Chiedimi ancora: De Alberti e Pusterla

Chiedimi ancora: De Alberti e Pusterla

 La madre di tutte le oscurità e la condensazione di senso: Andrea De Alberti e Fabio Pusterla

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messi a confronto sono due poeti che hanno visto l’oscurità nella medesima radice, in quell’esperienza umana di perdita, anche se in tempi diversi, che spinge a riconoscere il buio laddove è necessario un avanzamento, un’individuazione decisa, un cambio di status. Nella perdita della figura paterna, in quel taglio dolorosissimo, vi è anche maturità e verbo. Un segno che s’innerva e che, tra scrittura e lettura, viene in soccorso: «un unico fiato di voce, una piccolissima canzone per voce sola», dice Andrea De Alberti parlando della sua prima poesia, che non lo abbandona; qualcosa che «ha definito nel bene e nel male molti aspetti della mia sensibilità», afferma Fabio Pusterla.

Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

L’ultima opera poetica edita di Andrea De Alberti è La cospirazione dei tarli. L’universo di don Chisciotte (Interlinea 2019); quella di Fabio Pusterla è Figurine d’antenati (Alla Chiara Fonte, 2020).

 

CINQUE DOMANDE AI POETI: ANDREA DE ALBERTI (1974)

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

In ogni mia raccolta s’innerva un gesto che diventa segno. Nella prima raccolta Solo buone notizie era il gesto di mio zio prigioniero in Germania che ogni estate raccoglieva e pesava le ciliegie con le mani perché al ritorno dal campo di concentramento ricordava alberi di ciliegio sulla via d’Italia. Nel secondo libro Basta che io non ci sia era il gesto di Mennea che nella finale dei 200 metri a Mosca recuperava fino alla vittoria, falcata dopo falcata i suoi avversari e lo associai alla nascita prematura di mio figlio al quale chiedevo di recuperare tutta la nostra vita. In Dall’interno della specie il gesto è quello di Ettore che al ritorno dalla battaglia non viene riconosciuto dal figlio Astianatte perché indossa ancora l’elmo e la corazza. Dopo essersela tolta avviene il riconoscimento e la successiva elevazione al cielo del bimbo. Infine nella Cospirazione dei tarli ad innervarsi è l’immagine di un pittore che non riesce a dipingere un volto, quello di Cervantes, perché sulla tela ricoperta di biacca sente in continuazione il rumore di quegli insetti.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

La prima oscurità che mi è capitato di vedere è stata il volto di mia madre il giorno in cui mio nonno morì. Avevo dieci anni. C’era tanta neve ma era notte. Andai in ospedale da mia madre con un vecchio signore di Battuda. Quando la vidi capii che quella era l’Oscurità non più lavabile o rischiarabile. Me la ritrovai anch’io in faccia il 13 ottobre 1999 quando mio padre morì. È la madre di tutte le oscurità. Ne ho scritto poi dal 2003 fino al 2017 ininterrottamente.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Penso ad alcune poesie della Dickinson, altre di Dylan Thomas o Auden, Raboni, Mesa, altre ancore di Mario Benedetti o di Milo De Angelis. Ma anche Pusterla. Due poesie di Flavio Santi quando ancora scriveva poesie. Ma sono molti i casi dei brividi: Cvetaeva, Celan…

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Mi viene in mente Simone Cattaneo. Armitage, Dante. La prima raccolta di Cattaneo mi colpì. Pensavo: io non riuscirò mai a scrivere così. Ma lui ci riusciva perché Simone e tutto quello che scriveva era profondamente vero.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

               Mi rivolgo a te da questo angolo senza numero o gioco, da questa terrazza per puro caso appesa alla dritta del tuo nome, fra un cielo e un altro cielo senza sfiato o misura. Accoglimi con poco, sforza per l’ultima incerta                              occasione della stagione.

L’ho scritta appositamente così senza a capo, anche se inizialmente era diversa, perché è un unico fiato di voce, una piccolissima canzone per voce sola.  anche la prima poesia in assoluto che ho scritto. L’ho scritta il giorno stesso in cui mio padre morì. Volevo metterla sulla sua tomba. È ancora la poesia alla quale voglio più bene e che mai mi abbandona e che so a memoria.

Andrea De Alberti (ph Massimilano Gatti)

CINQUE DOMANDE AI POETI: FABIO PUSTERLA (1957)

1.

