Le eterne visioni di Savina Dolores Massa e il suo “E adesso chiediti perché sei rimasta sola”.

 

È uscito, per le raffinate edizioni “Il Maestrale”, il nuovo libro di Savina Dolores Massa, “E adesso chiediti perché sei rimasta sola”, poesie nate nel quinquennio 2015-2020. “Tra frammenti di vissuto, dialoghi solitari, amori indichiarabili e treni dai vagoni vuoti, sfilano sempre le eterne visioni: in fondo nella Storia / di tori e maschi in guerra nell’arena. Insieme alle navi dei migranti, il paesaggio sociale e l’esclusione, l’albatros dai piedi azzurri della nostalgia, o l’animale sofferente del-la memoria. E l’arroganza del Potere, gli oltraggi al pianeta, la circumnavigazione della psiche e dei suoi meccanismi. Finanche l’ultima piaga della nuova peste, la pandemia: Nell’assenza di bocche / non so più stare / e di pelli da accarezzare / e dita da baciare mordere lasciare”.
Per l’occasione l’abbiamo intervistata.

“Incespicare sull’errore/ dà vantaggio sulle offese future./ Dicono che nulla è mai il peggio.”, in che modo la (tua) vita diventa linguaggio?
Non pongo distinzioni tra il mio linguaggio poetico e quello quotidiano: il suono del corpo, i gesti e lo sguardo quando decidono di non essere mutismo accadono così come accade il respiro.

Qual è stata la scintilla che ha acceso il tuo “E adesso chiediti perché sei rimasta sola”?
Fondamentalmente è una silloge inquieta, una specie di ribellione alla omologazione nella quale spesso e senza garbo mi si chiede la resa. Una silloge da combattimento a fronte e voce alte, ma anche di tenerezze salvifiche che dispenso più che ricevere. Un urlo. Poco pianto. Una pesa dei miei giorni. Un saluto da distacco definitivo quando molti incontri mi hanno disossata rubandomi la carne per indossarla al posto mio, ignari che sarà loro brandelli di marcio addosso.

La forma quanto incide sulla “verità” della parola poetica?
Non so riconoscere in me il significato di “parola poetica”; è cervello fatto fiato. “La verità” è opinabile in qualsiasi campo, Non mi pongo paletti con “forma” o sul come verrò giudicata, nel bene o nel male. Mi si saliva il pensiero in voce, tutto qui. Il titolo della silloge parla chiaro, ma mai la solitudine fisica mi ha resa avara di parole, o emozioni. Mi tengo stretta la virtù, o chiamiamola pure pena, di non abbandonare a se stesso lo sfascio umano: di ciò narro, o meglio, canto la musica taciuta da troppi. A tratti potrebbe apparire poesia autoreferenziale: così non è. Il mio vissuto non ha nulla di particolare da vantare, è esistenza comune a molti. Chi mi somiglia saprà entrare nel mio linguaggio con estrema facilità, altri, mai.

Immagina di dover dare delle “istruzioni” essenziali per scrivere una poesia, quali daresti?
Nessuna istruzione. O si è o non si è poeti. Posso solo consigliare di scongelare i sensi senza averne timore, o di evitare di farsi cloni di qualcun altro, poiché molto in fretta si verrebbe smascherati. E consiglio di leggere i versi di chi ci ha preceduto in terra, almeno per riconoscenza, non in tentativo di ridicola emulazione.

Cosa può la poesia di fronte al “dolore inesorabile di un dire incarcerato”?
Può che a quel “dolore incarcerato” deve trovare denti forti per sbranare sbarre e liberarsi. Il dolore forse resterà tale e incessante, ma almeno potrà tentare di disperdersi su più strade sulle quali tentare di ammansirlo. Direi che, con la poesia, lo si può gestire tra maggiori illusioni, se già non ha raggiunto il traguardo d’essere cancrena. Tale teoria può applicarsi a chi della grande piaga esistenziale scrive, ma probabilmente maggiormente a chi la legge. Nella società contemporanea il Poeta è considerato fondamentalmente un cialtrone, probabilmente lo è davvero, soprattutto quando ci consegna un ego utile solo al proprio stomaco, ignorando quelli altrui con la massima disinvoltura.

