Chiedimi ancora: Lecomte e Montanari

Chiedimi ancora: Lecomte e Montanari

L’amoroso luogo d’incontro delle scritture e lo scontento: Mia Lecomte e Raul Montanari

In questa puntata di Chiedimi ancora ad essere messi a confronto sono due poeti, di cui uno, Montanari, non si ritiene tale non avendo frequentato sistematicamente la poesia. La molla che lo spinge a scrivere versi è il dissenso, lo scontento a cui l’uomo, nel suo breve cammino accerchiato dall’oscurità delle due notti, tenta di porre rimedio: «vivere non ti basta perché nella vita vedi qualcosa che non va, qualcosa di enorme», dice.
Mia Lecomte poeta lo è per vocazione e tradizione e il suo scrivere è anelito al collettivo, incontro, condivisione – ha anche fondato la Compagnia delle poete. Poesia è per lei «la tigre indecente che balza fuori di noi – inconsapevoli, abbacinati – sferzando la coda sui fianchi, per usare un’immagine di Czeslav Milosz». Entrambi traduttori, sanno fare la spola tra sponde intime e aliene.
Buona lettura!

Rossella Pretto e Marco Sonzogni

 

L’ultima opera poetica edita di Mia Lecomte è Al museo delle relazioni interrotte (LietoColle 2016), ha da poco ultimato una nuova raccolta, Lettere da dove; quella di Raul Montanari è Le linee, in AAVV, 50 anni di Bianca (Einaudi 2014).

Mia Lecomte ph Dino Ignani

CINQUE DOMANDE AI POETI: MIA LECOMTE (1966)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di “segno” che “s’innerva” e lo descrive con queste parole: “sangue tuo nelle mie vene”. Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Quello che s’innerva e poi batte come sangue altro in me – l’impulso del cuore tuo/ mio di Cummings – è proprio quel che non considero mio. O meglio, in ambito poetico (ma forse non solo) ho difficoltà a esercitare, o anche soltanto individuare, il possesso. Nelle vene della mia scrittura c’è questo altrui, un anelito al collettivo, alla condivisione, che probabilmente mi viene dall’avere diviso la casa, trascorso l’infanzia con un padre poeta, spartendoci e scambiandoci quotidianamente, affettivamente parole in due diverse lingue. La mia vita/scrittura vorrebbe essere l’amoroso luogo di incontro delle scritture, per molteplici travasi e scambi, che nello specifico vanno dalla traduzione, appunto, alla creazione della Compagnia delle poete (www.compagniadellepoete.com), alla marea puntuale di parole in più lingue che scandisce come un battito la mia rete di relazioni personali.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità (“I see a darkness”). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

C’è qualcosa d’altro oltre l’oscurità? Si può scrivere d’altro? Nei bellissimi versi di Jan Skácel “Sulla riva del fiume di trifoglio / un grande coniglio muto decide / che cosa è fatto di buio / e che cosa in più si fa buio”.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente (“something about him seemed permanent”) e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi (“he transmitted something’… “and it gave me the chills”). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Dylan parte infatti da Buddy Holly per cercare di capire, e di conseguenza spiegare, in che modo le proprie canzoni possano essere considerate letteratura. Comincia con la musica, e non solo con i dischi di Holly – una miscela unica di country, rock e rhythm and blues – ma con un suo concerto, a cui aveva assistito diciottenne. A un certo punto, dice, Holly da dietro la pesante montatura nera dei suoi occhiali, lo guarda dritto negli occhi e gli “trasmette qualcosa”, provocandogli i “brividi”. È con questi primi brividi, questo primo “scoppiettio”, che si avvia il motore poetico delle sue canzoni, la sua letteratura. I miei Buddy Holly sono più di uno, soprattutto musicisti, anche per me, devo ammetterlo, e anche scrittori. Forse in misura minore poeti. Potrei fare dei nomi in ordine sparso – Charles Simić, Nicanor Parra, Nina Cassian, Adelia Prado, Bartolo Cattafi… – ma non serve a molto, non avendo qui lo spazio per poterli ‘ascoltare’ adeguatamente; e poi per gli stranieri, che io soprattutto leggo, al di là delle lingue più famigliari andrebbero nominati ogni volta i traduttori, partecipi della scossa “tel-lirica”. Ma in generale, nel mio caso, lo sguardo che si fissa nel mio – da dietro la pesante montatura nera del fare poetico più rassicurante – che mi regala ogni volta il privilegio di rivolgersi direttamente a me, provocandomi quel brividino di intesa esistenziale che fa poesia, è sempre l’occhiata dell’ironia: in tralice, teneramente dissacrante, mi riconferma in una risibile imperfezione, vulnerabilità. Una “scarpa stretta contro la profondità del pensiero” per citare Rainer Malkowski.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione (“he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation’) non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale (“He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy.”). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Ancora una volta l’esempio si riferisce a un musicista, non a caso… Comportamento sovversivo ed energia verbale a caricare il voltaggio di una generazione? Mah, credo sia la semplice esistenza della poesia, se si tratta di poesia, a renderla sovversiva, l’energia che irradia è semplicemente la garanzia del suo essere tale. È la tigre indecente che balza fuori di noi – inconsapevoli, abbacinati – sferzando la coda sui fianchi, per usare un’immagine di Czeslav Milosz. Il poeta a mio avviso è irrilevante, non è una rockstar, né un rapper. Più è poeta (o meglio: se è poeta) più sparisce in ciò che non gli appartiene, che gli si presenta, a volte, quando non tocca ad altri. Come nei versi di Tomas Tranströmer: « … la mia poesia cresce / mentre mi ritiro / Cresce, prende il mio posto ». “Sento” la poesia come un’unica voce nel tempo e nello spazio, in un’unica lingua: si può “rabbrividire”, per tornare alla domanda precedente, per versi che non si capiscono affatto, in lingue sconosciute, che esistono poeticamente al di là di tutto e di tutti (uno dei più bei regali dell’esperienza della traduzione).

