Cinzia Demi: “la poesia ha bisogno del contatto con la realtà”

Cinzia Demi: “la poesia ha bisogno del contatto con la realtà”

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

La domanda è giusta: spiegazione/definizione ‘attuale’… capita, infatti, che con il passare del tempo certe spiegazioni trasformino la loro essenza con il mutare delle intenzioni con cui ci si rivolge al soggetto interessato. Così, com’è cambiato il mio modo di scrivere poesia, allo stesso modo ciò che intendevo per poesia un decennio fa non è ciò che intendo adesso: questo per l’esperienza maturata in mezzo alla gente – fondamentale per capire come viene percepita – e per l’ascolto, la frequentazione di tanti nostri magnifici autori . Oggi la poesia mi appare, principalmente, come un mezzo comunicativo che fa parte dell’uomo e della sua stessa capacità immaginifica, onirica e spirituale di sempre, se pure, per essere davvero sentita e compresa da tutti, ha bisogno del contatto con la realtà, ha bisogno di avvicinarsi alla concretezza delle cose e di renderle visibili e vere, come veri devono essere i sentimenti che va a indagare, che vuole proporre. D’Annunzio, che pure è anche il poeta dell’artificio, diceva comunque che il poeta deve essere testimone e profeta del proprio tempo. Ecco, rilevo che per definire la poesia, sia utile passare anche dalla definizione di poeta e provo a farlo con le parole che ho coniato per la nuova collana di poesia contemporanea under 40, Cleide, nata per volontà della Casa Editrice Minerva di Bologna, e che dirigo insieme a Giancarlo Pontiggia.
Comunicatore, temerario, testimone, profeta, visionario, internauta: com’è o come dev’essere il poeta degli anni 2000, già ampiamente iniziati? Secondo il mio parere si tratta di una miscellanea di tutte queste qualità che formano un talento, un talento vero, capace di donare incantamento. Perché in fondo la poesia è incantamento che passa attraverso la parola, usata come strumento, come mezzo per relazionarsi con il reale, se pure composto di mille contraddizioni: strumento umile e gratuito, naturale e potente, certo e variabile, capace di mettere a fuoco riadattandosi al sentire, un’idea, un fatto, un pensiero, un sentimento. Senza questa mediazione non avremmo la più antica delle arti che, unita alla memoria, ci permette di raccontare la verità della vita, la bellezza feroce, gioiosa e dolorosa del suo mistero che incanta, innamora e chiede di essere detto. Il poeta, in sintesi, è l’aedo del mistero e della verità racchiusi nella vita. Sia che parli di ricordi, sia che parli d’amore, di paesaggi, di accadimenti egli ha un compito etico e morale ben preciso: non scendere a compromessi con la menzogna, non ingannare il lettore, non usare l’artificio in luogo dell’onestà.

Qual è il ruolo della vita nella tua poesia?

