Il decennio postunitario nella Storia del giornalismo italiano

Il decennio postunitario nella Storia del giornalismo italiano

 
 macchina per scrivere

Il decennio postunitario

“La stampa politica, sorta per breve tempo nel 1848, e risorta nel 1859, era naturalmente infantile, ma di sentimenti generosi, benché indisciplinata; e se poteva dirsi appassionata e battagliera all’accesso, non poteva in generale accusarsi come mercenaria […]. Anche i giornali retrivi scrivevano per sostenere i loro principi con eguale vivacità dei giornali liberali e con eguale indisciplinatezza: erano tutti poco pratici del mestiere di giornalista […]. Ma venne presto la stagione degli accorgimenti, delle malizie, dei raggiri e delle venalità! Dal 1859 in poi i nostri giornalisti convertirono la nobile missione della stampa periodica in traffico indecoroso. Giustizia vuole che io eccettui da questa severa accusa sei o al più otto giornali; gli altri si può dire che di buon grado si mettano ai servigi e alle voglie degli ambiziosi che pagano per far strombazzare i loro nomi, i loro progetti e soprattutto le loro candidature[1]”. Con queste parole,  Gaspero Barbèra[2] descrive la situazione della stampa italiana nel decennio postunitario.

Il periodo appare caratterizzato da un tipo di giornalismo artigianale e scarsamente pianificato. La svolta, verso una impostazione imprenditoriale del settore, avviene per opera della casa editrice milanese Sonzogno[3]. Intorno al 1872 la Sonzogno è una azienda che possiede tre quotidiani (“Il Secolo”, la “Gazzetta di Milano” e la “Capitale”), alcuni settimanali, il mensile “Il Tesoro delle Famiglie” e diverse collane di narrativa. Cosa significhi imprenditorialità lo esemplifica al meglio “Il Secolo”, apparso per la prima volta, a Milano, il 5 maggio del 1866.  E’ un giornale improntato alla modernità e ad una particolare attenzione nei confronti del lettore. La ricerca del consenso avviene, anzitutto, attraverso la formula della pubblicazione di due romanzi al giorno. Altra idea vincente l’assegnazione di premi ordinari e straordinari  mediante l’organizzazione di lotterie tra gli abbonati. A ciò si aggiunga che “Il Secolo” fu il primo giornale italiano a servirsi, contemporaneamente e su larga scala, dell’uso del  telegrafo, per un tempestivo reperimento delle notizie estere, e del potenziamento della cronaca cittadina. Un impianto editoriale perfetto. Basti pensare che nell’ottobre del 1881 la tiratura è di 54.000 copie[4].

Lo stesso periodo è caratterizzato dalla presenza di singole realtà determinate da precise spinte ideologiche o economiche. Basti pensare alle esperienze del giornalismo cattolico, da subito attivo e polemico, di cui “L’Osservatore Cattolico”, nato il primo gennaio del 1864, è un chiaro esempio. Oppure, all’esperienza di un quotidiano economico come “Il Sole”, giornale al servizio delle imprese, dell’agricoltura, dell’artigianato, dei proprietari. Attento alla pubblicazione di leggi utili ai professionisti di riferimento.  Il 5 marzo del 1876 nasce  il “Corriere della sera”. Quello di Torelli Viollier, che inizialmente appare come un vero e proprio salto nel buio, si rivela un grande successo specie dopo che, nel 1885, entra come socio accomandatario l’industriale Benigno Crespi con un capitale di 100.000 lire. Da qui il trasferimento della redazione, l’ampliamento dell’organico fino ad una tiratura, nello stesso 1885,  di 30.000 copie con un totale di tre edizioni giornaliere.

“Il giornalista è un testimone; egli deve dare al pubblico non soltanto le notizie, ma tutte le notizie del giorno, per quanto qualcuna possa increscergli[5]”. Un compito difficile, soprattutto a partire dagli anni settanta quando le forze politiche da una parte   e quelle economiche dall’altra iniziano a guardare ai giornali come possibili strumenti ad esclusivo vantaggio dei propri interessi.  Si assiste alla nascita di un movimento incrociato che vede, contemporaneamente, giornali in cerca di padrini politici e coalizioni governative in cerca di organi più o meno ufficiali. Mutano le modalità di gestione dei fondi segreti, che anziché essere erogati dal Ministero, vedono in primo piano il controllo parallelo dei detentori del poter economico. 

 

Modelli di riferimento: successi e fallimenti

Così come Sonzogno e Torelli Viollier per “Il Secolo” e il “Corriere della sera” avevano, rispettivamente, guardato a Parigi e Londra, Dario Papa, vecchia presenza del giornalismo democratico milanese, tentò la via del quotidiano popolare secondo i canoni del modello americano improntato a notizie date con taglio spigliato, senza accademismi e dalla comunicazione semplice ed immediata. Il 17 dicembre del 1882 nasce “L’Italia”.