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

La nostra poesia nel bene e nel male – ahimè – non può che rappresentarci. Rispondo con questo scherzo a tema, come recita banalmente il titolo. Tutto vero – la facile verità di ogni curriculum che si rispetti – anche il trisavolo di parte francese, gente di circo. La mitologia famigliare pretende addirittura che saltasse – e senza trampolino! – un cavallo per il lungo…

CV

È da subito nata altrove giusto in tempo
per accendere sottosopra ogni nuova sua casa
attaccarla a un filo perpendicolare alla soglia
con le scarpe rovesciate con le ombre che oscillano

per gli studi l’attenuante di un alibi
dei più semplici che non suona neanche la sveglia
il lavoro a seguire una solenne fatica di crederci
ogni volta la stessa e declinata all’inverso

attitudini
qualche anno fa sapeva essere più intelligente
un certo suo modo civettuolo di rivolgersi a dio

esperienze
quel suo trisavolo che per primo ha infilato
la testa nelle fauci di un famoso leone

Raul Montanari ph bibazz.it

CINQUE DOMANDE AI POETI: RAUL MONTANARI (1959)

1.
In uno dei mottetti per la sua musa girasole, Clizia, Eugenio Montale parla di «segno» che «s’innerva» e lo descrive con queste parole: «sangue tuo nelle mie vene». Cosa o chi s’innerva in te arrivando a scorrere nelle vene della tua scrittura?

Mi verrebbe da rispondere: il dissenso, ma immagino sia una parola troppo burocratica. Lo scontento, il rifiuto, il no! Si comincia a scrivere perché vivere non ti basta, e vivere non ti basta perché nella vita vedi qualcosa che non va, qualcosa di enorme.
In questo non trovo nessuna differenza fra poesia e prosa, anche se è difficile negare che la poesia da metà Ottocento in poi, quella che si è identificata sempre più nella lirica, è parsa più incline ad accettare una vocazione contemplativa. Non a caso, della grande triade francese, Mallarmé è il poeta il cui linguaggio e sguardo sentiamo più vicini al Novecento e a noi, in modo analogo a quello che è accaduto alla musica atonale: si può immaginare una corrispondenza fra Baudelaire-Rimbaud e Schoenberg-Berg (i furiosi) in opposizione a Mallarmé nella poesia e Webern nella musica (i cristallini, veri iniziatori di un nuovo modo di poetare e comporre).
La narrativa invece si basa strutturalmente su un conflitto e sulle sue conseguenze; non esiste narrativa contemplativa, perché in quel caso è più logico parlare di idillio.

2.
In una delle canzoni più celebri interpretate da Johnny Cash, the man in black dice di vedere un’oscurità («I see a darkness»). Quale oscurità ti è capitato di vedere e come ne hai scritto?

Quella che sta prima della mia nascita e che starà dopo la mia morte.
In fondo non parlo d’altro, anche se tutto ciò che troviamo dentro la luce precaria nel mezzo fra queste tenebre è molto interessante e vale la pena di viverlo. La composizione con la quale rispondo alla tua ultima sollecitazione è un esempio calzante: rappresenta la vita di un uomo come una giornata attanagliata fra due notti. Volendo descrivere in pochi versi questa giornata, ho ridotto il mondo alle sue geometrie.

