Il racconto “The story of the washerman’s donkey” fa parte di una serie di racconti (Shawili tales) narrati dagli abitanti di Zanzibar in lingua swahili e tradotti in inglese da E. Steere (pubblicati a Londra nel 1870). La cultura swahili nasce dall’incontro tra la cultura della popolazione nativa bantu con quelle persiana e araba. Infatti tra il XIII e il XIV sec. persiani e arabi crearono a Zanzibar e sulle coste dell’Africa orientale numerosi centri commerciali e la lingua swahili riflette quest’origine. La raccolta ospita tre fiabe certamente tratte da Le mille e una notte a conferma di queste influenze.
E. Steere (1828-1882), ordinato sacerdote nel 1850, partì nel 1863 per una missione nel Nyasaland al seguito di W. Tozer, vescovo dell’Africa centrale a cui succedette nella carica. Trascorse molti anni a Zanzibar dove fece costruire la cattedrale che ne conserva le spoglie. Esperto di lingue e dialetti dell’Africa centrale, pubblicò diverse opere sull’argomento. Ma è soprattutto noto per gli studi sullo swahili e per aver tradotto in questa lingua gran parte della Bibbia.
Il racconto proposto ricorda, ironicamente, l’adagio “fidarsi è bene non fidarsi è meglio”, ci mette, quindi, in guardia dall’essere eccessivamente fiduciosi invitandoci a distinguere bene chi è amico veramente da chi lo è solo a parole.
Di Valeria Muscarà, la traduzione seguente è la prima in italiano ed è stata operata sul testo inglese.
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Fiabe Swahili
come narrate dai nativi di Zanzibar.
Tradotte in inglese da
Edward Steere.
(pubbl. a Londra nel 1870)
La storia dell’asino del lavandaio.
Una volta una scimmia fece amicizia con uno squalo. Un grande albero, della specie chiamata “mkuyu”, cresceva vicino alle acque profonde. Con i suoi rami rigogliosi ombreggiava terra e mare. La scimmia vi si recava ogni giorno per mangiare i frutti kuyu e il suo amico squalo stava ad aspettarla lì sotto l’albero.
Le diceva: “Gettami del cibo, amica mia”, e lei, per giorni e mesi, glielo lanciò.
Finché un giorno fece una proposta alla scimmia: “Mi hai fatto molte gentilezze, vorrei che andassimo a casa mia per potere ripagare la tua cortesia”.
“Come posso venire? Noi animali di terra non andiamo in acqua”.
“Ti porterò io, non ti raggiungerà nemmeno una goccia d’acqua”.
“Andiamo”.
A metà strada lo squalo le confidò: “Tu sei mia amica, ti dirò la verità”.
“Dimmi”.
“Lì, a casa, dove stiamo andando, il nostro sultano è molto malato e ci è stato detto che la medicina per lui è il cuore di una scimmia”.
La scimmia replicò: “Dovevi dirlo subito”.
“Perché mai?”.
Ella valutò e pensò – “La mia vita è finita; ora gli dirò una bugia che forse potrebbe essermi utile” -.
A quel punto lo squalo domandò: “Sei silenziosa, non parli?”.
“Non ho niente da dire, se me ne avessi parlato prima avrei portato il mio cuore”.
“Non hai qui il tuo cuore?”.
“Non lo sai? Quando partiamo lasciamo i cuori sugli alberi e andiamo in giro solo con i nostri corpi…forse non mi credi e dirai che ho paura, andiamo, dunque, a casa tua e uccidimi”.
Lo squalo credette alla scimmia e la esortò: “Torniamo indietro a prendere il cuore”.
Quella ribadì: “Non sono d’accordo, andiamo invece a casa tua”.
Ma egli insistette: “Prima torniamo indietro e prendiamo il cuore”.
La scimmia pensò – “Ho ottenuto il suo consenso, so cosa farò quando sarò lì”-.
Partirono, tornarono all’albero e, arrampicandosi, la scimmia disse: “Squalo, aspettami qui, vado a prendere il cuore e andremo via”. Saltò sull’albero e si sedette perfettamente immobile. Quello la chiamò, ma la scimmia rimase zitta. Lo squalo la chiamò nuovamente: “Andiamo!”.
