Amaro sol per voi m’era il morire (Sulla tomba dei propri cani). Dolori e gioie di Daniele Gorret.

Amaro sol per voi m’era il morire (Sulla tomba dei propri cani). Dolori e gioie di Daniele Gorret.

Dolori e gioie di Daniele Gorret: Amaro sol per voi m’era il morire (Sulla tomba dei propri cani),
Raffaelli editore, 2017

 

 

 

 

«Les poètes voient généralement mieux et plus loin que les scientifiques»
Henri Calet, Mes impressions d’Afrique

 

    In rete, con molta insistenza, viene proposta una citazione forse erroneamente attribuita a Luigi Pirandello. D’altronde questa è l’ultima moda: non si legge, ma si riportano ad oltranza, pescando qua e là sulla tela globale, citazioni a iosa che spesso sono prive di vero riferimento. Poiché capita, anche se il riferimento c’è, che lo si vada a cercare e non lo si trovi perché è frutto di una trasformazione, o di un centone confezionato ad arte, sorta di mostriciattolo dai mille volti.  Quindi, la pseudo-citazione (non si riesce proprio a trovarne la fonte) è la seguente: «Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano». Non sappiamo se sia veramente di Pirandello e, a questo punto poco importa, perché ciò è vero.  Un’altra citazione, invece, è tratta da una canzone degli anni sessanta, cantata da Hugues Aufray, dal titolo Le cœur gros, che abbiamo preferito tradurre con magone: «Povero cane smarito nella città / ci sono tanti ripari per te / si ha la coscienza tranquilla / ma quando si guardano i tuoi occhi / si ha il magone».[1]

Ecco gli occhi dei cani, o più esattamente lo sguardo dei cani. Penetrante, indissolubile, indimenticabile. Si può capire Daniele Gorret se titola la sua ultima raccolta usando l’aria della Tosca di Giacomo Puccini, modificandola; là dove Cavaradossi canta a Tosca: «amaro sol per te m’era il morire», Gorret titola: Amaro sol per voi m’era il morire. Perché quando si perde un cane si perde qualcosa più di un animale, è l’addio ad un essere caro: amico, figlio, membro della famiglia. L’immensità indicibile di un dolore. Eppure la poesia riesce, malgrado tutto, a tracciare l’alfabeto delle proprie disdette, la miseria dell’umano soffrire. E il nostro poeta in questo eccelle poiché riesce a temperare i suoi versi malgrado le abbondanti lacrime che ne ostacolano il fluire.

    Prima di questa raccolta, Gorret aveva concluso la sua trilogia romanzesca incentrata sul personaggio di Anselmo Secòs.[2] Se fossimo a Hollywood, questo personaggio si chiamerebbe forse Forrest Gump e avrebbe approfittato di un happy end degno della città californiana e dell’imaginario americano, anche se si tratterebbe piuttosto, nell’età della globalizzazione, di un imaginario mondiale. O forse no. Perché, a dire il vero, non c’è una grande somiglianza tra i due personaggi. L’americano non ha né lo spessore culturale né l’intelligenza del personaggio Secòs; essi hanno forse in comune il fatto che non vengono compresi da chi li circonda e ambedue sono visti come se si trattasse di esseri decerebrati. In realtà è lo sguardo degli altri che premia e definisce.

Ma Anselmo sarebbe più vicino a Pel di Carota di Jules Renard, tanto più per l’analogia con l’autore francese che riguarda la freddezza e la mancanza di amore materno, persino la crudeltà di Anita, la madre di Anselmo, molto simile a quello di Madame Lepic. Avere una tale madre è una dannazione, l’amore è così importante per i bambini, e se Pel di Carota si ritira nel pollaio a sognare, Anselmo se ne va nella montagna e così infanzia, adolescenza e maturità saranno, per il giovane Secòs, portatrici di tristezza infinita, tanto più che presto nascerà un fratellino, il pendant negativo di Anselmo, e certo si potrà ribattere che il negativo dipende solo dal punto di vista: Anselmo è vegetariano, il fratello sarà il proprietario del locale macello.

    La categoria degli autori scomodi esiste? Scrittori che con i loro scritti disturbano la quiete normativa della Doxa? perché di questo si tratta, infastidiscono il conformismo del contesto. Quella di Anselmo Secòs è, a modo suo, una saga familiare, ma non rientra nei crismi abituali del best-seller familiare, come sta andando di moda attualmente.  In genere, questi romanzieri disturbano perché dicono cose poco comode, scrivono di cose vere e lo dicono in un modo così intelligente che si preferisce non ascoltarli, meglio emarginarli. Si trova presto un aggettivo per loro, un labello, un’etichetta e l’autore scomodo raggiunge rapidamente il dimenticatoio della storia letteraria e sparisce dalle scene teatrali della contemporaneità. Gorret ha una produzione poetica notevole e tuttavia è noto solo ad un piccolo gruppo, happy few, direbbe Stendhal, e in fondo non è nemmeno un male se ci pensiamo attentamente. Infatti, vi sono talmente tanti libri stupidi, intrisi di banalità, che ogni anno vengono pubblicati e un numero crescente di lettori d’idiozie, che ci potremmo chiedere che senso abbia essere conosciuti da una massa che segue esclusivamente i consigli mediatici e le mode, specie quando accompagnati da squilli di tromba commerciali. A nostro avviso, Gorret meriterebbe una maggiore attenzione da parte di grandi editori che, sfortunatamente, sono attirati ormai solo dalle vendite. Autore difficile quindi, monotematico e provocatore. Ci vengono in mente altri nomi: Luciano Bianciardi, Giuseppe Berto, Claudio Piersanti, Giampaolo Rugarli, Raymond Guérin, Georges Hyvernaud e poeti come André Frédérique o Henri Simon Faure.

