Dalla raccolta “100 Armenian tales, and their folkloristic relevance”, il racconto “Lochman Hehkeem, il grande guaritore”, traduzione di Valeria Muscarà.

Il racconto “Lochman Hehkeem, il grande guaritore” fa parte della raccolta 100 Armenian tales, and their folkloristic relevance, collezionata e curata da Susie Hoogasian-Villa, pubblicata a Detroit nel 1966. Sono storie tramandate oralmente all’interno della comunità armena di Delray, quartiere di Detroit (Michigan), e ascoltate dalla curatrice per la prima volta dalla voce della nonna.

In questa collezione sono presenti narrazioni di genere diverso, e questo è uno dei tre racconti dei miti su i fenomeni naturali.

È la storia di un ragazzo che, presosi cura di un serpentello, riceve come ricompensa dal padre di quest’ultimo il dono di capire il linguaggio delle erbe e di diventare così un grande medico.

Il tema che lega il serpente, le erbe e l’uomo è molto antico. Lo ritroviamo nell’epopea di Gilgamesh in cui all’eroe viene sottratta da un serpente l’erba dell’irrequietezza che restituisce la giovinezza a chi se ne nutre. Nella “Mitologia astrale” (L. II 14,5) di Igino è riportata la storia di Esculapio (o Asclepio) che riporta in vita Glauco mettendogli in bocca un’erba particolare come aveva fatto poco prima un serpente che voleva resuscitare un suo compagno. Giove, preoccupato che si potesse sconvolgere l’equilibrio tra vita e morte, uccide Esculapio con un fulmine ma, infine gli rende onore ponendolo tra le stelle nella costellazione di Ofiuco.

 E, in ultimo, vorrei ricordare una delle fiabe più note dei fratelli Grimm “Le tre foglie della serpe”.

La traduzione seguente è la prima in italiano ed è stata operata sul testo inglese.

  1. Lochman Hehkeem, il grande guaritore.

C’era una volta un ragazzino di circa dodici o quattordici anni che un giorno, passeggiando nella foresta, vide un serpentello scivolare fuori da un buco. Quando si avvicinò per guardarlo, scoprì che era molto grazioso con macchie verdi, blu, rosse e gialle lungo il dorso. Tuttavia, aveva anche un segno che lo rendeva in parte umano e in parte serpente. A causa di queste insolite macchie, il giovane decise di portarlo a casa e lo mise in un grande recipiente pieno di sabbia dove crescerlo. Giorno dopo giorno divenne sempre più evidente che il serpente era metà uomo e metà serpe.

Il ragazzo lo tenne con sé per due o tre anni.

Un giorno riflettè: “Il serpente sta crescendo in fretta, non è giusto tenerlo qui. Lo riporterò dove l’ho trovato perché si possa riunire ai suoi amici”.

Così tornò nella foresta ma non riusciva a ricordare esattamente dove lo avesse trovato.

Si guardò intorno e scorse una collinetta. “Lo lascerò su questa collina, e potrà strisciare dove vorrà” poi si voltò per andare via.

“Non andartene” gridò il serpente. Il giovinetto si girò molto sorpreso perché era la prima volta che il serpe parlava. “Non andartene, aspetta finché non arriva mio padre. Ti darà una ricompensa”.

Così il ragazzo decise di rimanere e vedere cosa sarebbe successo.

“Non importa cosa ti offre mio padre, non prenderlo. Ti offrirà anche metà del suo regno, ma tu non accettare. Chiedigli di premere la sua lingua sulla tua. Rifiuta qualunque altra cosa” lo consigliò il serpente

e andò a chiamare il padre. Ben presto quello uscì dal terreno. “Tu ti sei preso cura di mio figlio, il piccolo che pensavo di aver perso. Chiedi la tua ricompensa. Io sono Shah Merer, il re dei serpenti” disse il serpente-padre che era anche metà uomo e metà serpe.

“Non cerco una ricompensa”.

“Ti darò qualunque cosa: cibo, soldi, abiti”.

Il ragazzo non rispose.

“Ti darò metà del mio regno”, proseguì il re.

“Se vuoi proprio darmi qualcosa, premi la tua lingua sulla mia”. 

“Ma questo non posso farlo”.

“Questa è l’unica cosa che voglio”.

“Chiedi qualcos’altro” lo esortò il re. “Figlio mio, hai dato ascolto ad altri. Dimenticali e chiedi ciò che il tuo cuore desidera”.

“No, questo è tutto ciò che voglio” insistette il ragazzo.