“Andiamo dove?”.
“A casa nostra”.
“Sei pazzo?”.
“Come sarebbe?”, replicò lo squalo.
E la scimmia: “Mi prendi per l’asino di un lavandaio?”.
“L’asino di un lavandaio?”.
“Quello che non ha né cuore né orecchie”, rispose.
Allora lo squalo domandò: “Qual è la storia dell’asino del lavandaio? Raccontala, amica mia, cosicché possa capirne il significato”.
Ed ella raccontò:
«Un lavandaio aveva un asino a cui era molto affezionato, ma quello scappò e andò nella foresta per molti giorni, finché il lavandaio si dimenticò di lui. Lì, nella selva, divenne molto grasso. La lepre, passando, lo vide, e gli venne l’acquolina in bocca. Andò a dirlo al leone, che in quei giorni si stava riprendendo da una malattia ed era molto debole: “Domani ti porterò della carne che possiamo mangiare”.
“Molto bene”, confermò il leone.
La lepre si alzò e si incamminò verso la foresta dove trovò l’asino, che scoprì essere un’asina e, così, con furbizia le disse: “Sono stata mandata a chiederti in matrimonio”.
“Da chi?”.
“Dal leone”.
L’asina acconsentì molto compiaciuta. “D’accordo, andiamo”.
E si avviarono dal leone. Quando arrivarono, quello le invitò ad entrare ed entrambe si sedettero. Nel frattempo la lepre gli fece un cenno d’intesa con il sopracciglio che significava “Questa è la tua carne, è venuta con me senza indugio; io vado via”, e poi rivolto all’asina aggiunse: “Vado via per un affare personale, tu rimani qui a chiacchierare con tuo marito”.
Il leone l’assalì e lottarono: l’aggressore fu preso a calci con forza ma anch’egli colpì duramente con gli artigli. Poi l’asina l’atterrò e fuggì, inoltrandosi nel bosco.
La lepre, tornata, disse: “Leone ce l’hai?”.
“No, mi ha dato un calcio e se ne è andata, malgrado l’avessi ferita in molti punti, perché non sono ancora forte”.
E quella lo consolò: “Non ti buttare giù”.
Rimasero lontani molti giorni, finché l’asina guarì dalle ferite e il leone divenne molto forte, allora la lepre si recò da lui dicendogli: “Cosa ne pensi ora, posso portarti la tua carne?”.
“Portamela, la spezzerò in due!”.
Ella andò nella foresta e l’asina, dandole il benvenuto, chiese le novità.
“Sei invitata dal tuo amante”.
“Quel giorno in cui mi hai accompagnato, mi ha graffiato molto e ora ho paura”.
“Non è niente” replicò “è solo il suo modo di conversare”.
“Allora andiamo” assentì ingenuamente l’asina.
Giunti a destinazione, il leone, appena la vide, l’assalì e la spezzò in due. Quando la lepre arrivò, egli le ordinò: “Prendi questa carne e arrostiscila, ma per me non voglio niente eccetto il cuore e le orecchie dell’asina”.
“Grazie”.
Quella andò e arrostì la carne in luogo appartato dove non poteva essere vista; quindi prese cuore e orecchie e se le mangiò finché non ne ebbe abbastanza. Poi mise via il resto della carne.
Quando il leone si presentò, le ingiunse: “Portami cuore e orecchie”.
“Dove sono?”.
“Che significa?”.
“Questa era l’asina di un lavandaio, non lo sapevi?”.
“Come, non ci sono cuore e orecchie?”.
Così rispose quella: “Leone, sei adulto e ancora non ti è chiaro? Se questo animale avesse avuto cuore e orecchie, sarebbe tornato qui una seconda volta? Quando venne la prima volta, vide che sarebbe stato ucciso e fuggì, eppure è tornato una seconda volta. Ora, se avesse avuto cuore, sarebbe ritornato?”.
Ed egli convenne: “C’è del vero in ciò che dici”».
Così la scimmia disse allo squalo: “E tu vorresti che io fossi come l’asino del lavandaio? Prendi la tua strada e vattene, non mi prenderai di nuovo, la nostra amicizia è finita. Addio”.
in copertina Joan Miró, L’orto con l’asino, 1918







