Simona Lo Iacono, “L’albatro” e il tempo destinato a rivivere nella scrittura.

Simona Lo Iacono, “L’albatro” e il tempo destinato a rivivere nella scrittura.

A volte i libri ci inseguono, reclamano una dedizione che travalica la lettura. Così nascono questi appunti su L’albatro (Neri Pozza, 2019) di Simona Lo Iacono, perché le parole continuano a risuonare benefiche ben oltre la consuetudine con le pagine.
Felice innanzitutto la scelta di scandire il racconto della vita di Giuseppe Tomasi di Lampedusa in un duplice flusso memoriale (il tempo dell’infanzia e quello della maturità che precede la fine), a dare potenza emotiva e dinamicità a un romanzo che è al contempo affresco storico e vicenda interiore (la scrittura del Gattopardo accompagna sottotraccia o in citazioni l’intero percorso).
Non si può non amare la figura umanissima del principe, la sua intelligenza, la sua malinconia. Tuttavia lo sguardo calibra da subito la centralità di un altro personaggio, compagno dei suoi primi anni di vita, Antonno (l’albatro del titolo, con la sua devozione estrema), per cui si è indotti a fantasticare sul legame che unisce i due bambini. D’istinto (o per naturale complicità con il protagonista) si percepisce Antonno come il riflesso del piccolo Giuseppe, la sua immagine perfettamente speculare.
L’albatro non incarna l’altro da sé, ma l’altro in sé. Anche il suo pensare, agire, esprimersi al contrario del senso comune non dichiara soltanto l’attitudine ad andare oltre le convenzioni o la superficie delle cose, ma soprattutto consente la visione a rovescio dello specchio, ossia il riconoscimento della duplicità dell’esistente, la compresenza degli opposti come condizione universale, luce/buio, amore/dolore, vita/morte.
La scoperta senza ritorno di questa semplice e terribile verità alla base dell’esistenza decreta la sparizione definitiva di Antonno, e con lui dell’infanzia, in una sorta di pacificazione dell’intero nella personalità adulta del principe/scrittore.
Perché il tempo perduto è destinato a rivivere solo nella scrittura. È la maestria di Simona Lo Iacono a ribadirlo, mentre il suo albatro si congeda con ali ancora protettive, fedeli.

Il mio tempo interiore era sempre stato sfalsato e ritardatario, incapace di adattarsi alla vita degli altri. E, anzi, pareva avere un andamento inverso alla realtà. Più questa correva, più il tempo rallentava, incespicava.
Era un tempo al contrario, il mio.

(Simona Lo Iacono, L’albatro)

 

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