In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Non credo che l’autore sia la persona più adatta per rispondere. Quello che, scrivendo, mi sembra a volte di avvertire con maggior forza dentro la scrittura è una specie di precipitato della complessità del mondo. Le parole, qualche volta, riescono a condensare questo senso di vastità, spaziale, temporale e esperienziale, e quando questo capita la realtà sembra più vivida, più luminosa. Il “cosa” o il “chi” possono variare; ma il fenomeno che si verifica nella scrittura è sempre per me di questo tipo: una condensazione di senso, un’energia.

2.

In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Quando ero molto giovane, un ragazzo, mio padre si è gravemente ammalato, d’improvviso. La malattia ha segnato gli anni successivi, fino alla sua morte, attraversando la mia giovinezza; e credo che questa esperienza precoce sia stata per me determinante. Poi mi è naturalmente capitato di vedere parecchie altre volte qualche forma di oscurità, in me e fuori di me; ma la prima e più profonda è stata probabilmente quella, e ha definito nel bene e nel male molti aspetti della mia sensibilità. A lei devo, penso, l’attitudine a guardare nel buio.

3.

Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Ce ne sono molti, naturalmente. Ma per indicarne uno relativamente vicino a noi, e per rimanere dentro la lingua italiana, direi senz’altro Vittorio Sereni. Leggo e rileggo molti altri autori del Novecento; ma forse solo Sereni ha la capacità di trasmettermi una costante inquietudine. Un brivido, appunto. Più indietro nel secolo forse direi: Umberto Saba.

4.

Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Di nuovo, forse potrei fare più di un nome: retrocedendo come un gambero potrei dire: Amelia Rosselli, Dino Campana, Rimbaud, Baudelaire, Leopardi. Mi limiterò però a ricordare soprattutto Dylan Thomas, che è stato il primo poeta a venirmi incontro, appunto in quegli anni lontani dominati dall’oscurità. A lui, e a uno dei suoi traduttori, il compianto Ariodante Marianni, devo moltissimo.

5.

Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta? 

Quando sono invitato a parlare di poesia in una scuola elementare, prima o poi c’è un bambino che mi chiede: «Ci leggi una poesia che parla di te?». Non so mai bene cosa rispondere a questa domanda più che comprensibile: quello che ho provato a scrivere non parla principalmente di me, e nello stesso tempo io sono sempre presente dietro o sotto la scrittura. E allora di solito leggo una poesia di quasi trent’anni fa (sta nel libro Le cose senza storia, uscito nel 1994), che si intitola Paesaggio, e da cui mi sento ancora fortemente rappresentato. Mi ricordo di quando ho cominciato a scriverla; vivevo, in quel periodo, in Portogallo, e forse anche grazie alla distanza fisica è riapparso un paesaggio particolare, che ho a lungo frequentato da bambino e da ragazzo. Mentre i tasti della Olivetti formavano le parole sul foglio, io avvertivo, per la prima volta, la sensazione che loro, le parole, mi portassero dove non sapevo, e così facendo mi liberassero da un peso inconfessato, e insieme mi definissero con pochi tratti leggeri e definitivi: «Io sono questo: niente. / Voglio quello che sono, fortemente. / E le parole: nessuno adesso me le ruberà». Sono stupito di essere riuscito a scrivere questi tre versi, nei quali mi sembra racchiuso molto, se non tutto, di ciò che penso di essere.

Paesaggio

Qui piove per giorni interi, talvolta per mesi.
I sassi sono neri d’acquate,
i sentieri pesanti.

Sul bordo delle rogge:
girini, latte scure. Una valigia
incatramata.

Un filo d’olio cola
sulla ghiaia. Sopra, cemento.
Se gratti la terra: detriti,
mattoni scagliati, denti di coniglio.

Si possono pensare rumori umani,
passi, palle da tennis. Voci eventuali.
Ogni frantume è ammesso purché inutile.

Siccome questo è il vuoto c’è posto per tutto,
e quel poco che c’è, è come se non ci fosse.
Anche i binari sono perfettamente inerti,
le lucertole immobili, i vagoni
dimenticati.

E poi il pollaio. Le cose senza storia.
O fuori. Una carriola
che non ha ruote. Un pozzo. Un secchio marcio
privo di fondo. Il nome di uno scemo:
Luigino. Piume dentro la rete, di gallina.
Buchi dentro la rete. Trame rotte.
Quello che non chiamate crudeltà.

Io sono questo: niente.
Voglio quello che sono, fortemente.
E le parole: nessuno adesso me le ruberà.

Fabio Pusterla (ph Leo Pusterla)

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