Pasolini nella sua poetica faceva capire che la vita non andava costruita come un’opera d’arte, bensì l’opera d’arte come fosse la vita, senza finzione o superficialità. La poesia diventa così un vero atto vitale, capace di autenticità come proprio lo è la vita. In questo mi sento vicina all’autore seppure la mia poetica, quasi sempre, parte da concetti o archetipi universali per poi calarli nella realtà. Ho bisogno di riferimenti, ho bisogno di sapere che ci sono le grandi metafore dell’inconscio, le icone spirituali e pittoriche, che la musica è il sottofondo di ogni giorno, che non siamo nati soli e che i maestri che ci hanno preceduto hanno lavorato come noi, hanno provato a confrontarsi con l’infinito e con il reale al tempo stesso, hanno sofferto e hanno amato ciò che si vede e ciò che si presume possa esserci, per comprendere il mistero delle cose, dei sogni, della vita. Del resto la poesia agisce nel presente, crea tracce al futuro ma si nutre del passato: se così non fosse perderemo la nostra memoria, il nostro linguaggio, la nostra capacità di comprendere. In questo, ripartire dai padri, appunto, vuol dire respirarne la linfa e, come diceva Zanzotto, quell’ “eterno sussurro della foresta letteraria”. A questo proposito c’è un aneddoto che vale la pena di riprendere, quale metafora fortissima della letteratura che tende sempre a rischiare una sua fine ma che rinasce, come l’Araba Fenice, dalle sue ceneri: in un’ispezione recente al sarcofago di Arquà Petrarca, dove riposano le spoglie del Poeta, fra le sue costole sono stati trovati dei calabroni… sembra un segno di rinascita e mi piace interpretarlo come tale.
La vita si cala nella mia poesia, dunque, attraverso tutto questo e, sia che si tratti di un personaggio archetipo che mi entra dentro, di cui ho bisogno di sentire il contatto empatico, e di raccontarne l’esperienza e l’umana specie (penso alla figure di Maddalena, Maria di Nazareth, Ipazia di Alessandria ad esempio, di cui ho parlato nella mia poesia), sia che si tratti di situazioni legate al ricordo personale, dove le figure di riferimento sono donne o uomini del quotidiano (penso ad alcuni testi de Il tratto che ci unisce, o di Incontri e Incantamenti), o dove la geografia dei luoghi diventa memoria collettiva (come in Nel nome del padre) la vita scorre inevitabilmente nei versi attraverso suoni e rumori, fiori e piante, sole e mare, oggetti e soggetti che fanno parte di me e del mio sentire e che si rapportano con ciò che accade nel mondo. E’ così che Maddalena e Ipazia sono testimoni della violenza di genere, Maria del ruolo della donna attraverso la maternità che diventa accoglienza; è così che il mare – che è l’origine di tutte le cose – diventa un padre putativo simboleggiando un elemento con cui si instaura una sorta di relazione filiale in una dimensione letteraria nella quale, proprio il rapporto padre-figlio/a con il mare, diventa parte di un patrimonio artistico – culturale che (ancora una volta) arriva da molto lontano e con il quale si sono confrontati artisti di ogni genere: penso a Montale che nella raccolta Mediterraneo, inserita nel libro Ossi di Seppia, presenta questo legame come la riscoperta dell’elemento legato al primordiale.

Qual è il momento in cui una poesia può dirsi compiuta?

Quando, rileggendola, sento che non c’è niente da togliere e niente da aggiungere, quando leggendola agli altri sento che ha generato un sentimento complice d’empatia, quando non vorrei aver scritto niente di diverso da quello che ho pubblicato. Non sono così convinta che un testo non arrivi mai “al suo compimento”, ma forse è la mia natura che esige – come detto sopra – punti fermi da cui partire e, per tanto, punti fermi a cui arrivare. Sì, è vero che il fare poesia significa operare in un laboratorio continuo, lavorare in un cantiere aperto, ricercare la lingua e la forma, confrontarsi per adottare una cifra stilistica e così via … ma credo anche che, a un certo punto, l’obiettivo debba essere centrato (o meno, e forse non lo sarà mai) e quindi si debba passare ad altro, si debba andare avanti. Dei miei libri editi non cambierei niente, sono sincera. Non voglio apparire immodesta ma, a mio avviso, il laboratorio ha senso di esistere fino a quando il lavoro non è dato alle stampe – oppure può succedere che in una pubblicazione successiva si vogliano inserire dei testi già editi modificandoli, ma già, a mio avviso, questo non è corretto nei confronti di chi ha letto quei testi in precedenza -: insomma ritengo che per tutte le cose, a un certo punto, si debba raggiungere una conclusione, e questo vale anche per la poesia.

 

tre poesie da “Nel nome del mare” di Cinzia Demi, ed. “Carteggi Letterari”.  

