Alide Tassinari, “C’è un sapere non saputo che è quello dell’inconscio; quindi occorre credere a quest’aldilà del conosciuto”.

Alide Tassinari, “C’è un sapere non saputo che è quello dell’inconscio; quindi occorre credere a quest’aldilà del conosciuto”.

Maestrie

 

Quale ritiene possa essere il ruolo prominente della psicoanalisi oggi?

La psicoanalisi è nata come sintomo della società del Novecento, dove il Nome del Padre per dirlo con il primo Lacan, non aveva più la tenuta dei secoli precedenti. Di fatto la tenuta era già stata messa in discussione dalla scienza che, tramite il sapere scientifico – da Galileo in poi – aveva fatto vacillare la struttura stessa della società.
Freud, dal canto suo, ha inventato la psicoanalisi servendosi del positivismo scientifico; ha dato un significato “altro” a ciò che era sintomatico nell’epoca a lui coeva; cercò, spinto dal suo desiderio, la causa soggettiva del disagio che la civiltà – nascere da due e crescere in una collettività e vivere in una società – rende inevitabile. Freud allora si servì in modo avvertito – così come lo era il suo desiderio – della parola e della verità detta da donne considerate dalla scienza medica ufficiale come isteriche. Donne estranee, straniere a loro stesse e – ognuna a suo modo – al discorso corrente: un’estraneità soggettivata che era invitata dal desiderio di Freud a prendere parola e a cercare le parole per dire ciò che era vietato dire fino ad avvicinarsi all’indicibile e soggettivare il silenzio del non poterne dire.
Come spiegarsi perché un arto, senza nessuna lesione, funzioni allo stesso modo di quello leso nella sua biologia? Cos’era questo non rispondere di una parte del corpo all’impulso neuronale? Con il linguaggio scientifico odierno potremmo dire che, pur in mancanza di una disconnessione neuronale, qualcosa operava come se questa fosse presente.
Oggi questa manifestazione (compiacenza somatica), ci sembra lontana. Infatti, appartiene all’inizio del secolo scorso e allora era in sintonia con quel tempo, ma occorre prenderla in considerazione per chiederci perché i sintomi sono sempre “contemporanei” e appartengono nella loro forma all’epoca nella quale sono espressi?
Ecco penso che la funzione della psicoanalisi potrebbe essere detta così: leggere i sintomi che si presentano nella contemporaneità e che all’apparenza sono “collettivi” per riportarli alla soggettività di ogni soggetto, perché di quella manifestazione uguale per forma a una moltitudine di altre persone – si pensi ai disturbi alimentari, agli attacchi di panico, ai disturbi post traumatici – il sintomo possa essere soggettivato e diventare un sintomo analitico.
Per far questo la psicoanalisi e gli analisti nella loro pratica stanno in quel liminare, quella terra di nessuno che è tra il singolo e il sociale, tra l’uno e il molteplice. Essere attenta, la psicoanalisi e gli psicoanalisti, ognuno col proprio stile, a ciò che succede nel sociale ma non prenderlo per dato assoluto, non appoggiarsi alla tranquillità e banalità della causa effetto ma andare a cercare la causa che è sempre soggettiva. Penso sia necessario che la psicoanalisi abiti un’estraterritorialità – la sua pratica analitica – pur vivendo nel territorio.
Oggi nel nostro mondo occidentale, così poco composto e quindi tanto più vincolante, la tenuta dei discorsi è quanto mai labile e mostra la fragilità di un sistema che spinge oltre ogni ordinamento. Fatta questa premessa più che di ruolo della psicoanalisi parlerei della sua funzione di presenza rispetto allo strapotere dello scientismo, nuova religione della nostra epoca, e di una certa “banalizzazione” della psicoanalisi stessa che non di rado è sbandierata come una novità.
La funzione della psicoanalisi oggi è quella di testimoniare che, pur non essendo una scienza, come la scienza fronteggia un reale che non ha più niente a che vedere con ciò che era prima del discorso della scienza stessa. Tratta un reale, l’angoscia che non è paura ma come la paura ha effetto sul e nel corpo e più in generale nella vita quotidiana e nei legami.

Può raccontarci com’è nato il desiderio che l’ha portata verso la psicoanalisi? Se ci sono stati uno o più fattori concomitanti.