Così infine il re dei serpenti premette la sua lingua su quella del giovinetto e nel momento in cui egli lasciò la grotta, Shah Merer morì. Il ragazzo seppe di questa morte poiché ora poteva sentirla. Con il tocco delle lingue, l’anima del giovane si era rigenerata ed egli aveva acquisito grande conoscenza. Quasi subito le erbe intorno a lui iniziarono a parlare e il ragazzo riusciva a capirle. Una disse: “Se hai mal di stomaco, usami”. Un’altra: “Usami per guarire le ustioni”. E un’altra: “Usami per gli occhi irritati”. Il ragazzo si sedette e scrisse tutte queste cose diverse per non dimenticarle. Un’erba disse: “Se una persona è morta, posso fare in modo che viva”. Un’altra: “Se tutte le articolazioni di una persona sono state tagliate, spargimi su esse, io le riunirò e le renderò nuovamente intere”. (1)

Subito ne provò alcune e constatò la verità delle loro  affermazioni. Si prese un assistente e iniziò a preparare medicine. I malati andarono da lui per essere curati e tutti furono soddisfatti. Naturalmente il giovane divenne ricchissimo. La sua fama si sparse ovunque nel paese ed egli divenne noto  come “Lochman Hehkeem”. [nome turco]

Un giorno Lochman Hehkeem disse: “Ho provato ogni cosa ma non a far rivivere un uomo morto. Voglio vedere se riesco a fare anche questo. Se ci riesco, l’uomo non morirà mai e sarà immortale. Se fallisco, fallisco”.

Chiamò il suo assistente e lo fece distendere. Dapprima tagliò la gola del giovane, poi tirò fuori tutte le articolazioni, posizionando con cura le articolazioni del lato destro sul lato destro dell’uomo e le articolazioni del lato sinistro sul suo lato sinistro.

Quindi sparse un’erba sulle articolazioni e le rimise nel giusto ordine. Iniziò dai piedi e avanzò verso la gola. Quando tutte le articolazioni furono a posto, chiuse la ferita della gola, prese del liquido che aveva preparato e lo versò nella bocca dell’assistente. Subito l’uomo aprì gli occhi e si tirò su.

Lochman Hehkeem seppe che ci era riuscito. Durante la sperimentazione egli aveva trascritto esattamente ogni passo che aveva fatto. “Bene, ci sono riuscito”, si disse. “Quest’uomo non morirà mai. Ora devo fargli fare lo stesso per me, cosicché anch’io possa vivere per sempre”. Per vedere se il suo assistente ricordava quello che gli era successo, chiese: “Figlio mio, dov’eri?”

“Qui, dove altro dovrei essere?”.

 “No, non eri qui per niente. Eri morto”. E gli raccontò cosa era successo. “Ho scritto esattamente come ho fatto. Credi di poter seguire il mio piano così come l’ho scritto? Ti ho dato la vita eterna; ora mi aiuterai nello stesso modo”.

L’assistente acconsentì e Lochman Hehkeem gli spiegò precisamente come doveva fare. Quando ogni cosa fu pronta, l’assistente fece distendere il suo maestro, gli  tagliò la gola ed estrasse tutte le articolazioni. Poi le rimise insieme con molta cura e chiuse la ferita alla gola. Finalmente era pronto per versare il prezioso liquido nella bocca del suo maestro. A questo punto, tuttavia, Dio, che dall’alto era stato testimone di questi fatti, s’infuriò. “Solo io ho il diritto di dare la vita” disse.

Mandò giù un angelo per colpire il vasetto che conteneva il prezioso liquido con la sua ala affinché cadesse e si rompesse, quindi gettasse in mare gli scritti di Lochman Hehkeem. L’angelo colpì il vasetto che cadde e si ruppe. Lochman Hehkeem pregò il suo assistente di versargli un po’ di liquido in gola, ma non ce n’era più: non si poteva fare nulla. E poco dopo il medico morì. Allora l’angelo prese tutti i libri e gli scritti del saggio e li gettò in mare. L’assistente continuò il lavoro del suo maestro come meglio poteva ma, in realtà, sapeva ben poco.

Si crede che Lochman Hehkeem sia stato il primo dottore al mondo. È convizione generale che se l’angelo non avesse gettato via i suoi libri, ora saremmo stati in grado di rendere gli uomini immortali, proprio come aveva fatto lui.

(1) Gli armeni credevano che nella notte dell’Ascensione le acque riposassero e che tutti i fiori, le montagne, la terra e gli alberi si muovessero, si salutassero e si abbracciassero. Tutte le piante e le cose senz’anima  parlavano tra loro e si dicevano come curare le malattie degli uomini. Se un uomo scoprisse questo momento e potesse ascoltare, imparerebbe come curare tutte le malattie. (Abeghian, op. cit., pag. 61)

 

 

In copertina, George Inness, Angolo di foresta, 1891, olio su tela, cm 76×114, Yale University Art Gallery, New Haven

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