#1Libroin5W.: Giovanna Amato, “Un bel giorno sarà estate”, Fveditori.

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Chi?

Maria. È un’insegnante, una donna “bella di mantide” che cerca la pace da crisi d’ansia che la squassano. E soprattutto Tonio, che del libro è il grande corsaro, Tonio che è un -bot mandato dal Ministero a insegnare Dismisura Creativa nelle scuole medie e può parlare ai ragazzi di tutto quello che – di arte, di musica, di letteratura – a un umano spezzerebbe il cuore. Tonio il cuore non ce l’ha, se si ignora la grazia con cui i suoi costruttori hanno deviato i fusibili per creargliene uno di apparenza. Allora come aiutare Maria, squassata dall’ansia, come aiutare Maria che lo incuriosisce e lo diverte e lo stupisce lungo i corridoi, se non può usare il più grande strumento di cura al mondo, l’amore umano?

 

Cosa?

C’è un limine sottile tra la vicinanza e il disastro, tra la cura e il paternalismo. Solo un amore assoluto, devoto e totale, ma solo un amore che mantenga il rispetto di sé stessi, la curiosità per il mondo – solo un amore sano può lenire il dolore di un altro essere umano. Non c’è dono di sé senza un sé, strutturato e complesso. È come, mettiamo il caso, essere un -bot e amare senza scampo e restare accanto, senza riserve, industriarsi per far ridere, ma avere ancora gli occhi lucidi di stupore per ciò che l’amore fa dentro i propri circuiti, per il modo che ha di far profumare più forte una magnolia.

 

Quando?

Stava arrivando una primavera smisurata perfino per Madre Natura, si sentivano avvisaglie di enormità a ogni scampolo di parchetto, ogni oleandro sporto da una cancellata. I tramonti erano di un rosa inquietante. Si lavorava, moltissimo, e a zonzo per la mia scuola media c’erano riunioni in ogni dove. Si era attenti e svegli, ma si sentiva nell’aria qualcosa di colossale. Ascoltare Händel quasi feriva al cuore. Si doveva scrivere, per forza, e necessariamente d’amore, ma in un modo che permettesse di parlarne davvero. Occorreva che non ci fosse un umano, forse. Occorreva qualcuno (qualcosa) che scoprisse l’amore dall’interno. La primavera continuava ad arrivare mentre ci pensavo, i tramonti erano fatti di fragola.

 

Dove?

Io e la magnolia del libro ci siamo accordati e abbiamo deciso che lei avrebbe ubbidito a quella primavera astrusa riempendomi il cortile, e io l’avrei fatta profumare più forte per l’innamoramento di un -bot. Ho scritto di pari passo con i luoghi che abitavo: i corridoi di una scuola (molto), casa mia (pochissimo), un terrazzo con la vista su Roma e Roma, Roma come un fedele, nominata solo una volta ma assoluta madre degli spazi in cui questa coppia male assortita si ritrova a muoversi. Bar, per molti caffè. Una tangenziale, al volo. Ho vissuto di questo e questo è entrato nel libro, come un prolungamento naturale dei cinque sensi con cui insegnavo letteratura o camminavo dritta per strada. Il Dove aderiva come aderivano tutte le altre domande, perché per un momento che quasi mi intenerisce ricordare una primavera smisurata si è infilata in un libro, dandogli da mangiare.

 

Perché?

Vorrei dire che il perché è in quell’equilibrio tra paternalismo e cura di cui parlavo prima, o perché sempre in me c’è un’allerta nel dolore di chi amo, e di quell’industria volevo parlare. Ma sarebbe così fuori luogo. Posso portare un pezzetto di esperienza, ma chi sono per dare lezioni? Il perché è semplicissimo ed è sempre nella primavera madornale e in Händel che feriva al cuore: bisognava fare qualcosa, bisognava scrivere, Tonio non scrive ad esempio e se ne lamenta assai, lui legge solo poesie, e ascolta i suoi barocchi. Bisognava scrivere, se se ne era in grado, e fin dove possibile, quanto a lungo era necessario.

 

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Strano quello che prova. Come si è sottomesso subito all’amore, riconoscendone i termini, come ha imparato la sua area e il suo perimetro, come quando ci si adatta ad una stanza nuova. Anche gli umani imparano con tutta questa facilità? Anche per loro basta innamorarsi per sapere cosa sia l’amore?

La ama solo da due giorni, ma ha il bisogno di dirlo. Luca non gli basta. Vuole dirlo a lei, a un prete, a chiunque. Chiudersi in una chiesa e dire: ho peccato. Guardala e dimmi come potevo non peccare.

Ma lui è un –bot. Non ha preti, non ha chiese. Né può dire a Maria: ecco cosa ho fatto. L’ho fatto per te. Ho forzato la mia natura e mi sono reso capace di amare perché volevo starti accanto, perché volevo intuire con una forza di cui non ero abbastanza capace tutto quello di cui avevi bisogno. Quanto male potrebbe farle questa confessione?

Vorrebbe pensare a tutto questo. Studiare una strategia. Ma qualsiasi pensiero è interrotto da Maria che arriva, Maria che arriva a ondate, e pulisce con la sua presenza di pensiero tutto quello che era stata prima che arrivasse l’amore. Non è diventata più alta, Maria, non ha messo né ha tolto peso, non porta i capelli in un altro modo né ha gli occhi di un colore (ma quale colore?) diverso. Non ha nulla che non avesse tre giorni fa. Eppure i dettagli si illuminano dal fondale, emergono con una precisione chirurgica che lo stiletta. Le orecchie dal padiglione leggermente aperto. Le narici piccole e raccolte. La chiusura asimmetrica delle labbra. E i gesti con cui manipola il suo corpo: grattarsi la caviglia se è nervosa, tirarsi i capelli in una coda di cavallo e poi lasciarli andare sulla nuca. Tutto questo (come ha potuto non vedere tutto questo?) è un margine, e la sua vastità lo sbigottisce. È il signore di un campo sconfinato. È il più piccolo dei servi.

**

Tonio respira e si porta le mani alla faccia. Si sgombra dalle gocce di pioggia, poi stropiccia il naso, gli occhi, come se dovesse togliersi di dosso una maschera che gli è improvvisamente calata sul volto.

«Ascolta», dice. «Non mi saprò spiegare. Io ora mi prendo cura di lei, è questo che faccio.»

«E lo fai bene.»

«Io non voglio! Non lo voglio. Prendermi cura. È qualcosa di così supponente. È l’idea di essere al di sopra. Non è quello che mi serve.»

Si accorge di sudare.

«Voglio tenere stretto» continua «il guizzo di spavento. La traiettoria vera dell’azione. O il silenzio. Perché ci sono lontananze meno mute, più vicine della presenza. Io le voglio sapere. Lo capisci? Voglio il talento a scendere, perché adesso per lei non c’è risalita. Voglio vedere la direzione. Io non voglio prendermi cura, voglio che esista un’altra parola per tutto questo che è assieme panico e quiete di nervi. Tutto questo lo può un addestramento lungo. O un amore fatto nell’acciaio. Senza interesse. Un ascolto totale. Questo voglio. Un amore fatto nell’acciaio.»

 

Giovanna Amato (Salerno, 1986) vive da molti anni a Roma, dove insegna materie umanistiche. Tra i suoi libri, la raccolta di racconti “La Signora dei pavoni” (Empirìa, 2016), il romanzo sul precariato della scuola “Terzafascia” (Fusibilia, 2017), la silloge poetica “L’inizio della scrittura” (Fusibilia, 2018) e il romanzo “Viviana del lago” (Robin, 2019).

 

 

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