Non sapevo che c’era questo desiderio, ma il malessere abitava la mia giovane vita. E questo mal-essere mi ha spinto a incontrare la psicoanalisi prima e poi un analista. Sono entrata nella psicoanalisi quindi da “malata”, almeno così mi sentivo, poi da analizzante volevo sapere la causa di tutta quella sofferenza, di un senso del tragico che si manteneva nel corso della mia vita. Ho fatto, dopo il cattivo incontro di una sofferenza senza nome, un buon incontro e lì mi sono fermata e sono rimasta. Dopo ho iniziato a praticare la psicoanalisi, ho fatto domanda e sono entrata nella Scuola Lacaniana di Psicoanalisi. Certo fin da giovanissima ero interessata alla psicoanalisi, ma ci sono arrivata da adulta. Fin da bambina non ho mai pensato che le cose fossero come si mostravano, che una cosa non è quel che è, c’è sempre dell’altro. Per dirla con la filosofia non ero e non sono una seguace di Berkeley. Per me il fattore concomitante fu la passione per la lettura e per il sapere, anche se poi ho capito che la psicoanalisi non s’impara, ma se, se ne vuole sapere, se ne fa esperienza. Il che significa che si sperimenta e si vive sulla propria pelle lo iato che c’è fra l’avere esperienza e il fare esperienza: l’una è sul piano del sapere esposto, l’altra contempla un fare che include il corpo e un sapere inconscio che si spinge fino a quel liminare dove l’indicibile ti ferma. Per far questo c’è stato bisogno di incontrare un analista. Infatti, una analisi, una pratica di parola, si fa in presentia, anche se non è indifferente quello che succede in absentia. Inoltre la si fa muovendosi non solo metaforicamente: ci si sposta, seduta dopo seduta, nello studio dell’analista ancora e ancora … durante un tempo più o meno lungo. Ed è quello che ho fatto per molti anni.

Cosa consiglierebbe ai giovani che intendono avvicinarsi al sapere psicologico?

Riformulo la domanda perché non c’è per la psicoanalisi nessun sapere psicologico; c’è un sapere non saputo che è quello dell’inconscio; quindi occorre credere a quest’aldilà del conosciuto, di ciò che è detto, al di là delle parole che ci hanno segnato; se una persona ha questa passione e ne vuole sapere … ecco questa può essere una prima indicazione. Occorre anche una certa tenacia e lavorare sodo e “sudare di brutto” come Lacan ha sottolineato per giungere a una fine. Nell’intervallo che va dall’inizio alla fine, un’indicazione per capire se la strada intrapresa è quella “giusta” è costatare nei momenti di difficoltà, l’emergere di quando in quando, al pari di quello che succede nei legami amorosi, di un’interrogazione: “Ma chi me l’ha fatto fare a intraprendere questa strada, ma perché non ho fatto altro?” Se l’interrogazione non ferma anzi, dà nuova linfa al cammino, e si continua a percorrerlo, questo significa che si è in sintonia col proprio desiderio.

L’educazione, l’insegnamento, attualmente, come ritiene possa riagganciarsi ai ragazzi, rimanendo autorevole e pregnante?

Non ci sono ricette né manuali: ma mi sento di poter dire, in questo come in altri mestieri, che per chi è deputato a farli, per chi occupa quella funzione, occorre implicarsi nelle difficoltà e non affidarsi completamente a indicazioni predefinite. L’educazione si fonda sul rispetto di ciò che non capiamo, di ciò che interroga l’educatore, l’insegnante, l’analista. Ciò che mette in dubbio il nostro fare e pensare è sempre una situazione, una persona, un comportamento che reputiamo diverso dal nostro, da quello che abbiamo previsto, da quello che conosciamo già.
Educare è il contrario dell’uniformare. Non è adeguarsi a un bon ton di regole e comportamenti adeguati. L’educare è portare ogni soggetto alla propria responsabilità di atti, parole e desiderio. Per essere percepiti dai ragazzi come autorevoli, non si può usare la suggestione, il voler piacere a tutti i costi, ma è indispensabile offrire/soffrire la nostra passione, con umiltà fare intravvedere la luce che illumina e giuda la nostra vita e le nostre scelte; nell’insegnamento ad esempio ci sono tanti modi per un insegnante di rispondere ai programmi predefiniti, pur non applicandoli in modo pedissequo.
Capisco comunque che per praticare in questo modo – educare alla responsabilità – oltre alla propria passione, è necessario che ogni educatore ci metta del proprio e questo non è sindacalizzabile, né valutabile. La psicoanalisi non si interessa all’educazione se non per quell’aspetto dell’impossibile che Freud aveva già focalizzato accostando l’educazione con altri due impossibili: curare, governare. A questi Lacan ne ha aggiunto un quarto: l’impossibilità di far desiderare per sottolineare che il desiderio non lo si inietta ma lo si vive soggettivamente e la presenza o l’assenza di desiderio appartiene alla propria struttura.

