S’Unda

S’Unda

 

L’antro della Pizia 

 

So che mi invidiate l’immortalità, la sapienza che qualche volta mi aiuta quanto la cocaina, presa al posto del Magnesio Supremo usato da voi per ogni male: piedi gonfi, acne, flautolenza, insonnia, calo della libido, unghie incarnite, tradimenti, corna e, mi fermo? Siete solo degli imbrogliati. Iniziate ad assumere cocaina sciolta in birra ghiacciata: creperete prima dei quarant’anni e vi risparmierete la maledetta vita eterna capitata a me. Io la cocaina la consumo in grande quantità solo perché ha l’identico sapore che trovai nell’alito di un mortale amato. Feci durare la passione per due sole giornate, poi rammaricata lo scacciai, perché so che l’amore, se duraturo, si caria. Sempre.

La mia razza impara la sapienza, la siede un po’ nel cuore e nella mente, poi sta sola. Così va, così fu deciso per le pizie. Non è vero: l’alito  di lui non sapeva di cocaina, sapeva di lussurie d’asini invaghiti di cavalle bianche altezzose. Vi sto  prendendo in giro: l’amato di quei giorni era semplicemente sano, aveva trent’anni ed era muto dalla nascita, quindi mai parola gli si fece larva sulla lingua. Dovreste stare in silenzio più spesso anche voi, state ammorbando il pianeta, figuriamoci le storie d’amore. Chi vi sopporta il fetore non è perché, come si dice, L’amore è cieco. No, semplicemente certi hanno il naso sordo. Magnesio Supremo?

Finora ho scherzato, non faccio uso neppure di cocaina. Mi basta e avanza la vita vissuta e l’angoscia per quella ancora da venire. Anche quando si presenta in vesti di felicità. L’allucinazione perfetta sono io, e nei momenti come questi nei quali disquisisco con voi in improbabili sintassi, so di dover selezionare memoria, mia dannata compagna, per non terrorizzarvi ulteriormente l’illusione di aver trovato un equilibrio quotidiano. Voglio lo teniate, perché un solo briciolo di potere pitico vi schianterebbe a terra, asini raglianti “o cavallina  cavallina storna.”

Davanti al mio Antro scorre un torrente, le piogge di questi mesi l’hanno vagamente illuso d’essere un fiume. Invece resta ciò che è: un torrente spavaldo ancora per poco. In estate addirittura scompare. Guardandolo stamattina ho ricordato un po’ di storie, sparse nei tempi. Negli ingarbugliati miei secoli.

A Vincent van Gogh settenne, nel 1860 mancavano trent’anni per spararsi un sano colpo di rivoltella sul cuore giallo. In quel periodo ancora non prevedeva di essere destinato a intrappolarsi nel desiderio di religiosa beatitudine eterna. Ora dopo ora, gli accadde così, nella follia in maturare, cannibale di malinconie. La malinconia è pura carne, se pure apparentemente astratta. Come ogni sentimento infatti crepa e si invermina in fossa funebre assieme a chi l’ha prodotta. Van Gogh scrisse in una lettera anni dopo, già uomo, irascibile, confuso: “Ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca a quell’altra che, cupa e stagnante, dispera.” Quel giorno di dicembre del 1860 Van Gogh fu colto da una forma d’estasi durante una passeggiata in campagna dove, come d’abitudine, si recava da solo. Cadde seduto su un campo di neve che durante il caldo ospitava grano. Giallo. Gialli all’improvviso gli infuocati capelli di Van Gogh. Giallo di girasoli il cielo, perfino le patate cibo dei contadini. Ancora quella aggressione sulle pupille bambine che non capivano, ma vedevano come una rivelazione sovrumana, tutto: quadri, colori velenosi da mangiare, manicomi, andar via, tornare, casa, manicomi, andar via, quadri. Vide il proprio orecchio sanguinare miele. E vide – in un’allucinazione taciuta a tutti per l’intera vita, ma mai a se stesso che non la vinse – un fiume. Il bambino vide un fiume imponente, in corsa. Giallo di corpi umani in esplosione di affogati, case, sedie, cavalli che nitrivano salmi, statue lignee di Cristi, scarponi, stagioni, stelle. Le stelle dovrebbero stare in alto, eppure in quel dicembre 1860, scesero all’acqua per salvare qualcosa dal turbinio assassino. Affogarono molte stelle, per amore. Poi tutto scomparve, in apparenza; Van Gogh tornò a casa fradicio dalla testa ai piedi. Ti sei urinato addosso!, gli rimproverò la madre. Lui rispose, Sì, e andò a piangere abbracciato a un gallo.

