L’urgenza di (bene)dire il mondo: Sette canti contro lo Scontento di Davide Rondoni

C’è una guerra più pervasiva e feroce di quella che i media ci rimbalzano da qualche tempo a questa parte. Non si tratta di minimizzare il dolore e l’impotenza della cronaca, ma di riconoscere che questi non nascono mai troppo lontano dalle nostre vite quotidiane, dalle nostre case, dai nostri affetti, dalle relazioni che instauriamo; ci tocca più vicino di quanto vogliamo pensare questa guerra origine di tutti i conflitti del mondo, più subdola e invisibile perché ce la portiamo addosso e, il più delle volte, neanche ce ne accorgiamo. Occorrono perciò quegli strani operatori di pace che sono i poeti, esseri invero mai pacificati e portatori di fuoco, «compagni di banco della morte», per poterle dare un nome. Davide Rondoni nel suo ultimo libro chiama questo male “Scontento” e – Donchisciotte francescano depurato da ogni ingenuità così come da velleità letterarie – dichiara guerra aperta a questo cancro che logora gli animi.

Sette canti contro lo Scontento (Garzanti, 2026) è la summa di una poesia che già da Il bar del tempo (1999) non ha paura di compromettersi con la vita che si vive e non si contempla, anche a costo di “imbastardirsi”, cioè di accogliere il fango dei fallimenti, delle cadute, della fatica di chi si ritrova con la faccia che morde la terra. Come ormai ci ha abituati l’autore, è un libro di attraversamenti e di passaggi; del viaggio terrestre ma sempre con un occhio strabico al cielo di un uomo che vede arrivare le lacrime come scioglimento della disperazione («solo quel che ti fa sorridere tra le lacrime / vale tutto il tuo amore»; «pensano: deve fumare // e invece devo piangere, piangere / finalmente da morire // contro il petto della notte / mia vastissima madre…»); di un individuo che affonda i piedi nella storia sua propria e del mondo e così facendo si smarrisce nei «particolari, via impegnativa al mistero», che contano più della «proliferazione dei dettagli» riprodotti illimitatamente dalla tecnica; di una creatura infine, che con il lievito di “sorella morte” impasta un canto di povertà e amore alla vita: «non ho più niente, viene la fragilità più forte // ma so girare lo sguardo, figlio / bastardo di poesia e possibile, // ho addosso la morte della morte…». 

Se fosse un’opera musicale diremmo che Rondoni ha tirato fuori un concept album dal tono parenetico, dando del “tu” alla mortalità e al dolore, alla gioia bambina e animalesca che è del corpo non meno che dell’anima, e prima ancora rivolgendosi a se stesso («ora mi darò del tu») per esortarsi ed esortarci, insieme, a una quotidiana «Lotta contro lo Scontento», soprattutto laddove la minaccia è più concreta: per esempio nel fondale devitalizzato di una delle tante «metropoli tana» del mondo (Milano o New York o altrove) popolato da «uomini antichissimi con berretti da baseball / ragazzi incappucciati monaci della notte / e bambine magre sirene ferme nel vagone», tutta un’umanità incapace di «sciogliere il pianto» e dunque maggiormente esposta alla fauci della Bestia-Scontento. La brutalità di uno sguardo abbassato su uno schermo, «gli occhi chiari vuoti bellissimi / della ragazzina arrabbiata con suo padre», e poi venditori ambulanti, migranti, anziane host di B&B, figure e apparizioni femminili evocate nella morsa della notte, incontri casuali, amici cavalieri della solidarietà che vince la solitudine: Rondoni poeta-personaggio si muove dantescamente in mezzo a questa “comedìa” umana, stando sempre «dalla parte della vita viva», senza indicare un confine netto tra inferno e paradiso (ed eventualmente purgatorio) perché i due, in fondo, sono inestricabili, avviluppati nella danza dell’universo, nella direzione delle stelle e quindi negli occhi di chi vede «l’invisibile incendiare e rendere essenziale il visibile». Non è questione di giudicare secondo la morale e/o la sociologia; da poeta, Rondoni attraversa e si fa attraversare da tutta questa materia incandescente, non scherma, va al contrattacco fronteggiando il nemico con l’arma della sola parola, dell’«orazione nomade» («dammi l’albero – e dammi la parola albero») sgranata come i chicchi di un rosario durante un lunghissimo «viaggio sbranato – quasi niente d’aria, poesia, un fiato…».

Contro lo Scontento ci vuole allora un colpo d’ala, ci suggerisce Davide Rondoni. E questi suoi Canti – lemma che non teme l’accostamento a gente del calibro di Dante, Leopardi, Campana, Turoldo – vogliono essere appunto azzardo, scommessa senza calcoli preventivi, testimonianza dell’urgenza del mondo che preme per essere detto. Sette canti contro lo Scontento è libro (non una semplice “raccolta) incasellabile, fuori-norma, scaleno, sbilanciato nel rappresentare il rapporto tra Essere e Dire. Viene in mente, a voler cercare per forza la stampella del confronto, il Pasolini di Poesia in forma di rosa o quello ancora più estremo di Trasumanar e organizzar: per lo sfrangiamento del verso in una prosa che accompagna e a tratti incornicia l’eruzione dell’afflato lirico, il riversamento del vissuto biografico (quanti personaggi storici e nomi propri tanto in PPP che in DR!) in un ritmo che riproduce la metrica impura e imperfetta della vita, ecc. Ma qui si rischia però di abbandonare il terreno della poesia per scivolare nel pantano della letteratura con la sua logica volta “alla perdita e al profitto”, per dirla con T. S. Eliot. Che oltre a perdere di vista il fuoco del discorso, sarebbe quanto di più lontano dalla lode-allodola innalzata da Rondoni, “bastardo” francescano che canta «vita, non pareggio».

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