L’inconscio e il corpo quale ruolo esercitano su sintomi, nevrosi, resistenze attualmente?

Attualmente il corpo – la sua immagine – è in primo piano e si presenta essere disfunzionale … non è quasi mai quello che si vorrebbe avere; possiamo, infatti, avere un corpo ma non ne siamo padroni, né possiamo essere il nostro corpo. Certo il sintomo si serve del corpo per palesarsi con modalità e forme diverse: non possiamo toglierci un’ossessione come liberarsi di un abito, perché è un pensiero che non ci lascia, così come non possiamo abbandonare una dipendenza “patologica” da una persona, da una sostanza, da un oggetto, da un certo modo di godere.
Abbiamo un corpo e crediamo di esserne padroni ma anche se lo plasmiamo, iscriviamo, trucchiamo, spesso a costo di sacrifici enormi, anche se lo affamiamo o lo riempiamo a dismisura, ci sfugge sempre e ci fa problema quasi sempre. Come mai? È per il fatto stesso che si parla che l’organismo – quell’insieme di cellule specializzate – si trasforma in un corpo parlato e parlante e “poiché non appena c’è significante c’è inganno”, iniziano le difficoltà. Il linguaggio non è “comunicazione con” ma è lo strumento/organo che trasforma l’organismo in un corpo, un corpo nella sua immagine diversamente sessuato. Questa della differenza sessuale palesata nel corpo è il primo interrogativo che il soggetto (dell’inconscio) si fa, anche quando non è pronunciata più con le parole interroganti dell’infanzia. Un corpo sessuato? Per la psicoanalisi la sessualità non si riduce a una questione di ruoli e o di generi; la sessualità umana ha la dimensione di mancanza rispetto a più registri. Da Freud sappiamo che sul piano inconscio il sesso ha un solo simbolo che non è quello raffigurato dall’avere o non avere, da quella presenza o assenza che stabilisce un’appartenenza formale a un genere. I sessi per l’inconscio, non sono due ma uno: tra il significante (sono uomo o sono donna) e l’anatomia c’è disarmonia. Di fatto c’è incertezza sul proprio essere, un’incertezza che si appoggia o non si appoggia nell’anatomia dell’organismo. E poiché manca un significante per dire  donna (la femminilità non ha rappresentazione, per questo Lacan barra l’articolo: non esiste  donna ma esistono le donne, una per una) ciò crea problemi per chi si dice uomo e per chi si dice donna, cioè per ogni essere che parla, che sottostà al linguaggio perché gli preesiste. Spesso un’analisi inizia da questa incertezza, da un’interrogazione sul proprio essere che è altra cosa dell’attacco di panico o della dipendenza che ha spinto il paziente a incontrare un analista. Il sintomo, quello analitico e non quello con cui ci si presenta, è inconscio e differisce da quello medicalizzabile. Così il soggetto s’incammina per cercare ciò che manca fino a trovare che è così: manca un significante e questo ha un effetto nella vita e di questa mancanza farne un’opera. La conseguenza di questa incertezza, data dal significante che non c’è è che un uomo non sa che cosa debba fare per essere un uomo di fronte a una donna, né lo sa la donna: questo “non c’è” apre a delle invenzioni; l’amore (cortese), che non ha nulla a che fare col sesso ma con il godimento della parola, ad esempio è un’invenzione della nostra civiltà ma che, paradossalmente, ha a che fare col corpo e il suo godimento; infatti, si è inventato per far fronte all’inspiegabile del godimento che è sempre sessuale – anche se non si sta facendo all’amore – del corpo. Anche le perversioni sono invenzioni per godere ma sono, al contrario dell’amore, antiche e stereotipate, immobili nel loro perpetuarsi. E i parlesseri godono solo tramite il corpo, luogo del godimento.

Quali, di Lacan, considera gli insegnamenti fondamentali?