    Una delle tematiche di Daniele Gorret riguarda i misfatti degli uomini, e più in particolare quelli commessi dagli italiani in questi ultimi anni, e da qualche parte, scrive che tutto ha avuto inizio negli anni ’60, ossia la distruzione del Bel Paese negli anni del boom economico. Antropologicamente poi, l’italiano si è trasformato man mano che il benessere entrava nella sua casa. Siamo lontani dall’icona stereotipata rappresentata da un attore come Raf Vallone, con i suoi ruoli drammatici – italiani brava gente –, ma siamo più vicini alla maschera, allora interpretata dal grande Alberto Sordi, che dipingeva gentucola meschina, vigliacca, ipocrita, portata all’esasperazione con i cinepanettoni di oggi.

E tale tematica sottende tutta questa raccolta, in cui Daniele Gorret ci racconta, in versi, dei differenti cani che hanno vissuto con lui dal 1968 al 2008.

Come lui stesso scrive elegantemente: «allora tu – umano, certo, di facciata / ma in verità più simile agli agnelli – / decidi che ormai è tempo di lasciare / l’umana compagnia per l’animale» (p. 27).

Gli agnelli soccombano di solito (per non parlare delle stragi pasquali) ma se c’è la poesia, anche l’agnello trova le parole giuste per sfuggire (checché ne dica La Fontaine) al suo misero destino. Perché la poesia ha una tale forza che riesce a cancellare le miserie umane, ma certo chi la pratica deve fare scelte ben precise: «[…] così al poeta tocca di star bene / solo se dai potenti sta lontano / e noncurante e come un mezzoscemo / frequenta gli umiliati e gli impotenti» (p. 34).

    I compagni del poeta sono randagi, spesso maltrattati, senza pedigree, a riprova di una generosità che tutti gli amanti degli animali, spesso, non hanno: «[…] E fui, quell’anno, ai primi di Febbraio, / al canile della città che è capoluogo / della provincia in cui nacqui e dimoro» (p. 27).

    La poesia di Gorret è di una bellezza spontanea, gli endecasillabi fluiscono in modo naturale (anche se si percepisce che dietro c’è un lavoro immane), e la lingua gorretiana è contemporaneamente classica e moderna. Vorrei dire nel senso che si ha la sensazione di leggere un testo del passato e nello stesso tempo si tratta – e lo si intuisce subito – di un testo assolutamente moderno. E forse è quello che rende affascinante questa poetica, lo stare di continuo in equilibrio: antico/moderno; solitudine/moltitudine; anticonformismo/conformismo; passatista/modernista; Gorret è poeta singolare, unico in Italia, che riesce a scrivere come scrivevano i nostri padri ma con una mente e un cuore da uomo moderno.

    Ma torniamo a Amaro sol per voi m’era il morire, canto di incantamento e di immenso dolore. Se è vero che Francis Jammes[3] chiedeva al suo Signore di fare entrare gli asini in paradiso, e non vi è motivo di dubitare che la richiesta sia stata accolta, anche per Paul Auster,[4] seppur leggermente differente, esiste un posto incantevole dove i cani potranno, un giorno ritrovare quelli che li hanno amati, e dove potranno correre senza più rischiare di finire la loro vita sotto una macchina. Il cantante Renaud deplorava il fatto che, durante il funerale di Mitterrand, non avevano consentito a Baltique, il cane del presidente, di entrare in chiesa, così da lasciarlo soltanto seguire la bara dell’amato padrone dopo la cerimonia. Renaud, utilizzando a suo vantaggio una delle frasi più crudeli della Storia (pronunciata, nel XIII secolo, da tale Simon de Montfort incaricato dal Papa e dal re di Francia di annientare gli albigesi, detti anche catari e considerati eretici), canta «Dieu reconnaîtra les chiens»,[5] trasformando l’originale: «Sire, come possiamo riconoscere gli eretici dai veri cristiani? – Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi». E questo possessivo siens, nella geniale creatività del cantante, diventa, per palatalizzazione e sensibilità, chiens, cosicché Dio riconoscerà anche i cani (e Cartesio aggiungiamo noi, forse, non farà più danni per quanto riguarda le idee farlocche che aveva – ma tanti altri come lui – nei confronti degli animali)[6].

