A Pierluigi Cappello

A Pierluigi Cappello

 

Fu l’incontro appena d’un dolore.
Le sue mani lunghe mezzo cosmo.
In basso la città già spesa.
Il cielo
dappertutto meno azzurro.

*

Oggi mi trasloca una tua onda e lo sai non sai come t’invento o quante stelle poi m’insistono i fondali, io mi dipingo di nero e bianco, adesso, fra due labbri esatti: cosa posso cedere a questa notte ferma quando ascolto un semper alle tue schiere e un angolo mi dura come chiedendo al sole un amuleto da scambiare, cosa ci vivrebbe intorno se un altro specchio anomalo sfinendoci i clamori replicasse un verbo dato sulle comunioni prese in prestito.
Saltano i fonemi o sono iati volti alle tue favole poiché tu incordi un volo variegato al palmo scuro come una macchina da gioco che travolge piccole dolcezze (tu le sai scordare?) nella gocciola d’un vuoto e noi non capiremo oppure che sprofondi questo porto dalle mie ginocchia (ma possiamo ancora un po’?) se fu la particella orfica destata per un’unghia di reale or è strafatta di quel vinopesca oppure sangue o si commuove al noi cantammo senza e senza voce dice a noi che c’invogliamo come se cantassimo da un sempre non ricordo che noi ricordammo, come un bacio innato, come se lottassimo ai sussurri dimenticando i mari o vento o nostre rose affrante, come fosse appena o già dai vuoti luminosi quanto di più bello sorto a registrare il giorno chiedendo per il sole, per il telaio d’ossa, un piccolo sempre.
Se guardando nello spazio denso la tua parte perniciosa mi tornasse spesso e malgrado il sole o lune tristi ritornasse per un sogno del mio fiato, per il muschio o sopracciglia o colore d’ogni tuo tesoro forse potrei uscire un solo giorno a un canto rosso come il fiore nato per durare intero il cosmo fàtico su questa nostalgia possibile che non potrà passare. Oh non fossero le felci chiare, non le rose nuove, non fossero le lune abili a ricordare il sogno le mie braccia poserebbero rompendo il nesso mai richiuso nei rintocchi, in questo mondo poi crollassero anche i fiori! Il tuo vento carico di gelsomino e cedro sempre è sarà nel giro delle vene ma filare tanta nostalgia è un’ombra bianca oidio, un mezzogiorno lungo e che riceva o canti un ramo di silenzio vuole pronunciare il nome assurdo, la sua chiave incerta è un pentagramma che ribeve il paradosso infiato, un altro accordo breve, il condensarsi ancora della luna e diecimila piani d’universo, diecimila trecce sulle assenze, diecimila cori di possibile vorace o più capace di conoscere la particella d’atomo brillante in un foulard di torba sulle spalle d’Icaro inclinando bellicosa l’ordine di questo mare azzimo.
Perché di molti anni era passato luogo d’infinito resto alla più nuda luce o vita resa agli organi crudeli, perché nella figurazione eccede come punto l’essere del suono crudo in bocca al nostro fido sole. Così per te disegno un bosco di magnolie. Per te scateno il volto d’una stella come fossi il core della fine nello sguardo magico dell’est. Per te rallento i mari. Questo enorme carico di bianco.

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