3.
Nel discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel per la letteratura, Bob Dylan, ricordando il suo primo punto di riferimento artistico, l’amico Buddy Holly, dice che sembrava esserci in Buddy qualcosa di permanente («something about him seemed permanent») e che riusciva a trasmettere qualcosa che gli faceva venire i brividi («he transmitted something» … «and it gave me the chills»). C’è un poeta che ti fa sentire così quando lo leggi e perché?

Posso dire anzitutto che sono in completo disaccordo con il Nobel a Dylan, per i motivi che molti hanno riportato? Penso che il Nobel per la letteratura abbia una doppia vocazione: quella di consacrare un successo e quella di segnalare una voce sconosciuta a quel pubblico che ormai compra i libri al supermercato. La seconda vocazione mi sembra la più desiderabile, mentre il Nobel a un cantautore come Dylan mi è parsa la consacrazione di un successo portata un po’ oltre, per il gusto di far discutere e far parlare del premio. Da un punto di vista di marketing è stata una provocazione riuscita.
Detto questo, tutti i poeti veri mi fanno l’effetto descritto da Dylan, e per la verità anche tutti i musicisti veri, come lui!
Già che ci siamo: io proporrei per il Nobel Milo De Angelis, che in questo momento mi sembra la voce più alta che possiamo ascoltare in Italia, mettendo insieme prosatori e poeti. Fra l’altro noi abbiamo una magnifica tradizione: dei sei premi Nobel italiani per la letteratura, tre sono poeti (Carducci, Quasimodo, Montale), due sono principalmente autori teatrali (Pirandello, Fo), mentre solo Grazia Deledda è una narratrice.

4.
Un altro Premio Nobel per la letteratura, Seamus Heaney, ha detto che Eminem ha creato un senso di ciò che è possibile iniettando un voltaggio nella sua generazione («he has created a sense of what is possible. He has sent a voltage around his generation») non soltanto con il suo comportamento sovversivo ma anche attraverso la sua energia verbale («He has done this not just through his subversive attitude but also his verbal energy»). C’è stato/c’è un poeta che per te corrisponde a questo identikit?

Direi lo stesso di due poeti che ho tradotto, Poe e Stevenson. La loro opera in versi è poco conosciuta in Italia, con la parziale eccezione del Corvo di Poe, naturalmente.
In Poe c’era qualcosa non del rapper ma certamente della rockstar e lo dimostra non solo la sua parabola esistenziale drammatica, ma il fatto che a 170 anni esatti dalla sua morte (1849) è ancora conosciutissimo, citatissimo, amatissimo: anche ragazzi che non hanno mai letto una riga di Poe conoscono il suo nome, le sue storie, sanno che faccia aveva, e questo è sbalorditivo. Le sue poesie sono nel canone angloamericano, presenti in tutte le antologie scolastiche, mentre in Italia non le legge nessuno.
Stevenson rappresenta invece l’altro modo a disposizione di un letterato per esprimere energia e violenza: farlo solo con la scrittura, conducendo per il resto una vita sommessa, appartata, domestica. La sua esplorazione del Male è un architrave dell’idea del mondo che tutti condividiamo; le sue poesie per ragazzi sono straordinarie.

5.
Scegli una tua poesia e ci spieghi perché ti rappresenta?

Grazie per l’invito, che accetto con molta vergogna perché non mi considero un poeta. Penso che per definirsi tale ci voglia una frequentazione e una sperimentazione del vero linguaggio poetico meno occasionale della mia. Tanto varrebbe dire che sono un teologo perché ho pubblicato un saggio intitolato Il Cristo Zen.
Scelgo la prima poesia leggibile che ho scritto, più di trent’anni fa, e che curiosamente è anche l’ultima che ho pubblicato: nella raccolta di inediti AAVV, 50 anni di Bianca. 1964-2014, con la quale l’Einaudi ha festeggiato il cinquantenario della sua storica collana di poesia. Ho spiegato sopra perché la considero rappresentativa.

Le linee

Esistono infinite geometrie
che tramano e percorrono il mattino.

Cammino scavalcando le invisibili
rette che un bambino, tempo fa,
tracciò oscillando il braccio in un saluto.

Posso cadere? Pronto alla mia mano
è il caldo lato di un trapezio umano.

Mi immergo sorridendo nel rettangolo
della porta di casa, che proietta
oblique ombre e luci parallele.

Posso creare e discreare i punti
della mia posizione relativa
agli occhi di una donna silenziosa.

Nel cerchio confortante di me stesso,
che sfiora triangoli e altre linee aguzze,
credo che correrò fino a stanotte.

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