Il neodirettore Papa, imprime al foglio caratteristiche assolutamente nuove per il giornalismo nazionale: titoli a più colonne; grossi neretti; presenza, in prima pagina,  delle notizie di maggiore attualità e di varie tipologie di civette con rinvii all’interno. Presto le innovazioni vengono definite come <<esagerazioni>>, <<americanate>>. E così, dopo dieci anni, per ragioni interne unite all’incapacità dei lettori di aprirsi ad un giornalismo nuovo, l’esperimento fallisce e “L’Italia” chiude i battenti con l’ultimo numero datato 4 giugno 1892[6].

Al contrario, “Il Messaggero”, a partire dall’ 8 dicembre 1878, costruisce il proprio successo scegliendo di divincolarsi da patronati politici e puntando direttamente al grande pubblico. L’ideatore è Luigi Cesena che, con un capitale iniziale di  20.000 lire[7], concretizza l’obiettivo realizzando un quotidiano aperto a tutte le categorie di lettori, economico e di piccolo formato. “Il Messaggero” parla ad un pubblico popolare destinatario di una miriade di notizie, bollettini e annunci di pratica utilità, divenendo  una istituzione cittadina. Altra particolarità: la trasformazione di quello stesso pubblico al ruolo di “giornalista sul campo” invogliato, dietro pagamento, a collaborare con la redazione per il reperimento delle notizie. Tutte scelte che pagano. Basti pensare che nel 1881 il giornale raggiunge le 35.000 copie ed è il primo ad introdurre, in Italia, la stereotipia[8].

 

Il linguaggio del giornalismo postunitario

Il problema con cui si scontra il linguaggio del giornalismo, in particolare quello immediatamente postunitario, è  l’alto tasso di analfabetismo della popolazione. A scrivere per il giornale, infatti, sono in larga parte letterati o avvocati con i loro linguaggi settoriali. Si tratta pertanto di una lingua dal forte tasso di letterarietà di stampo tradizionale, infarcita di elementi del tecnicismo giuridico e burocratico, che nel tentativo di farsi comunicativa in particolari situazioni, assume un registro colloquiale – persuasivo stando attenta anche alla espressività regionale, con l’esito di presenze dialettali (locuzioni ma anche vere e proprie parole o espressioni) a fianco di voci alte, classicheggianti[9].

Analoghe considerazioni si potrebbero avanzare per la sintassi, che tende alla semplificazione solo gradualmente, col mutare della classe giornalistica, sempre più professionale, e anche per via delle innovazioni tecniche quali i dispacci, il telegrafo, il telefono, che chiedono al linguaggio di essere sintatticamente semplificato, economico, paratattico. In sintesi, ci si rende conto della necessità di ricorrere ad uno “stile telegrafico”. Ed è proprio sul finire dell’Ottocento che parte la diffusione della scrittura nominale, destinata ad un maggiore sviluppo con l’inizio del ventesimo secolo.

<<Scrivere chiaro>>, era questa la richiesta esplicita dei direttori di giornale.  Il salto significativo, si realizza  all’inizio del nuovo secolo quando, come sottolinea Ilaria Bonomi, tutta una serie di condizioni innovative, interne ed esterne al giornalismo, concorrono a determinare un significativo mutamento nella configurazione del tessuto linguistico dei quotidiani.

Condizioni innovative si verificano sul piano linguistico generale, con l’apertura al parlato di  molta parte della prosa, sia letteraria sia soprattutto media; la notevole circolazione interregionale in ambito lessicale; la forte influenza straniera, nel progressivo cedimento del predominio francese a quello inglese. Componenti, queste, che appaiono prepotenti nella scrittura giornalistica di quest’epoca, in un impasto più o meno disomogeneo con gli elementi tradizionali[10].

Scatta, nella stampa, un processo di omogeneizzazione che entrerà in crisi intorno al 1925, quando, con il fascismo, nuove regole detteranno significativi mutamenti sulle modalità espositive. 

 

Dalle linee di condotta dettate dal Regime agli anni settanta

L’atteggiamento del Regime fascista nei confronti della stampa è sintetizzabile in quattro linee di condotta:

1)        assunzione diretta del controllo dei giornali non fascisti;

2)        pressione sui proprietari dei quotidiani nazionali più importanti perché intervengano sulle direzioni o le mutino;

3)        persecuzione dei fogli dell’opposizione sino a giungere alla loro soppressione e messa fuori legge;

4)        controllo interno al partito sui fogli che si richiamano al fascismo  ma che spesso si caratterizzano come organi di una guerra per bande tra “dirigenti locali”.

