali). Vincendo dentro sé anche il proprio tradizionale riserbo e senso della misura, Minardi si emancipa – senza abdicarvi – anche dal suo stesso, allenatissimo orecchio per il decoro quotidiano che già si è avuto modo di apprezzare nelle due raccolte precedenti: Il bello del presente, del 2014, e La città che c’entra, del 2015 (la cui sezione finale, Prima di essere padre, anticipava già per temi e toni alcuni dei modi di questo Concerto). Non che le scene intime, in minore, si siano dissolte: basterebbe leggere Frammenti dell’operaio o Cronaca differente per ritrovarle intatte. E tuttavia anch’esse riverberano di accenti comunitari, epici, sopra le righe. Per esempio, in Cronaca differente l’antefatto prosastico di bruta datità (“avantieri ha rubato un cavolo verza all’alimentari”) viene trasceso in rituale (“hanno porto l’un l’altro la fiala con sacralità”), e il rituale a sua volta trasceso in memoria collettiva per i posteri (“voi scolpite una statua che ne immortali i ciuffi nodosi”), senza dover ricorrere all’escamotage di stemperare l’innalzamento con l’ironia. Soprattutto in alcuni punti chiave del libro, come incipit ed explicit, Minardi accetta il rischio del sovrattono retorico assumendo toni quasi millenaristici, gonfiando la voce sotto il peso del risentimento per il mondo odierno, per suoi meccanismi di potere e status quo radicati: “le ere non sarebbero dovute trascorrere / per giungere allo scambio vi-cendevole di elettrodomestici” (Tema della fine).

Non si assiste mai tuttavia a un atteggiamento di sconsolata accettazione: come nei versi citati in apertura di prefazione, alla “mestizia” si reagisce, al male perpetrato dagli uomini ci si ribella con contronarrazioni, sacche più o meno tangibili di resistenza: dall’eremita che “si nutre di latte donato, gesti da esempio” (Materia per aperture alari) al “piccolo liberale” Marlon che, in una delle poesie più belle e commoventi che io abbia letto negli ultimi anni, esorta l’io a non accanirsi perché “il potere non ti serve”. La grande proiezione utopica che sostiene il Concerto e lo innerva eticamente è quella di un mondo in cui “tutti i sognati socialismi / permetteranno ai sé di mettersi da parte” (Motivo per una nuova vita n. 1). Proprio il perseguimento di questo compito politico-spirituale porta, nei versi conclusivi del libro, a riprendere e rovesciare Zarathustra: se il superuomo nietzschiano scende dalla montagna per portare i suoi insegnamenti al popolo, il soggetto di Minardi scopre, ultimata la sua personale ascensione, la sostanziale parità e perfino identità di tutti gli esseri e gli elementi: “e io / giunto alla cima capii che ero voi: dal bastardino al masso, / la nespola ammaccata, il fil di ferro, la donnola frenetica. / E ridiscesi” (Materia per aperture alari).

[…]

(dalla Prefazione di Davide Castiglione: Per un’epica emancipatoria: sulla poesia del Concerto)

Tema della fine

non saremmo dovuti nascere
né avremmo dovuto lanciare
la bottiglia vacante
amarne la percussione al rotolare sul bitume

saremmo dovuti rimanere cani con le lingue lunghe
ragni o servitori di tè, tiratori di lenze
in una maniera o nell’altra, guardiani
avremmo dovuto prestare l’attenzione tutta
ai granchi che sollevano le conchiglie e s’affacciano
studiarli per lunghi e interminabili mesi

ci si aspettava l’avanguardia invece
gonfiamo il centro commerciale
nostro adultero Paese dei Balocchi
faremmo meglio a non pensare al figlio pinocchiesco
lucignolesco o peggio adorato dalle maestre

il bacio privo di ragione, perfetta scultura a più labbra
ce lo saremmo dovuti dare prima dello scoppio
lassù, e volare fianco a fianco
mano nella mano
come in pura e svenevole ballata
fino a atterrare sulle crepe della salata terra
dove attendeva il formicolio