Daniele Gorret canta la vita e la morte dei compagni che lo hanno accompagnato, condividendo gioie e tristezze: «[…] solo a chiamare il nome tuo di cane, / ecco, io parto ai limiti di vita, / d’umano perdo quasi ogni confine, / entro tra voi, bellissimi animali, / i miei versi si fanno d’ululati» (p. 45).

Struggenti versi che raccontano la vita in comune, la comunione tra cani e uomo, nella fattispecie poeta, che come nei racconti fantastici si trasforma per aver condiviso con loro spazio e tempo, emozioni e carezze, in poeta ululante ad una luna sorniona; benché indifferente agli umori umani, ha per i suoi cantori, un occhio di riguardo. Perché il poeta Gorret vive tra gli uomini, anche se non sempre li sopporta, a causa dei loro nefasti comportamenti: distruzione della natura, vanterie, soprusi, ipocrisie, indifferenza, stupidità: «[…] e mi piagano ogni giorno gli Italiani / e m’esilio ogni giorno tra i miei libri».[7] Come scrive in quel grido di dolore che è L’Italia illustrata. Grido di dolore che ci fa ricordare quello di Giacomo Leopardi davanti ad un’Italia diventata «povera ancella».[8]

Ma qui, in questa struggente e malinconica silloge poetica, Daniele Gorret, lascia che la sua voce, di solito ferocemente critica, satirica, si ammorbidisca quel tanto che basta per l’elegia, e noi lettori capiamo, ci sentiamo vicini al poeta, rimaniamo incantati dalla profondità del suo verso, dalla ricchezza dei sentimenti e dal disincanto, quasi offeso. Da qui la richiesta finale: «Pertanto mi sia concesso anticipare: ammettiamo ai nostri funerali, / solo i perdenti gli ultimi, gli esclusi, / evitate di venirci voi che in vita / foste oppressori vincenti fortunati / no non siete graditi a questi due…» (p. 93).

Il cane e il poeta. Dal sapore francescano, per l’umile comprensione che impregna la scrittura di fronte all’arroganza degli uomini. Tuttavia, poeta e cane preferiscono continuare la loro strada insieme fino all’ultimo momento, distanti dalle grida e dai neon delle vetrine (dis)umane.

Concluderemo con un’ultima citazione di Daniele Gorret tratta da Letteratura addio, che alla fine del libro, contrariamente al titolo pessimista, ci restituisce un po’ di speranza:

«Custodiremo Lingua che è tesoro: si dà il caso che a noi venga affidata: a noi indegni però innamorati, quindi degni di ciò per cui bruciamo. Dovere con piacere fa tutt’uno: chi li distingue più nel Grande Fuoco? Noi, autori dei libri non venduti, noi che Macchina derise e stritolò, noi oggi ancora qui che resistiamo: pietra d’inciampo (minima) a Mercato d’Arutarettel che vince e gonfia e più si gonfia più corre lontano da Verità (terribile) cacciata da ogni lido ormai di questa Italia… Noi – io chiedo – restiamo solitari; noi – vi prego – restiamo solidali».[9] 

 

[1] Hugues Aufray, Le cœur gros (1964), parole di Hugues Aufray e Pierre Delanoë, musica di Hugues Aufray.

[2] Daniele Gorret, Malattie infantili di Anselmo Secòs, Bologna, Pendragon, 2011; Errori giovanili di Anselmo Secòs, Ancona, Italic, 2015; Disinganni senili di Anselmo Secòs, Ancona, PeQuod, 2018. Per coronare questa trilogia, Daniele Gorret ha pensato bene di condividere con noi  Quaranta citazioni per Anselmo Secòs, Faloppio (Co), LietoColle, 2015.

[3] Francis Jammes, Prière pour aller au paradis avec les ânes, dans Le Deuil des Primevères (1901), Paris, Gallimard, 1967; alcuni versi: «[…] Je leur direz: Venez, doux amis du ciel bleu, / pauvres bêtes chéries qui, d’un brusque mouvement d’oreille, / chassez les mouches plates, les coups et les abeilles… […]», p. 143.

[4] «[…] Mr Bones stentava a immaginare come sarebbe stata la vita in un posto simile, ma Willy ne parlava con tanto desiderio, con una voce che riverbera tanta tenerezza, che alla fine il cane smise di avere timore. Tim-buc-tù. Ormai il suono della parola bastava a renderlo felice. […]”; Paul Auster, Timbuctù (trad. di Massimo Bocchiola), Torino, Einaudi, 1999, p. 42.

[5] Renaud Séchan, Baltique, nel cd Boucan d’enfer, 2002, éd. Ceci-Cela.

[6]  A tale proposito, si consiglia la lettura di Jacques Derrida, L’animal que donc je suis, Paris, Galilée, 2006.

[7] Daniele Gorret, L’Italia illustrata, Torino, Ananke, 2007, p. 52.

[8] Giacomo Leopardi, All’Italia, Canti in Versi e Prose, Milano, Mondadori, 1987, p. 5.

[9] Daniele Gorret, Letteratura addio, Brescia, L’Obliquo, 2010, p. 50.

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