Comunicazione e Comunicazione non verbale nella Mediazione familiare

Comunicazione e Comunicazione non verbale nella Mediazione familiare

Scott Bergey, The Talk Of The Town
Scott Bergey, The Talk Of The Town

Nessun mortale può mantenere un segreto:
se le labbra restano mute parlano le dita (S. Freud)

• La Sociologia della Comunicazione
Della Comunicazione se ne è occupata la Psicologia sociale e la Sociologia. La Sociologia della comunicazione è quella branca della Sociologia che studi,a in modo dettagliato, le implicazioni socio-culturali che nascono dalla mediazione simbolica con particolare riguardo ai mezzi di comunicazione di massa: la radio, la televisione, la stampa, il cinema. Uno stesso messaggio mediatico può avere differenti conseguenze sui gruppi sociali e, quindi, sui singoli individui. Ecco perché lo studio sociologico si rivolge alle conseguenze di ciò che viene trasmesso per poter utilizzare tecniche appropriate al fine di comunicare correttamente, cioè in modo sano. Spesso la parola sociale viene fraintesa e assimilata come sinonimo di diffuso, comune. Quando, però, si parla di comunicazione sociale, nel senso scientifico del termine, bisogna tener conto di alcune basilari tipologie di comunicazione sociale:
1. Il doppio legame: due individui uniti da legami affettivi o da relazioni relativamente importanti sono in una situazione di incongruenza tra il discorso verbale e il livello meta comunicativo (non verbale, tono di voce, atteggiamenti). L’episodio della madre che parla al figlio malato di mente, riportato da Batson, lascia riflettere sulla contraddizione che può avere un messaggio. Il figlio, in uno slancio d’affetto, tenta di abbracciare la madre che, di fronte a questo gesto, si irrigidisce. A questo punto, deluso e imbarazzato, si ritrae anche il ragazzo. La madre gli dice: ‘Non devi aver paura a esprimere i tuoi sentimenti!’ Il significato dell’irrigidimento corporale della madre è molto diverso da quello delle sue parole: infatti la sua comunicazione verbale esprime il contrario dell’atteggiamento del suo corpo.
2. L’effetto carrozzone: in questa tipologia di comunicazione sociale molte persone imitano il comportamento degli altri perché lo ritengono giusto e riconosciuto. Questo effetto viene anche denominato effetto del gregge riferendosi ai gruppi adolescenziali.
3. La comunicazione virtuale: ciberspazio e gli spazi virtuali sono considerati come spazi di interazione sociale. Le parole realtà virtuale, però, racchiudono una contraddizione ossimorica perché la nostra abitudine ci porta a definire virtuale come non reale. Per questo motivo molto spesso tendiamo a eliminare le realtà nei fenomeni virtuali tanto da individuare lo spazio virtuale come uno spazio non fisico.
Il ciberspazio è visto, comunque, come l’illusione di uno spazio finito in cui l’individuo investe la propria sfera emotiva. La comunicazione del web spinge l’individuo a caricare l’azione di aspettative perché sulla parola scritta viene trasferito anche il significato della diversa dimensione espressiva del suono della parola stessa attribuendole il senso personale, emozionale/umorale del momento. Venendo meno la dimensione materiale, cioè il contatto, si cerca di colmare questa imperfezione adeguandola al proprio sentire e ai desideri personali. Gli spazi virtuali, intesi come spazi di interazione sociale, in cui viene richiesta la compresenza temporale dell’emittente e del destinatario del messaggio, sono la chat, a due o a gruppi con eventuale videochiamata, la videoconferenza (comunicazione asincrona), mentre la comunicazione asincrona, in cui è possibile scegliere il momento di partecipazione all’interazione, riguarda la comunicazione via posta elettronica. Le persone che solitamente condividono uno stesso interesse scambiano le proprie informazioni attraverso la mailig list oppure, dedicandosi a uno specifico argomento, utilizzano i newsgroup. La nocività o l’utilità di queste tipologie di comunicazione è data dall’utilizzo che ogni individuo ne fa; infatti è possibile che venga manipolato il messaggio attraverso:
1. La via unilaterale (tecnica del convincimento che le proprie idee sono quelle giuste)
2. Atteggiamento consapevole (riconoscere la complessità e la diversità delle parti)
3. Abbandono del pregiudizio (sostituzione con curiosità, cioè esplorazione partecipata, chiara e aperta del mondo intorno a noi)
4. Comprensione (emissione bidirezionale e continua di informazioni tra le parti che tengono un discorso di interesse comune)
Il senso di identità ha origine da una sensazione di contatto con il corpo. Per sapere chi è, un uomo deve essere consapevole di ciò che sente. Dovrebbe cioè conoscere l’espressione del suo viso, il suo portamento e il suo modo di muoversi. Senza questa consapevolezza delle sensazioni e degli atteggiamenti corporei, una persona è vittima della frattura che si crea in uno spirito estraniato dal corpo e in un corpo privo dell’incanto dell’anima (Alexander Lowen)