non saremmo dovuti avviarci verso l’oceano
se tutto si conclude fra la battigia e lo scoglio che sbuca
non era questo l’orizzonte
non dovevamo infinocchiare le menti
con la sacralità delle tiritere musicate
della parola secca, in croce
della passiva lode dei cieli

le ere non sarebbero dovute trascorrere
per giungere allo scambio vicendevole di elettrodomestici
gemelli per polsini
visioni fiorettate
il genitore doveva tirarci in mezzo al campo
perché imparassimo la radice, lo stelo che fa capolino, il fragile ramo
e l’incanalata acqua

pace ai loro diavoli
ai loro gas e i loro grassi
non dovevamo far sì che medici e armati
godessero di ammirazione sconfinata
certamente più dignità ci si sarebbe aspettati
da un specie tanto fotterina, che tutte le studia
fuorché scordarsi di essere in vita
genìa dedita a faticare nei mattatoi
a usare tanto la cavalletta quanto l’oca
per le digestioni cattive
si doveva essere più feroci
morsicare la propria progenie
cibarsene in porzioni mezzo crude
o rimanere seduti e inermi sotto un albero solenne
e l’abbiamo compiuto, tutto questo
oltre a finire coll’abbigliarsi
e edificare ripari

avremmo dovuto imparare
a non comprendere un’acca
a rimanere in posa da autentici feti
scorgere il male salvifico nel bene
tutti i sangui e gli spermi e le sabbie
avremmo dovuto mischiare
e non preoccuparci delle nostre pelli frivole
essere punti, pungere

non dovremmo essere là, dove non siamo
riposare i pollici e gli indici sulla guancia
per valutare le vie di mezzo
ma ammutolire davanti alla burrasca, urlare
massacrati dagli schizzi della fanghiglia
non azzerare la foga
a colpi di famiglia, per mal di testa
per insufficienza di glorie

dovevamo essere partoriti di nuovo
divenire il più fidato nemico di noi stessi
stupirci per l’ultimo lembo di sole che vela la rena, piangere.

 

Motivo per una nuova vita n.1

In qualità di roditore chiese alla noce di dargli del tempo,
perché sarebbe riuscito nell’impresa di forarla.
Data la tecnica balorda vennero a galla le fantasme,
si presentarono quasi in fila, spudorate, quasi in danza.
E non è come patire le pene degli inferi, ma viene
turbato da fitte vulcaniche e qualcosa va a perdere –
e una cosa dolcissima, una sola dolcissima punzione,
una veduta che esalti e la circolazione e il corpo,
che rubi corpo e elevi il tutto dalle bave, solo uno spunto,
date, date il là che condanni all’aperto amore, alare…
Sua moglie avvertì le prime doglie, le numerò, contraeva.
La vita stava per prendere nuovamente il moto magmatico
ed era questa la maniera di scoprire ognuno dei perché –
incrocio ottico di faggio, ciliegio a grappoli e sicomoro,
forse un cipresso, con spazio aperto per l’interpretazione,
dite papale chi sono e se tutti i sognati socialismi
permetteranno ai sé e medesimi di mettersi da parte…
E sogno non è ma una fragranza che si profila a tempo:
prima d’amare o durante bisogna giacere nei limbi.