È una domanda alla quale mi riesce difficile dare una risposta. Posso dire che per me ciò che ho trovato fondamentale nell’insegnamento di Lacan che si è prolungato per oltre trent’anni, è la lettura dei suoi Scritti e dei Seminari. Questo patrimonio immenso e lo “spendersi” di Lacan, il suo non risparmiarsi, mi è stato e mi è di grande insegnamento.
Tutta l’opera di Lacan la possiamo conoscere, grazie al lavoro inesausto di Jacques-Alain Miller, colui che giovanissimo fu nominato da Lacan stesso “suo unico lettore” e colui al quale ha affidato il compito di stabilire i testi di tutta la sua opera, orale e scritta. Possiamo leggere i suoi Seminari perché JAM ha trasferito la parola di Lacan nella scrittura, delucidando e indicando l’orientamento lacaniano. I seminari sono corsi annuali che Lacan ha tenuto dal 1953 al 1981, anno della sua morte. Sono ormai tutti pubblicati in francese e in italiano si possono leggere grazie alla traduzione accurata di Antonio Di Ciaccia.
La cosa particolare è che non si finisce mai di riprendere un testo di Lacan: voglio dire che ci sono seminari come il ventesimo Ancora del 1972-1973 o come l’undicesimo del 1964, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi che riprendo continuamente in mano da anni e ogni volta finisco per trovarli sempre nuovi, per rendermi conto che ci sono aspetti che non avevo letto … eppure erano già lì.

Quali sono i testi (romanzi, saggi, poesie) che le hanno lasciato tracce indelebili?

I romanzi, i saggi, le poesie che mi hanno segnato sono tanti e direi legati a periodi importanti della mia vita: alle gioie, ai dolori, ai lutti; sono troppi e non so scegliere. È un film in bianco e nero, visto in televisione all’incirca nel 1964, quando ero poco più che bambina, mi ha lasciato una traccia indelebile. Si tratta di Anna dei miracoli. Un film americano, che ha ricevuto molti premi, tra cui un Oscar alla migliore attrice protagonista Anne Bancroft, diretto nel 1962 da Arthur Penn, ispirato a una storia vera di una bambina sordo-cieca Hellen Keller e della sua insegnante Anne Sullivan. Tutte queste informazioni le ho trovate molti anni dopo.
Allora ero rimasta molto colpita e affascinata dalla tenacia, dalla fermezza e dalla creatività dell’insegnante e del rapporto che aveva con Hellen, una bambina con molti handicap e impossibilitata di far fronte a un senza limite nel suo comportamento. Alla fine di questo film drammatico, grazie al lavoro fatto in due, quella dell’insegnante nella sua funzione e quello della bambina con i suoi demoni e limiti, ci sarà per Hellen la possibilità di passare dal grido alla parola. Insomma ciò che mi ha segnato, era la possibilità di parola ai sordi e la possibilità dell’immagine ai ciechi: per me il confronto con l’impossibile era già li.

 

Alide Tassinari (nella foto di Alberto Dradi Maraldi), psicoanalista a Cesena (FC), membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. Laurea in Pedagogia, Laurea in Psicologia, specializzazione quadriennale in Psicoterapia a indirizzo lacaniano. Ha conseguito la formazione quadriennale allo Psicodramma Analitico.  

Alide Tassinari, psicoanalista a Cesena (FC), membro della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi e dell’Associazione Mondiale di Psicoanalisi. Laurea in Pedagogia, Laurea in Psicologia, specializzazione quadriennale in Psicoterapia a indirizzo lacaniano. Ha conseguito la formazione quadriennale allo Psicodramma Analitico. 

Docente incaricato dell’Istituto Freudiano per la clinica, la terapia e la scienza di Roma. Socio fondatore, nel 2009 del  Centro Studi e Ricerche in Psicoanalisi ad orientamento Lacaniano (CRP); il Centro è stato iscritto nel giugno 2014, all’interno degli Enti dell’Institut du Champ Freudien e dell’Université Jacques Lacan. 

Iscritta all’Albo degli psicologi e psicoterapeuti della Regione Emilia-Romagna, ha lavorato come coordinatrice pedagogica in istituzioni per bambini e genitori e come psicologa-psicoterapeuta nel Consultorio Giovani e Familiare nella AUSL di Cesena. È stata per diversi anni Direttore del corso di Educazione Sessuale e affettiva del Consultorio Giovani organizzato in collaborazione con l’uff. Educazione alla Salute. Nella sua esperienza professionale sono al suo attivo incarichi presso l’Università degli Studi di Cesena, Facoltà di Psicologia su Tecniche di osservazione dei bambini.

Fa parte della redazione di I quaderni della lumaca, Fulmino edizioni.

Pubblicazioni in riviste e testi educativi e della formazione

1992: ‘Donne, madri, lavoratrici: quale bambino?’ in  “Con voce di nido”, a cura di Walter Fornasa, Alessandra Vanni, Franco Angeli;

1994: pubblicazione dell’articolo “Sguardi” sulla rivista Infanzia, n.2.

1995: pubblicazione dell’articolo “Lo sguardo e le parole: a margine di una formazione” sulla rivista Infanzia, n.1.

