“Oggetti a valvole” di Enzo Cannizzo, “bellezza di ordine sostanziale e formale”.

Pubblicato a settembre del 2025 da Edizioni Ensemble, Oggetti a valvole di Enzo Cannizzo è “bellezza di ordine sostanziale e formale”. Il testo è accompagnato da un saggio di Cettina Caliò (che qui di seguito riportiamo) e da un frammento di Miguel Ángel Cuevas.

“Cerco di evitarmi ma mi precedo ovunque”.
In un tempo in cui la diversità è soltanto uno slogan come tanti altri, Enzo Cannizzo è diverso. La sua diversità è originalità, unicità. Cannizzo è riconoscibile, sempre, nel mucchio di tanti uguali. La sua bellezza è di ordine sostanziale e formale.

fiore di greto l’ora ti consuma
giallo nel giallo nell’incendio
della vite

Qui (come altrove, nei suoi testi), la cifra è l’uso sapiente della parola, del ritmo, del suono. La luce pare spesso quel bianco e nero da vecchia cartolina, altre volte è quella quasi elegiaca del primo cinema a colori. Niente è lasciato al caso, persino il manierismo, che talora affiora, ha un sapore genuino, ha uno scopo esatto, conferire grazia.
Alcuni di noi conoscono il valore della parola, sanno quanti mondi apre, quanti orizzonti spalanca, “ogni giorno apro a caso il dizionario alla ricerca di parole e per un istante mi sento meno povero”.

era ogni nome coma di vento

Il linguaggio di Cannizzo è concreto e visionario. La sua parola è sobria e asciutta ma solenne, come il rintocco di una campana – ed è noto che la campana suona anche per noi.

ogni retta era abisso
nel reticolo degli astri

L’incedere è spesso ellittico e allusivo, la struttura del dire risucchia come in un gorgo. Il respiro è epico, poiché il suo è uno sguardo quasi antropologico (talora entomologico). La sensazione è che l’autore stia dietro a una macchina da presa, e scriva per inquadrature che mostrano squarci, scorci, resti, dove il sonoro ha un crescendo incalzante, e altre volte è muto.

ognuno canta mentre tutto brucia

Alcuni versi hanno lo scatto di una molla, sono enumerazioni di ogni cosa che ha inciso e incide costantemente la nostra memoria, e si fa solco nell’esistenza – spesso la forma è quella del frammento, in un continuo scarto del passo che è soprassalto di sensuale e amara nostalgia, lì dove esiste lampante la contezza dell’infamità del tempo, dell’asprezza claustrale dei giorni, della nostra finitudine, e di quella inutile corsa per sfuggire all’inevitabile.

volevi ti fosse altrove e tenero
brusio di fondale ma è sete
taranta di stelle contro i tetti
i vetri gli orti il limite la rosa
la rosa declinata con furia

Nella produzione precedente di Cannizzo è dominante la provincia perduta, di cortili e vicoli, nell’ora della canicola, nella notte dei lampioni, dove i suoni e gli odori sono memoria svanita e presente, dove uomini e cani sono randagi, dove la crepa di ogni muro racconta una storia che ci riguarda. L’inquadratura è stretta.
Qui, in Oggetti a valvole, il campo è lungo sulle crepe, sulla sete (dagli orci tracima sete),
sugli approdi da rinominare (notte ti prego rinomina gli approdi); le inquadrature sono asimmetriche per sottolineare l’attesa, l’assenza, e il moto fuori asse dell’animo.
Le ricorrenze lessicali che si fissano sull’obiettivo (notte, crepa, vento, polvere, dio), delineano una mappa di temi, di frantumi, di urgenze.

notte tu così chiara fatti crepa
concedi buio di carie al cuore

La terra, la Sicilia, è mito mai nominato, ma sempre inquadrato, passa nei venti di scirocco, a San Berillo, nelle fiumare…, ed è sempre madre, matrigna, strega, ci assomiglia, è creatura ammaliante, ferita, palpitante, indifferente, terribile.
Il fermo immagine è su un colubro che ci fissa con occhi di rubino, e viene da pensare che probabilmente siamo noi quell’essere liminale e strisciante, siamo noi il nostro stesso tragico incanto, l’alibi, la menzogna, noi che abbiamo l’abitudine al respiro e ne dimentichiamo la magia.

era la creatura un colubro
un rubino in luogo degli occhi
incantava cacciatori e tombaroli

popolava di scirocco e carestia
i sogni diurni dei cercatori d’erbe
di alibi le labbra di infami e ladri di bestiame