 

Delle rime sparse per Marlon

Marlon è un piccolo liberale che da vent’anni fa il pane in casa
ha una famiglia grande e commuove il suo insegnante
per via delle esitazioni espressive e delle domande
dell’impegno assiduo per non perdere la memoria
una memoria che coinvolge pure fatti sciistici
o la lunga pedalata con la moglie da Dieppe a Parigi
Marlon è il suo insegnante incapace di coltivare nemici
Marlon ha un pollice gonfio e la vita la devi imparare a vivere
lascia stare, non t’accanire, il potere non ti serve
e l’insegnante potrebbe morire di commozione per Marlon
ovvero per la vita, per le sue tenerezze e i suoi incendi
pur restando in disparte con le occhiaie che fanno al caso
dedichiamo la prole a dio adesso non vi è più stato
dio è la vita accucciata in un angolo, non sono gli stipendi
non sono le arrese davanti alle circostanze, non è il livore,
e prostrato davanti alla semplicità di un’immagine che salta in aria
io, te, chi ci vuol seguire, Marlon, bardati da un incompreso furore
amministriamo i giorni come uomini che vorrebbero unirsi
nessuna frase affrettata sputata dalla bocca deve uscirci.

 

Cronaca differente

siccome finocchio per giunta povero e incurvato
viene sfottuto se dice siamo figli della stessa madre
e avantieri ha rubato un cavolo verza nell’alimentari

ha riportato la verdura nella tana del suo amante
lentamente hanno consumato la refurtiva bollita
dopo hanno porto l’un l’altro la fiala con sacralità

vicendevoli succhiotti e leccate hanno preso il via
quando v’è amore non contano nemmeno gli orifizi
e avvolto nel tepore scruta il velo fioco dell’aurora

spostando attentamente un angolo del piumino
ammira l’amante dormire con la bocca aperta
il giorno che verrà si introduce col vento che spiffera

dalla calligrafia scomposta sorgono parole dolci
l’ardore e la tenerezza dell’universo intero
dentro il foglio quadrettato di un bloc notes

voi scolpite una statua che ne immortali i ciuffi nodosi
la corporatura mingherlina, gli occhi, la piega struggente
e in ciascun polmone incamerate l’aria che verrà.

 

L’ordine del sud

Eri malvagio col cane stupido, in compagnia,
però non orinasti nella vaschetta limacciosa
dove ogni pulce pomeridiana era una stella.
Per essere creduto meglio facevi un verso strano.
Le calze grosse, il latte caldo, uno schiaffo sulla guancia,
davano la misura di tua madre e del suo strigliare.
La natura si fonde alle infrastrutture dalla macchina;
tuo padre mai a corto di sentenze e il vento sui peli…
Apprendesti la violenza dai roveti e qualche pietra:
una volta, non a lungo, rotolasti nella polvere con uno,
con il pugno che non è facile dare e i mancamenti.
La volta sul ciglione in cui piangesti, nessuno vide,
sentivi fresco e gli abitanti della terra non c’erano.

 

Roberto Minardi (Ragusa, 1977). Nel 1999 si è trasferito in Inghilterra, a Londra, dove risiede tuttora lavorando come insegnante di lingue. Dal 2005 al 2006 ha vissuto a Panama, dove ha tradotto poeti locali e pubblicato la sua prima plaquette in versione bilingue. Nel 2007 la Archilibri di Comiso (RG) ha pubblicato Note dallo sterno. Nel 2014 viene premiato con la pubblicazione della silloge Il bello del presente dalla casa editrice Tapirulan. Nel 2015 esce La città che c’entra (Zona Contemporanea), silloge che è stata segnalata all’edizione del 2016 del Premio “Montano”. A questa raccolta è liberamente ispirato il mediometraggio The city within, realizzato in collaborazione con il regista Tomaso Aramini. È autore egli stesso di alcuni video sperimentali. Oltre che in volume, suoi testi sono apparsi su riviste letterarie (“Tratti”, “Semicerchio”, “La Mosca di Milano”, “deSidera”), online (“Atti impuri”, “Poesia 2.0”, “Carteggi Letterari”, “Atelier”), su antologie di concorsi (Poesie al mondo, Tapirulan, Premio Anna Osti) e sull’archivio multimediale “Phonodia” dell’università Ca’ Foscari di Venezia. Sue poesie sono state tradotte in inglese, spagnolo e turco. È stato co-fondatore del progetto poetico “dopotutto [d|t] (una poesia italiana fuori)”.

 

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