UN’OSCURITÀ TRASPARENTE DI WILLIAM STYRON

UN’OSCURITÀ TRASPARENTE DI WILLIAM STYRON

Ho letto tutto d’un fiato le 94 pagine del memoriale che William Styron pubblicò una prima volta nel 1989 su “Vanity Fair”, in seguito a una conferenza tenuta sulla depressione di cui aveva sofferto pochi anni prima per poi, ampliando il testo, farne un libro nel 1990, esattamente questo Darkness Visible (Un’oscurità trasparente, Leonardo 1996). Il libro contiene qualche approssimazione o ingenuità concettuale, come nell’uso ripetuto del termine “subconscio”, che sa di lettore dilettante di Freud. Rilevo, anche per altri aspetti, dei limiti nella traduzione di Raoul Venturi, nell’attenersi a uno standard medio di linguaggio pragmatico tipicamente americano, pur nella resa organica della qualità letteraria. Dopo alcune pagine autocelebrative (in modo non retorico), Styron ci fa scendere nell’orrore concentrazionario di quella malattia devastante da lui chiamata “disperazione al di là di ogni disperazione”, e non può non venire in mente La scelta di Sophie, suo famoso romanzo, per l’analogia con quanto era stato letterariamente e inconsciamente già vissuto in precedenza, in termini di angoscia.

A Styron capitò di andare in depressione bipolare quando smise di bere. Lo attraversò un’incapacità progressiva di vivere e di scrivere, con ricorrenti fantasie suicide, fino al ricovero di due mesi e mezzo in ospedale. Ma, contrariamente al luogo comune che lo associa a un habitat terrificante e da evitare, l’ospedale fu vissuto da lui come il rimedio per eccellenza. Sono reazioni soggettive: per lui fu la salvezza. Scopre così che il farmaco che aveva a lungo assunto, l’Halcion, aveva peggiorato la situazione, inducendogli le pulsioni di morte. Naturalmente stava già male per conto suo, ma l’Halcion aveva aggravato irreparabilmente il suo stato. Il medicinale sbagliato viene allora sostituito col più appropriato Dalmate e accompagnato da psicoterapia di gruppo e “terapia artistica” (scultura). Il paziente migliora e, per così dire, guarisce, arriva a stare di nuovo bene, restando consapevole della possibilità di recidive ma anche attrezzato ad affrontarle, in seguito all’esperienza fatta. Soltanto alla fine sappiamo qualcosa in più del romanzo familiare, di cui l’autore non ci dice più di tanto. Il vero finale è un po’ ovviamente dantesco, non tanto nel rievocare la “selva oscura” – occasione dolorosa ma utile di crescita – quanto l’ultimo verso dell’ultimo canto della prima cantica: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Il libro risponde soprattutto alla fondamentale domanda di Camus, contenuta nel Mito di Sisifo: se la vita valga o no la pena di essere vissuta. E si avanza, nel secondo capitolo, un’interessante ipotesi proprio sulla morte del filosofo francese. Non ignaro di depressione, Camus si sarebbe avventurato in macchina con un guidatore pazzo, figlio del suo editore, per flirtare con la morte e morire, attuando un suicidio per delega. Probabilmente l’ultima risposta di Camus è stata negativa. Di fronte alla depressione, non c’è letteratura che tenga. Niente e nessuno, al di fuori dell’intervento specialistico, e di chi si presta con dedizione totale a ricordare al malato che la vita vale la pena di essere vissuta, può far uscire chi soffre in quel modo dall’oscurità che lo opprime. E sicuramente scrivere queste pagine ha aiutato Styron a rielaborare ulteriormente il suo vissuto.

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