Fedor Dostoevskij aveva trentanove anni nel 1860. Nel 1849 il sovversivo, il genio russo condannato a morte per fucilazione salì sul patibolo, ma giunse la grazia dello zar. A lui fu comunicata pochi secondi prima che un proiettile spaccasse il cuore di uno tra i maggiori romanzieri nati in terra. Crudeltà di uomini che sanno altri irraggiungibili. “A chi sa di dover morire, gli ultimi cinque minuti di vita sembrano interminabili, una ricchezza enorme. In quel momento nulla è più penoso del pensiero incessante: se potessi non morire, se potessi far tornare indietro la vita, quale infinità! E tutto questo sarebbe mio! Io allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non perderei nulla, terrei conto di ogni minuto, non ne sprecherei nessuno!”

Pochi esseri umani restano integri a simili sciagure personali. Dostoevskij entra in un calvario di allucinazioni e crisi epilettiche. È vero che gli fu risparmiata la vita, ma farlo ammattire fu progetto premeditato quando fu spedito in Siberia, a scontare pena per quattro anni. Lui scrive di nuovo, e scrive spesso di fiumi. Mancano sei anni al 1860, quando concluderà la stesura delle sue Memorie, che vanno lette per comprendere lo scopo di questo mio racconto. Morirà a sessant’anni, le sue allucinazioni, se tali furono, gli fecero scrivere opere immortali. Morirà di enfisema polmonare, annegando nella pozzanghera di sé. Le sue ultime parole furono “Non trattenermi”. Così come direbbe un fiume quando impellente è l’urgenza di raggiungere un mare.

Vado a concludere  e non perché non vorrei dirvi che cosa stavano facendo nel 1860, Gaudì e il suo mondo sottomarino di spavento, Virginia Woolf e il suo suicidio in un fiume, Nabokov “Non essere in collera con la pioggia, semplicemente non sa cadere verso l’alto.”, Modigliani e i suoi colli annaspanti: aria!, Louis Ferdinad Céline con l’ irraggiungibile Viaggio al termine della notte: dove tutto fluttua, dalla vita alla sua conclusione. Tutto: bestie, suppellettili, donne e uomini, bambini.

Zagare sbocciate fuori stagione quel nove dicembre 1860, fiori compagni della fine di centinaia di persone, della quasi totale distruzione della piccola città di Oristano e dei paeselli intorno. Il fiume Tirso, di una potenza capace di raggiungere nel mondo centinaia di menti sensibili: solo quelle. Le elette.

“Voglio dire per sincronicità le coincidenze, che non sono infrequenti, di stati soggettivi e fatti oggettivi che non si possono spiegare causalmente, almeno con le nostre risorse attuali.”

C.J. Jung

Ah, scordavo, nel 1860 mancavano appena quindici anni alla nascita di Jung. In Oristano i cani proseguivano a mangiare ossa appartenenti a crani, femori, mandibole, braccia incapaci di diventare ali per necessità. Capelli perduti divenirono nidi per rondini.

Terra lussureggiante con eterno, orrendo concime. Luogo con altissima percentuale di suicidi. Torni Jung dal suo inferno, a capire.

 

ph Francesca Woodman

 

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