“Acqua dolce” di Lorenzo Caschetta, una “meditazione lirica con la nitidezza di un linguaggio aperto e felicemente comunicativo”.

«In questa nuova, molto fitta raccolta, Lorenzo Caschetta, giunto al traguardo dei cinquant’anni, conferma la solidità del suo testimoniare l’esserci e gli attriti col reale, in una serie di nitide osservazioni sui dati concreti (e non solo) della propria esperienza. Il suo procedere in Acqua dolce – edito da Algra – è quello di una meditazione lirica quasi in forma diaristica e con la nitidezza di un linguaggio aperto, e dunque felicemente comunicativo nella sua giusta e sorvegliata semplicità».

(dalla Prefazione di Maurizio Cucchi)

Partiamo dal titolo: qual è stata la scintilla che ha portato il tuo “Acqua dolce”, meglio: in che modo la (tua) vita diventa linguaggio? Le parole bastano alla poesia?

Il titolo “Acqua dolce” nasce per la mia esigenza di sperare in meglio, per quanto in realtà questo primo quarto di secolo ha portato terrorismo, covid, guerra in Ucraina e in Medio Oriente. Migrazioni di uomini e donne, per i quali l’acqua del Mediterraneo non è stata e non è affatto dolce. Acqua dolce è quella che beviamo, che ci tiene in vita, ci lava: spesso anche dalla tristezza. La mia vita diventa linguaggio per un’urgenza di spiegarmi, a me stesso e poi agli altri che vogliano leggermi. Le parole bastano alla poesia quando sono esatte. Ogni parola ha un peso specifico. Poi mi danno perché serve anche coerenza di vita dietro ogni poesia.

“Stupisce che il bene chieda di noi”, con un tuo verso per chiedere: la poesia può colmare la pensosa solitudine del poeta, può colmare l’inascoltato?

 “Stupisce che il bene chieda di noi”, sì, per chi, come me, non ha ricevuto molte carezze, nella vita, fino ad oggi. Può valere per chiunque si riconosca in questo verso. Credo che la poesia non possa colmare la solitudine, ma la vivo come un medicamento, ogni volta che un verso mi si affacci dentro e poi si rapprenda in bocca, prima che sulla carta.

La poesia è un destino (al pari della vita)? 

La poesia sì, credo sia un destino: la storia della mia famiglia, dai nonni ai genitori, la mia vita personale, hanno concorso alla mia poesia. Ho avuto la fortuna di avere un maestro, in quinta elementare, che si accorse di qualcosa in me, e mi aiutò a farmi scoprire la poesia. Poi ho avuto qualche incontro fortunato, negli anni. La poesia mi ha salvato la vita, posso dirlo perché trovo sia la ragione per cui sono ancora vivo.  Richiede sacrificio, veglia, attesa e pazienza. Non mi aspetto soldi, carriera, amore. Cerco di scrivere poesia onesta, per citare Umberto Saba.

 

Scelte per voi

 

 
Fiduciosa

Salpa in un battello di fiori bianchi
il cielo quasi mare lavato,
moneta di rilancio nei tigli fioriti sullo sconforto,
profuma di gelsomino la gioia.

Questa è la prima poesia del libro: da qui sono partito, sentendo che mi avrebbe guidato verso altri versi. Credo di aver prestato maggiore attenzione e ascolto alla bellezza, rispetto ai libri precedenti.

 

A cielo aperto

Oltre il gelso nero in riva al parco
galleggio lungo il bancone del pub:
depongo il coraggio di pensare
scaccio le lingue chiodate,
affondo le labbra nella schiuma di birra:
vitalità indotte, nepente.

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Linea di galleggiamento
                                                    grazie a Rosario U.

 

Questo raduno di solitudini
ciascuno un timbro, un silenzio
un tratto di mare alle spalle.

“Prenditi sulle spalle”,
che dare un altro nome alla realtà
non basta a cambiarla.

 

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Lorenzo Caschetta, nato a Modena nel 1975 da genitori lucani di Melfi (Potenza). Premio “Città di Bergamo” 1993 -sezione giovani. Premio “Dario Bellezza” 2001 (inediti). Con il primo libro, Carta annonaria (Lietocolle editore), qui riproposto, il premio “Umberto Saba -sezione giovani. Seguono le pubblicazioni Convalescenze (Stampa 2009 editore, 2013), Antelucana (Stampa 2009 editore, 2017), Un fuoco paziente (Algra editore, 2021) e Autocritica (Aiep editore, 2023).

 

La foto in copertina è di Massimo Santunione