Il gioco delle soluzioni, inglobativa o repressiva, pur procedendo di pari passo, imbocca diverse direzioni.  Se da una parte ci sono “autofascistizzazioni” facili, ed è questo il caso di  quotidiani appena sorti, come “La Gazzetta del Mezzogiorno” (26 febbraio 1922). Dall’altra non mancano le difficoltà, come per “L’Ora” di Palermo divenuto, negli anni trenta, organo ufficiale della federazione fascista cittadina. Il primo maggio del 1929, con l’insediamento della Commissione Superiore della Stampa, presieduta da Arnaldo Mussolini, vengono introdotte nuove regole da rispettare in merito alla tipologia delle notizie giornalistiche e all’impostazione linguistica. Quest’ultima doveva essere misurata nelle aggettivazioni, energica ma non retorica, attenta alla ricercatezza e all’espunzione totale di elementi dialettali e forestierismi. Inoltre, bisognava eliminare le notizie allarmistiche o pessimistiche. Tale crescendo di interventi, chiaramente, finì per stringere la notizia in una morsa linguistica con il quasi esclusivo impiego di espressioni tese alla costruzione di miti, primo fra tutti quello del Duce.

Il problema per il Regime resta quello della formazione giornalistica della nuova generazione. Non mancarono, in tal senso numerose iniziative. Nel 1927, per opera del Sindacato, sorse, a Roma, la Scuola professionale per i giornalisti. Nel 1928, a Perugia, in seno alla Facoltà di Scienze Politiche, venne istituita una Cattedra di Storia del Giornalismo. Lo stesso accadde in altre città d’Italia.

Il 10 ottobre del 1928,  Mussolini convocò, a Palazzo Chigi,  tutti i direttori dei quotidiani italiani per ricordare loro che: <<Il giornalismo italiano è libero […] perché nell’ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione>>[11].

E’ facile comprendere che il problema, in termini di vera e propria libertà di stampa, era lontano da una definitiva soluzione. La sola eccezione, in quel contesto, era costituita da una parte della stampa cattolica che non fu mai davvero irreggimentata ed ebbe la possibilità di muoversi un po’ più liberamente.  “L’Osservatore Romano” e la Radio Vaticana, ad esempio, proprio in forza delle loro extraterritorialità, poterono fornire notizie ed interpretazioni negate ai quotidiani italiani. A tale diffuso grigiore si cerca allora di riparare con l’ausilio della tecnica fotografica che fece enormi progressi.

La vera svolta si ha negli anni trenta. L’impaginazione è più attenta. Si assiste all’ampliamento delle rubriche sportive e alla nascita di numerosi periodici destinati ad un pubblico femminile[12].

Con la caduta del Regime, emerge la necessità di rifondare il giornalismo. Il momento, certo, non è dei più favorevoli a causa delle difficoltà economiche postbelliche. Via via ricompaiono “Il Corriere della sera”, “La Stampa”, “La Gazzetta del Popolo”, facilmente riconoscibili dai propri fedeli lettori anche se ribattezzati[13].

E’ una guerra senza esclusione di colpi. Emergere è difficilissimo e lo si può fare solo in forza di idee assolutamente originali. Il vero problema, nonostante la diminuzione del tasso di analfabetismo, resta quello dello scollamento, anche linguistico, tra quotidiano e pubblico.

Con l’inizio della <<grande crisi>>, nel 1960, si assiste ad un processo di chiusura o settimanalizzazione delle testate di partito. La sola vera grande novità è rappresentata da “Panorama[14].

Con i primi anni settanta, si invertono le rotte. Aumenta considerevolmente il numero delle testate. Alla base di tutto resta però il sogno di sempre, che guarda al modello inglese e, con esso, alla possibilità di fare un giornale basato sulla distinzione tra notizia e commento.


[1]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004, pp. 163. 

 [2]Editore italiano, nato a Torino (1818 – 1880). Attivo a Firenze, dove  fondò  una tipografia e una nota casa editrice (1854).

[3]Fondata nel 1818.

[4]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004.

 [5]Eugenio Torelli Viollier, La stampa e la politica, edizione ridotta a cura di Carla Riccardi, Ed. Sellerio, Palermo 1991, pp. 124. 

[6]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004.

 [7]Olga Majolo Molinari, La stampa periodica romana dell’ottocento, Istituto di Studi Romani, Roma 1963.

[8]Procedimento di riproduzione che permette di ottenere da una composizione tipografica, a caratteri o a righe mobili, lastre di piombo o di plastica fuse in un blocco unico, piane o curve, per la stampa in piano o su macchine rotative.

[9]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004.

[10] Ilaria Bonomi, La lingua dei giornali del novecento, in Luca Serianni, Storia della lingua italiana. Il secondo ottocento, Ed. Il Mulino, Bologna 1990.

[11]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004.

[12]Alcuni esempi:  “Amica” (1929); “Grazia” (1933); “Gioia” (1938).

[13] “Corrire d’Informazione” (dal 22 maggio 1945 al 7 maggio 1946); “La Nuova Stampa” (18 luglio 1945); “Gazzetta d’Italia” (24 luglio 1945; “Il Nuovo Messaggero”, (21 aprile 1946).

[14]Giuseppe Farinelli, Ermanno Paccagnini, Giovanni Santambrogio, Angela Ida Villa, Storia del giornalismo italiano. Dalle origini ad oggi, Ed. UTET, Torino 2004.

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