Qual è stato, ad oggi, il dono più prezioso ricevuto in dono dalla poesia?
La consapevolezza dell’inutilità di fare Poesia, attualmente, è dono. Nonostante ciò, cantare ancora flebilmente o in stridio fino a quando qualcuno tremerà ascoltandomi, per dirmi poi, Ma come fai? E io che rispondo, Come puoi non farlo tu. Il dono, chiamiamolo così, sono gli incontri con i tuoi simili e proprio perché tali, ti amano ma non ti restano accanto. Sanno l’impossibilità e il fallimento, poiché raschiando sinceramente il fondo, l’autentica poesia è rimasta il silenzio.

Per concludere salutando i nostri lettori, ti invito a scegliere una tua poesia dal libro “E adesso chiediti perché sei rimasta sola” e, nel contempo, ti invito a portarci a ritroso nel tempo, a prima della stesura completa o della prima stesura, per raccontarci quanto “accaduto” così da permetterci di condividere (e meglio comprendere) il percorso che l’ha vista nascere.

L’amarezza e la disillusione hanno concepito la stesura della Silloge in questione. L’isolamento forzato causa pandemia quanto quello scelto assaporandone ogni angolazione. Un mio necessario, compulsivo difendermi con immersioni nel cinismo da imparare; la battaglia quotidiana alla ricerca di un senso attraverso la dolcezza, la solidarietà, per non sentirmi accettata solo se trasformata in zannuta vivente. I diritti e i doveri per tutti da cesellare, pur di sopravvivere al caotico sbaglio su tutto, universale. Non sono sopravvissuta a niente, scrivendone. Nella Silloge è presente una violenza emotiva spesso non gradevole, ma onestamente andava così, senza ammiccamenti.
Scelgo da proporre un testo scritto in giornata meno disagiata del consueto.

 

“Nocche bianche sfioreranno aria

e legno della porta aperta della stanza

non coglierà alcun Avanti la tua cortesia
ma entrerai comunque a frusciarmi la faccia di gesso
imbalsamata nella vita occhi di vetro

Ti capirò le carezze
lucida nel ricordare forme

di mare forza sei
sei tu solo a decifrarmi

il perpetuo pendolo degli sguardi
parole d’iride incolore
quanto un ridere ormai assente ma presente
nei nascondigli di un altrove anticipato

e fu spietato

Quanto una porta sì una porta sì
una porta
mi busserai il corpo sepolto vivo
riesposto a qualsiasi andato via baciato
in questo meccanico dirti d’amore e di spavento
di odio, fino a quando farò in tempo a esternarlo

Ti anticipo il saluto battendo le palpebre
un applauso, da quaggiù, nel profondo del mio circo

Vorrei tu fossi fumo all’improvviso
mentre desidero invano
poggiarti la lingua di mare forza sei
sul dorso della mano
che trema
sul mio respiro corto artificiale
e grandi ti fai gli occhi
tacendo tumulti d’arterie clamorose

o rose?

Ancora nell’anima sono mare forza sei

Lasciami andare, dice l’onda e ritorna
Lasciami restare, dice l’onda e ritorna
come fiati replicanti il moto indotto
esiste di bassa marea nell’apparenza
la forca della scelta

recluso il mare
forza sei
forza sei”

 

SAVINA DOLORES MASSA nasce e vive a Oristano in Sardegna. Scrittrice di narrativa, poesia, testi teatrali, regista, cantora. Operatrice culturale. Cura laboratori di scrittura creativa e di propedeutica alla lettura orale. Collabora da anni con il Centro di Salute Mentale, la Biblioteca Comunale, il Centro Servizi Culturali della sua città. Nel “tempo libero” gioca a fare la musicista, la sarta di quadri, le metamorfosi in viaggio del proprio cortile, l’amica di tre cani, cinque gatti e una tartaruga d’acqua di ventisette anni. È presente in numerose Antologie di racconti e di poesie. Con Il Maestrale ha pubblicato oltre ai racconti Ogni madre (2012) e la doppia raccolta poetica Per assassinarvi-Piacere siamo spettri (2016), i romanzi: Undici (2008, nella rosa dei finalisti al Premio Calvino 2007); Mia figlia follia (2010, tradotto in Francia); Cenere calda a mezzanotte (2013); Il carro di Tespi (2016); A un garofano fuggito fu dato il mio nome (2019); Lampadari a gocce (2020).

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