1998: pubblicazione dell’articolo “La cultura dell’infanzia. Uno strumento di elaborazione: i Centri di Documentazione Educativa” sulla rivista Infanzia, n. 9/10.

1999: pubblicazione dell’articolo “La rete dei CDI della Regione Emilia Romagna” sulla rivista CNOS, anno 15, n. 1 gennaio-aprile.

2000: pubblicazione di “La documentazione: il valore della memoria” in (a cura di) Linda Montanari, Documentare il disagio, Franco Angeli 2000

2001: pubblicazione di “I servizi per l’integrazione delle opportunità formative” in (a cura di ) Giancarlo Cerini, Tecnodid Editrice 2001: pubblicazione di “Documentare le esperienze educative e di integrazione” in (a cura di) Carmen Balsamo Le documentazioni si presentano, RER e Rete dei centri di Documentazione per l’integrazione della Regione Emilia Romagna.

Lentezza e tenacia, in Quaderno della lumaca n. 1,  Intrecci, Rimini, Fulmino edizioni, 2016.

Gioco e irrealtà, in Quaderno della lumaca n. 2, GiocarSì, Rimini, Fulmino edizioni, 2017.

Il rovescio … del diritto, in Quaderno della lumaca n. 3, LuoghIncolti, Rimini, Fulmino edizione, 2018.

Elogio delle erranze, in Quaderno della lumaca n. 4, Errare, Rimini, Fulmino edizione, 2019.

Pubblicazioni articoli e recensioni in riviste di psicoanalisi

Costruzioni Psicoanalitiche  n. 26/2013, Franco Angeli

Il femminile e la struttura isterica  pp. 71-81

El Psicoanalisis (Rivista della Escuela de Psicoanalisis ) n. 18 Noviembre 2010

I bat-tito del soggetto pp. 159-152

Attualità Lacaniana n. 7/2008 Franco Angeli

recensione del libro (a cura di Paola Francesconi) Una per Una. Il femminile e la psicoanalisi, Borla 2007   pp.173-176

Attualità Lacaniana n. 12/2010 Franco Angeli

L’amore… l’analizzante… un lavoro d’amore  pp. 121-126 e recensione  del libro Chiara Cretella e Alessandro Russo (a cura di), Corpi e soggetti. Figure attuali del mondo sociale, CLUEB, Bologna 2009  pp. 277-282

Attualità Lacaniana n. 16/2013 Alpes

Il continente inesistente: o della femminilità pp. 87-93

Attualità Lacaniana n. 20/2016 Alpes

Tessitura isterica pp.41-44

Attualità Lacaniana n. 22/2017 Rosemberg&Sellier

recensione del libro (a cura di Maurizio Mazzotti) Il desiderio al di là dell’Edipo. Una lettura del Seminario IV, Il desiderio e la sua interpretazione. Roma, NeP Edizioni, 2017.

Attualità Lacaniana n. 24/2018 Rosemberg&Sellier

recensione del libro di Disciole Marci, Françoise Campion Nain, Elisabeth Mercier Buamaire, La cura degli adolescenti Con lo psicodramma. Un’esperienza di periferia, Roma, Aracne editrice, 2017, pp. 157-161.

recensione del libro (a cura di Loretta Biondi e Gabriele Pazzaglia) Amore domanda amoreEncore, Rimini, Panozzo Editore, 2018, pp. 167-173.

Attualità Lacaniana n. 25/2019 Rosemberg&Sellier

recensione del libro Mary Nicotra Il canto dei sireni. Invenzioni trans/singolari e psicoanalisi lacaniana, pp. 265-269.

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Appunti  Anno XV – n°114/ settembre 2007  Corpo obeso in una alterazione edipica pp. 19-22

Appunti Numero speciale Forum 2011 La precarietà pp. 24-25

Appunti Numero speciale Bolognaottonovediecigiugno 2012 La molteplicità e l’unicità pp. 12-13

Appunti Numero speciale Forum Il bambino oggetto della scienza 18 febbraio 2013 L’infanzia e il bambino  pp. 11-12

Appunti Anno XVII – n°127/2013  A margine della presentazione di Attualità Lacaniana. L’orizzonte della donna. Intervista a Chiara Cretella  pp. 29-31

Appunti Anno XVIII – n°128/2014 Per una comunità psicoanalitica e un Lavoro sui testi dell’VIII Congresso AMP

Appunti numero straordinario giugno 2014 Il “nodo” del transfert pp. 25-26

Appunti Anno XIX – n°130/2015  Il bambino tra cura e parola pp. 26-28.

Appunti  Numero straordinario Maggio 2016 Fare con altri, p. 64

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