Teodora Mastrototaro, “la poesia è un invito all’azione, ad un pensiero critico che apra uno spazio”.

«Quando l’inferno non ti brucia più ne fai parte/ o non esisti». Leggendo “Legati i maiali” di Teodora Mastrototaro, “Marco Saya Edizioni”, «il dolore sussurra immobile», il cuore illividisce e scorta «quel corpo celeste morente/ che attraversa un pezzo di cielo». Leggendo, si ha una triplice possibilità di ascolto: la voce degli animali, da una parte, dei loro carnefici, dall’altra, e la nostra, al centro. Leggendo, chini su noi stessi, arriviamo a rinnegarlo questo nostro cielo indi-gesto, «di un rosso sventrato». Leggendo irrompe, attualissimo, il pensiero della Ortese, «quando la pace e il diritto non saranno solo per una parte dei viventi, solo allora, saranno possibili, facili come un sorriso, anche la pace e la vera sicurezza dell’uomo».

Quale l’urgenza o, se preferisci, la “scintilla”, che ha portato al tuo “Legati i maiali”?

L’urgenza è scattata quando l’empatia per gli animali ha cominciato ad essere lancinante. Una specie di ‘egoismo’ che mi ha spinto verso la prossimità della vita animale. Questo è successo in diversi step, per questo non è una scintilla, ma un’urgenza che si è andata costruendo, che è partita con un piccolo gemito e man a mano, con lo studio, si è trasformato in quel frastuono di urla che sono lì, ma non si sentono. Ma ci sono. E alcune riverberazioni ho cercato di bloccarle nel libro, non per costringerle ancora una volta ma provando a farle ascoltare. Penso che sia un libro da ascoltare.

Come scrive Bux nella nota introduttiva, il tuo libro contiene un messaggio fondamentale: “che la vita resti alla vita e che la morte non sia un esercizio voluto dall’uomo ma solo il destino di ogni essere vivente”. Cosa immagini possa la poesia perché passi (il tuo risplendente messaggio)? E, ancora, qual è (o quale dovrebbe essere) l’incarico (senza tempo) della poesia?

Non credo si possa risolvere il problema della sofferenza animale con un libro ma il grido che cerca di liberarsi in quelle poche parole scritte penso necessiti di spazio in cui esistere. I mattatoi, se proprio devono esserci, dovrebbero avere le pareti trasparenti, all’interno molti microfoni che riprendono quelle sonorità e quelle voci gettandole fuori. E dovrebbero essere in centro, accanto alle chiese, ai municipi, alle scuole. Ecco, in una situazione del genere non ci sarebbe bisogno di (quelle) parole. Per ora c’è questo libro, che ha anche un aspetto simbolico, una piccola sepoltura per rendere degni di lutto tutti quegli esseri viventi che noi umani abbiamo deciso non essere degni.

Riporteresti alcuni versi o uno stralcio di testo (di altri autori) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti (trovare conforto)?

Non penso che la poesia e la letteratura debbano dare conforto. Il conforto può giocare brutti scherzi, in una direzione che non è quella che oggi possiamo permetterci. C’è rimasto il rischio. La poesia, la letteratura, per me sono inviti all’azione, ad un pensiero critico che apra uno spazio, oggi penso sia fondamentale.

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Partendo dai greci, la poesia è letteralmente “creazione”, un’antagonista del Creatore. Ma non occorre sbilanciarsi e soprattutto affannarsi, oggi, per me, la poesia è quando prendi la lingua e la costringi a non andare dove va di consueto. Invece che sul dente dolente cerco di farla sbattere su ciò che mi resta incastrato addosso cercando di eludermi il più possibile. Deve restare attaccata a ciò che mi sta addosso, solo così è possibile lavorarla, prendere lo scalpello e scolpirla, come si potrebbe piantarsi uno scalpello sul cuore? Per questo non ci sono io in quelle parole, altrimenti sarei già morta a fare quella vita.

Tornando al tuo libro, e con i tuoi versi (quelli scelti dalla sezione che dà voce, procurandoci uno squarcio nel petto, agli stessi animali che raccontano il loro dolore), “Ti sanguina il guanto, uomo, nella cavità arida della /parola cadavere.”, per chiederti: cosa può la poesia contro la “sordità”? Può “accendere” quella che Dostoevskij definiva la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera, ovvero la compassione?

C’è un problema di fondo secondo me ed è meramente quantitativo. La compassione può far visita inaspettatamente, può bastare una faccia triste di un bambino, un uccellino incastrato da qualche parte che tramuta il cinguettio in aiuto forsennato. “Ci” muoviamo a compassione per una cosa specifica, per un’anomalia potremmo dire. Altrimenti vivremmo nella disperazione. Quando però c’è un dato sistemico, in questo caso una mattanza continuata, la compassione potrebbe essere d’intralcio. Ad esempio, sono stati adottati dei regolamenti ad hoc riferiti al “benessere animale”, che, nella catena produttiva della nostra alimentazione, vuol dire ucciderli facendoli soffrire meno di quanto le leggi precedenti permettevano. Un gesto compassionevole senz’altro, un morto dopo l’altro. La poesia, così fragile, può far questo, insegnare la fragilità, farcela crescere dentro, magari anche un po’ di rabbia.

Qual è stato, ad oggi, il dono ricevuto dalla poesia?

La poesia mi ha dato tanto e si è presa molto di più, ed è giusto che sia così. È un’attività felicemente in perdita. Una specie di vocazione ma senza gli aloni gialli attorno e un sacco di polvere che appena può si posa sopra i libri. I doni maggiori però non sono parole poetiche ma quelle reattive di chi ha letto il libro: «Ho letto il libro, ho smesso di mangiare carne», «Da questo momento per me sarà più difficile fare la spesa al supermercato»… ecco, queste loro parole non sono solo doni per me, sono azioni per tutti loro.

Per concludere, ti invito, per salutare i nostri lettori a scegliere tre poesie dal tuo libro.

Vi ringrazio e vi saluto con tre poesie. La prima fa parte della prima sezione del libro, dove sono gli animali a parlare, e le altre due sono della seconda sezione, dove a parlare sono i loro carnefici.

 

Ancora cosciente mi rivolti vivo nella vasca,
l’acqua bollente rende tenera la morte.
Un paio di minuti è il tempo che ci vuole
per far puzzare il cielo.
Il porco dopo di me non sa nuotare,
gli basterà un secondo per farsi trasformare
nel bianco del carcame scolorito.
Un braccio meccanico mi spinge giù in fondo
nel mare sospeso di rosso.
Il porco ha gli occhi fissi su di me che fremo,
mi opprimo, continuo a calare.
Quando l’inferno non ti brucia più ne fai parte
o non esisti.

*

Lo storditore punta la pistola
all’altezza della macchia a forma di stella
sulla fronte del cavallo in fila.
L’occhio che schizza dalla cavità orbitale
lascia una scia luminosa di plasma
visibile per pochi secondi.
La stella è diventata una cometa.
Lo storditore esprime un desiderio
ammirando quel corpo celeste morente
che attraversa un pezzo di cielo.

*

Quando scarichiamo la carne in macelleria
la sequela delle carcasse sembra un corteo funebre.
La pausa tra la carne e il mondo si è ridotta
e tra il cielo e la macelleria c’è un punto di svolta.
L’operaio più robusto trasporta sulle spalle
la carcassa più pesante come un cristo
crocifisso durante una via crucis rovesciata.
Esposti i corpi nel banco frigo:
Bollo Sanitario, Peso Netto, Specie, Taglio, Lotto.
Nessun animale che sia degno di lutto.

 

 

 

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 21.03.2021, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

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