Il cambio focale è sugli oggetti a valvole, che sono forse segno di un disagio esistenziale, ma più ancora di una consapevolezza esistenziale per cui, come usurati oggetti a valvole, noi per primi siamo superstiti e orfani (con una sacralità da relitto) di un senso del vivere.

oggetti a valvole giorni
di cemento alleggerito nel cavo
vano dei corpi

rassicuranti ronzii di frigo
nella notte più scura

Cannizzo ha una straordinaria familiarità con la luce e l’ombra. La sua è una ricognizione di rara acutezza del sentire che passa per strade, luoghi e oggetti che diventano archetipo. È poco frequente, fra le pagine, l’uso di pronomi personali in cui identificarsi, là dove, tuttavia, fra le righe emerge un titanico noi che si manifesta (e si sbriciola) in diverse forme, e si attacca a ciò che non dura, una carezza, uno sbadiglio, perché, alla fine, la vita è questo tentare di rimanere attaccati a qualcosa, un qualcosa che ognuno deve trovare per sé e da sé.
Ovunque si avverte lo sguardo sornione di un dio che sorride, non visto, dei nostri miseri disegni, e quello sguardo è crepa anch’esso, si rivela solo nelle fessure, nelle interruzioni di senso.

ciò è quanto ciascuno conosce
l’alba in fiamme sulla pietraia
la goccia che cava il mare
la memoria degli orti
pochi lemmi
un libro
i cani

Ci sono tante cose dentro Oggetti a valvole. È un’alchimia, perché Cannizzo, è tante cose quando scrive, è un po’ regista, un po’ antropologo, un po’ sciamano urbano, un po’ stregone, mescola pozioni, recita antiche preghiere…, lui non fraseggia, non punta il dito. Lui constata, cesella, evoca, trattiene, custodisce, officia, in una continua veglia orfica. La sua pietas è lucida ma non indulgente. In tal senso si potrebbe anche dire che Oggetti a valvole è un’agiografia del buio (prendo in prestito la definizione da Mauro Curcuruto), perché ci mostra con esattezza ed eleganza cosa rimane quando anche l’incanto e la speranza si sfocano in lontananza, ci dice che perfino il buio – che forse è assenza, ma di certo elemento primario e aggregante – ha bisogno di essere nominato.

fatti fiamma che muta abbruna
assolve coagula screzia appesta

La verità è che tutto è destinato all’anomalia, alla disgregazione, a cominciare dalla parola – non a caso, in esergo viene citato Roberto Sanesi, e il libro è dedicato a Maria Attanasio. Attento, il primo alla disgregazione del linguaggio, così come la seconda, maestra di scomposizione e frammentazione, che fa della disgregazione una necessità espressiva –, parola che non redime, ma preserva. Il poeta non può fare granché, se non prendere atto con accuratezza chirurgica dello stato dell’abisso dentro e fuori. Può aprire spiragli che – come il buco della serratura sul portone del Priorato dei Cavalieri di Malta sull’Aventino – offrono una visione altra, imprevista e suggestiva, contenibile, di qualcosa di enorme, straordinario e terrificante, insieme. Un poeta può auspicare che si possa trovare scampo da noi stessi nell’azzurrità del cielo, che è vertigine di infinito.

Un’altra alba gronda dal catino del cielo

Enzo Cannizzo, fuori dai ranghi per vocazione – già libraio, e poi gestore di un bar (“aprì un bar, per avere sempre un alibi”, sostiene che questo potrebbe essere il suo epitaffio), lo sa che ci tocca fare i conti della serva con un vuoto pieno di fatiche, e sa quanto è poca la vita.

eri nome
luogo
dell’alba

eri l’azzurro
cavo nel dire

Cettina Caliò

 

 

Enzo Cannizzo (Catania, 1970) già restauratore di carte antiche e poi libraio, dal 2010 è impegnato nella gestione di un wine bar all’interno del quale organizza reading di poesia e rassegne culturali animate da figure di rilievo, o ancora emergenti, del panorama artistico e letterario. In poesia ha pubblicato Il cielo pende dai lampioni (2020), menzione d’onore Premio Montano, e  Avanza un’ora di luce (2023). Sue poesie sono state pubblicate su riviste e tradotte in varie lingue. Zagare e segreti (2024), primo libro pubblicato da Ensemble, è stato finalista al premio Montano 2023 e proposto al Premio Strega Poesia 2025.