 

  aspetti sempre che qualcosa succeda
mentre alzi gli occhi
agli alberi che temono l’autunno
la strada si è fatta più lunga e
quel cartellone ieri non c’era

è una milizia certa quella del tempo
da assoldare nell’esercito mercenario
per le guerre sull’ altare di pietra
nella chiesetta – frontiera del Golfo*
contro il pallore del mare d’ottobre

pagarlo e lasciarlo libero di fermarsi
un poco a riposare senza fretta
provare a bagnarsi le mani dove
scorre la sabbia di ematite
raccogliere una scheggia di bucchero

e costruirci un bicchiere
bere un sorso di maestrale
da quella breccia che ingrossa
l’aria di sale antico e tamerici
magari è così che si cresce

dopo il pane con zucchero e vino
dopo le vendemmie e le rose
quando tutte le cose sfumano
in un sentire lontano e dici
è così che si cresce per le croci

da cui siamo fuggiti
per quell’aria soffocante di casa
dove l’orizzonte era solo una linea
magari è così che s’incontrano teatri
con le quinte a colori vivaci

rammendate che non importa quanto
è così che si consumano chilometri
si stringono corpi si gettano paramenti
argenti s’indossano senza più valore
senza l’ardore che ci fece scuola

e aspettando ancora si torna all’inizio
si alzano gli occhi
agli alberi che sono già primavera
la strada è più corta ora
e di quel cartellone lo scritto è sbiadito

(* Il Golfo è quello di Baratti, nel comune di Piombino (LI) dove sono nata.)

 

  lassù al castello le mura sono di pietra**
come le strade dentro la porta
rinascono ogni giorno
come scorta arroventata
da un sole di storia

sulla vetta di quercia alla notte
è il canto della civetta
che entra a ghiacciare
di paura il cuore delle case
nell’aria ferma di fine estate

ed è nell’azzurro del canale
che gialleggiano le ginestre
odorose di forme e poesia
col prugnolo che si sporge
nella via infestata dai corbezzoli

è nella piana bagnata
dall’umido del mare
che stanno le siepi di more
i ciuffi di capperi a cascata
le viole immerse nel muschio

è nel roseo guscio dei ciclamini
nei pini contorti dal vento
all’incrocio col piccolo cimitero
che trovi le anime del posto
vegliate dagli etruschi corredi

è lì che si piange per il loro restare
il loro sapersi abbandonare
sul cancello battuto dal vento
allo sbocco del viale
nel sereno di un mattino d’ottobre

quando vedi il buio diradarsi
e senti vicino quell’orizzonte
di un comune cammino
è li che si piange per gli occhi
azzurri di una fotografia

per il bambino che non è mai nato
per il vecchio che ha troppo vissuto
le sue guerre per la donna che è
cresciuta lontano che stringe
la sua terra con la mano

(** Il castello è quello del borgo medievale di Populonia, nel comune di Piombino)

  da Viale del Popolo***
le nostre scale portavano
in riva al mare
tra anfratti di scogli e rocce
nel ciottolato bagnato

laggiù piccole grotte
rifugio d’innamorati
con l’arcipelago negli occhi
e le mani a scoprire
i corpi vestiti d’inverno

una pioggia violenta
e baci disperati
una cura di pazienza
e devastati sorrisi
al lasciarsi andare

al folle abbraccio
di un’ora sola
alla corsa verso l’aurora
verso un ritornare
di nuovo atteso

sospeso sul crinale
di quei nascondigli
dove senza sospetto con le
bocche di sale le ginocchia
piegate come a pregare

pensavamo di restare
all’infinito
(o almeno lontano nel tempo)
come il sasso che piatto
lanciato nel mare

rimbalza più volte
al talento che sicuro
lo lancia e non vede la fine
arrivare né presume magari
quel cadere sul fondo

sono chiuse ora quelle scale
c’è pericolo (dicono) di frane
non cede però la ringhiera
e riflette l’onda che conserva
ancora gli amori del viale

(*** Viale del Popolo parte dalla Piazza G. Bovio, situata nel centro storico della città, e sale fino al Castello, diventando una splendida finestra panoramica sulle isole dell’Arcipelago Toscano. Nei giorni più limpidi si intravedono l’isola d’Elba, Montecristo, l’sola del Giglio, Capraia, la Corsica e il profilo dell’Argentario)

 

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