Filomena Shedir Di Paola ok

I
Vista da qui la notte assorbe tracce,
ingoia specchi, dissolve colore , mangia distanze
sprofondando in una faglia di pace abissale.
Vista da qui, la notte.

Eppure, non è che ombra e si agita sul mondo.
Senza riposo è la notte, senza sonno.

*

*

II
Materia incontrollata,
altro da sé – remota –
nera eccezionale materia.

Un altro petto
con la stessa fede nel petto
un’altra voce con quella voce.

La Poesia fiorisce
dove non c’è pace.

*

*

III
– Sbilanciamenti –
A certe cose manca l’assenza.
Ad altre la presenza impercettibile del mondo.

*

*

IV
La neonata alba o la notte profonda
non fa differenza
se sei tu a soffiare sulla brace,
se essa ancora ci avvampa.

*

*

V
Occhi di onice liquida
i tuoi, piccolo mio,
laghi e abissi.

Potessi almeno
asciugarti l’ombra
che nera lasciamo
calare sul gracile corpo.

Corpo secco, come letto
di fiume asciutto
esile canna al soffio
e impastare dalla tua costola
il dio della giustizia che latita.
Ma rimango ferma.
Bianca di vergogna.
Nuda per l’impotenza.
Misera statua di sale.

*

*

VI
Mattina di domenica novembrina,
la prima, ancora vivo silenzio
per le strade, nel giorno dei morti.
– Ed i miei sono in altri confini –
Nei cimiteri greci non pena passeggiare.
Questa terra accoglie tutti,
non muri a cassetti freddi e sovrapposti.
Qui la morte è quasi umana e parla.
Croci bianche si stagliano dalla bruna terra
che il cielo contempla e dalla fossa
il silenzio le sovrasta e le cinge di azzurro.
E seguendo i passi puoi conoscerne i volti,
le passioni che li abitarono.
Qualcuno si tiene accanto
alla croce un pallone rosso,
la sciarpa della squadra amata,
un giocattolo, una canzone incisa
nella pietra, i versi del poeta preferito
fedele compagnia nell’eterno.
Perché l’eternità esiste, eccome,
ed è questa, senza sconti e senza tarli.
La vita al confronto non è che un breve
ed esagitato scalpitare di cavalli
su un sentiero senza inizio
e senza fondo.

*

*

VII
Tu lo conosci -ma non dici niente-
il dolore che ruggisce, che mangia i denti
che spreme e stritola le carni.

E tu non piangi – lui non piange –
e tu non senti – lui non sente –
la peste che moltiplica e nasconde.

Disteso nella cripta, se non muore,
riposa indenne, finché ci si abitua
e lo si asseconda
finché non più dolore ma lacerata ombra
di sé – in sé – permane.

*

*

VIII
Ho piedi d’argilla, assetata terra
e acqua non v’è per queste radici
se non melma dura.
Ma ho braccia come rami,
occhi come fiori
e fronte alta che scala verso il cielo
perché sono albero che trae
nutrimento sopra il suolo,
nella nebbia che m’ingravida
nel vento che mi sorvola
nella nuvola che leggera m’incorona.
Sono salva se mi salvo
dall’amarezza della mia miseria.

*

*

IX
Mareggiata, è un camposanto di canne
abbattute sulla spiaggia, una pioggia
di sassi sputati in aria.

L’indomito ha vomitato l’indigesto dalle viscere,
lattine, bottiglie, ferri vecchi, spoglie, qualche scarpa
lacera. Il demone ringrazia e ricambia.

Ora è disteso come un angelo verde sotto il sole,
il volto ancora greve, bianca spuma s’arriccia
sulla bocca scura. Lo imploro inquieta e amara,
la sua agitazione mi contiene tutta intera.

*

*

X
Vieni, mio amore,
vieni e toglimi dalle braccia questo peso,
quest’errore
di cercare nelle stimme che si dissolvono
la luce che non mi possono dare.

Oltre te non c’è ricompensa che valga.
Oltre te ci si accosta come a un’ estate senza sole.

*

*

XI
Non fui mai nei luoghi comuni
nelle masticate abitudini
nelle sicurezze garantite.

Ero -e sono- nelle parole che annaspano
nei colori che evaporano
nei mari che non riposano.

E sarò nelle pietre che piangono
nelle statue che respirano
nei ghiacci che s’incendiano
in quei vortici che morendo
rinascono. Altrove.

*

*

XII
Non tutte le notti e le albe sono tali.
Alcune tacciono, non portano rivelazioni.

Eppure, anche il riposo è funzionale.
– come l’acqua che si appresta a riempire il pozzo –

Aspetta a calare il secchio.

*

*

XIII
Non era ancora autunno
quando un’arancia mi stupì
per precoce tinta
e smaniosa accelerazione.

Indossò il colore del sole
nella misura di una noce
e rotolò quando le altre
si preparavano a maturare.

Al taglio fu secca e striminzita.

La natura insegna la regola,
il ciclo della vita: non si salta
se non a rischio di una perdita.
La sua legge è eternamente stabilita.

Sii l’arancia che non aveva fretta
di essere spremuta, ma innanzitutto,
sii tempo giusto per ogni cosa.
L’eccesso – in un senso o nell’altro – è misura cieca.

*

*

XIV
L’anima – e tu lo sai – nasce già ferita,
porta i segni di tutte le battaglie,
candida, immensamente antica.

Conosce amore, sogno, gioia,
odio, rabbia, desiderio. Conosce
dolore, morte, volo sotto ogni cielo.

– Porta scompiglio. Porta incantamento –

E non si pone il problema nel far di un corpo
un nuovo appiglio. Emigrerà poi a fine viaggio
– più leggera e vivida dentro nuovo vento. –

*

*

XV
Alba, la tortora gruga
ed io canto sulla carta.

Mattiniere entrambe
per la voce notturna
dell’insofferenza.

*

*

XVI
Amo il corpo psichicamente.
Amo l’anima corporalmente.

Non si scinde, non si distingue
quel che ci forma integralmente.

*

*

XVII
L’inchiostro è fiotto
e trasporta parole
che sbocciano alla vita
come loti dalle vene.

*

*

Folegandros

Un giorno mi graffiò una vertigine,
un ululato, un esilio sconsacrato.

Su un’isoletta greca a ridosso di una collina
mi sorprese una ripida scarpata.

La ingoiava un nero e lamentoso mare,
schiaffeggiando la parete nuda.

L’eco gobba ne ingrandiva l’arpa
malinconica e sospesa.

Fu angoscia quell’abisso e poi fu calamita
– ed isola anch’io nel pelago, emarginata –

Nelle gambe frenesia di fuga.
Nel petto tamburo impazzito.

L’orrore di perdermi in quel grido
risucchiata dal profondo vuoto.

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