Asteroidi D’inchiostro (Un inverno mio)

Asteroidi D’inchiostro
           “libri come corpi celesti persi nello spazio dell’indifferenza”             

                                         

“Toccato dalla rara grazia del talento espressivo e dal talento emozionale, uno dei pochi destinato alla grande lettera della storia della letteratura” introduce così Gabriele Morelli, nella nota critica di apertura del libro, il poeta spagnolo Luis Garcìa Montero. Ma è sempre opportuno, mi dico, per scrivere delle buone poesie avere del talento oppure basterebbe cimentarsi soltanto di una grazia stilistica? E se il talento di cui si parla nei grandi poeti fosse il talento nel saper vivere il proprio tempo e per questo saperlo decifrare con la sensibilità dell’uomo qualunque? Ho la strana sensazione che in Montero il segreto che illumina la sua versificazione sia anche parte di questo: proiettare lo sguardo alla ricerca di un uomo libero da ogni orpello retorico, e lo fa servendosi di un’estetica che nega quella speculazione metafisica e avanguardistica spesso sconfinata o dettata come ribellione. Quella di Montero è la scrittura di chi ha come punto di partenza creativa l’esperienza individuale e sentimentale di fronte agli accadimenti della storia. “Un inverno mio” è un libro ricco di storie dentro la storia civile, dentro quel melodramma umano che si consuma nella quotidianità e che a volte soccombe tra le braccia dell’etica. In qualche modo la sua poesia crea una complicità con il lettore e lo fa portandolo in giro nei luoghi dove la rappresentazione esistenziale matura il contrappeso del pensiero con l’azione. Ma la poesia ha forse bisogno di rendere implicite le nostre abitudini cogliendone le frustrazioni e il senso etico del nostro stare al mondo? Se fosse così basterebbe aguzzare lo sguardo nella decadenza che ci circonda per meglio edificare la felicità sulle macerie della nostalgia. Quindi iniziare a percorrere una città ideale con una solidità di pensiero facendone di ogni fragilità la ragione di un bene comune, estrarne da una situazione di conflitti una poesia dotata di grande temporalità.  Montero poeticamente trasforma con abilità la cronaca della vita quotidiana in una epica di autoanalisi: il suo io poetico occupa bar, percorre strade notturne di città semi-addormentate e guarda come guardo io le sere in cui la mia parte randagia elettrizza le atmosfere, per cogliere la luce e quella che ne rimane negli occhi di un operaio sconfitto, di un cassaintegrato incapace di scommettere sul proprio futuro, per costruire insieme all’ignoto una poesia di sconfinamento, un gioco linguistico di baratri quando l’azzardo è barcollare il meno possibile davanti al giudizio di un Dio conforme, abituato alla trasgressione della felicità. Ma non è forse questo il benessere di stare a debita distanza dalla solitudine oppure di lasciarsene inghiottire, mentre la voce pacata di un essere umano sussurra che ancora è presto per soccombere al silenzio. E intanto il rumore annusa i marciapiedi va slegato nei territori dell’amore pensato ma mai ricevuto per grazia spirituale. Così, Montero mette in atto quella autobiografia sentimentale e morale e lo fa ancora una volta invitando il lettore a ritrovare nella propria esperienza d’essere umano l’endorfina della poesia. E magari allenando la disperazione alla bellezza, la decadenza spirituale alla presenza di un misticismo meno arcaico e più urbano. “ Mi interessava la cosiddetta poesia dell’esperienza o meglio, il tentativo di dare una soluzione ai limiti della realtà fin dal proprio realismo, senza cercare paradisi artificiali nell’espressione e nella mitologia”…da questa affermazione ripetuta in diverse occasioni   dall’autore è facile intuire la voglia di rivendicare l’intimità come fosse un territorio storico, che nel luogo di uno sguardo individuale politicizzato basterebbe a mettere in evidenza le contraddizione della ragione borghese . Attraverso questa visione i luoghi, le vicende, i sogni, che plasmano i suoi versi diventano quasi delle motivazioni ideologiche. Tra il domestico e l’urbano lui crea una linea di forza per attraversarla come fosse un ponte conciliante tra la disfatta e l’emarginazione sociale. Una poesia mi piace immaginare, quando le sere offrono quella geografia d’inquieti al servizio del destino, di contatto. Con uno schema fluido che si serve di un registro basso, per lo più fatto da un lessico popolare capace di neutralizzare quella forma narcisistica dell’io, perché nel suo caso la biografia serve a mostrare una gamma di solitudini che trasformano quell’io in un noi in cerca di identità. E allora come non ricollegarsi alle parole del poeta quando dice “La parola del poeta registra la tentazione di esprimere la verità del tempo che vive o del suolo che calpesta o di raggiungere un valore universale, valido per tutti i terreni e per tutti i tempi”. Fin dal primo momento in cui ho letto Montero, già dall’altro suo impeccabile libro edito dalla Medusa edizioni “Stanco di Vedere”, non ho mai smesso di percepire questa sua ostinata ricerca di “verità”, e se a quanto si dice che fondamentalmente i poeti sono dei bugiardi, la sua ostinazione dunque è una forma di rivoluzione, la volontà di stare al centro dello scandalo anche diventando bersaglio del potere: oppiaceo comune sulla libertà delle scelte. E come ancora dalle sue sagge visioni poetiche afferma la poesia “è l’unico territorio che ho, che mi aiuta a difendermi dal cinismo, che mi permette di negarmi alla rinuncia, che perdona con generosità quando ancora oso difendere un’illusione collettiva”. La poesia, il territorio della mia solitudine amplificata al mondo circostante che già si muove mentre termino di scrivere su questo poeta lucido d’utopia, in questo mio bilocale (dove anch’io a forza di cercare verità marco il mio territorio di incertezze) che diventa un tribunale di ombre, l’ostinata presenza di chiamarsi vivi e liberi di un destino collettivo.

 

scelti per voi 

 

p. 99
p. 101
p. 103

 

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