• La Comunicazione non verbale nella Mediazione familiare
La comunicazione non verbale nella Mediazione familiare e dei conflitti interpersonali si sofferma sulle definizioni che ciascuno vede e sente nella relazione. Nel XVIII sec. lo studio della comunicazione non verbale, in particolare l’approfondimento sul gesto di Diderot (1751) e Condillac (1756), era considerato un elemento fondamentale e determinante per la comprensione dell’origine del pensiero e del linguaggio. Anche gli studi di Tylor (1878) e Wundt (1901) sulla sfera non verbale erano ancora asistematici, legati alle teorie sulla transazione dall’espressione individuale al linguaggio codificato con l’unico scopo di suffragare le innumerevoli teorie filosofiche sull’origine della società. Nonostante Bloomfield (1933), Bolinger (1975) e Pike (1946) mostrassero interesse per la questione, la linguistica si è dedicata tardi a questa tipologia di studi (Bloomfield (1933/39): Il gesto accompagna il parlato ed è soggetto a convenzioni sociali. Tuttavia il suo meccanismo è ovvio). I modelli della comunicazione nella mediazione sono:
1. Comunicazione lineare (un segnale (messaggio) passa da un emittente (mittente), attraverso un trasmettitore, a un destinatario (ricevente), attraverso un recettore, lungo un canale fisico (supporto materiale).
2. Comunicazione circolare (ogni messaggio o comportamento è effetto e causa di altri messaggi e comportamenti)

• Gli assiomi metacomunicazionali.
1° assioma: non si può non comunicare (la comunicazione avviene comunque, anche quando non è intensionale o a livello conscio).
In mediazione qualsiasi comportamento, parole o silenzi, attività o inattività dei soggetti ha il valore di messaggio)
2° assioma: la comunicazione si divide in contenuto e informazione e in relazione o comunicazione non verbale (metacomunicazione).
Per il Mediatore questo secondo assioma deve essere interpretato non meccanicisticamente al fine di non attribuire eccessivi e alterati significati comunicativi ai comportamenti delle parti in conflitto per non rischiare l’acutizzarsi del contrasto. Spesso i configgenti credono di scontrarsi per ragioni di contenuto, in realtà il vero contrasto ha motivazioni nella relazione. A questo punto il Mediatore è chiamato costantemente a ridefinire il processo comunicativo per limitare l’incidenza della metacomunicazione e di ricondurre le parti in conflitto all’effettivo contenuto dei messaggi. Quando di fronte a un essere umano fate un’affermazione o una domanda, questi vi darà sempre una risposta non-verbale (R. Bandler – J Grinder (1979), ‘La metamorfosi terapeutica’.
3° assioma: la natura della relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti.
Il Mediatore può aiutare a risolvere i casi di malintesi e conflitti spostando il piano del confronto: es, il marito e la moglie che si stanno separando possono uscire dall’empasse solo a patto di comunicare sulla loro comunicazione. L’alternanza continua fra messaggio e feedback rende la comunicazione umana un processo continuo per cui un osservatore esterno potrebbe considerare una serie di comunicazioni come una sequenza ininterrotta di scambi (Corrieri F.) Passare dal cosa al come aiuta a ottenere una posizione reciproca all’interno della coppia. Infatti, le persone mosse da emozioni, aspettative e desideri diversi, in questo modo, possono interpretare il processo comunicativo segmentando diversamente la comunicazione tra di loro.
4° assioma: gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico. Il linguaggio numerico manca di semantica relazionale, ma ha una sintassi logica efficace. Il linguaggio analogico ha la semantica, ma non la sintassi adeguata per definire la natura delle relazioni. Quindi il codice verbale e quello non verbale sono complementari perché servono a rinforzare in modo reciproco il messaggio. Tuttavia si darà maggiore credito al messaggio non verbale perché viene ritenuto il più veritiero e diretto.
5° assioma: tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza (scambi simmetrici: Avvocato – Avvocato; Medico – Medico; Insegnante – Insegnante. Scambi complementari: Avvocato – Cliente; Medico – Paziente; Insegnante – Allievo). Il Mediatore cercherà di alleviare gli atteggiamenti rigidi tra i due che comunicano al fine di non sfociare in una comunicazione patologica o fallimentare.

• La Comunicazione non verbale nel bambino e nell’adulto
Gli approcci di studio del comportamento non verbale nel bambino e nell’adulto fanno riferimento alla psicologia e alla zoologia. Le prime impressioni che riceviamo in qualità di esseri viventi devono essere sensazioni di intimo contatto fisico … all’interno dell’utero materno. L’input maggiore al sistema nervoso ancora in fase di sviluppo consiste in varie sensazioni di tatto, pressione e movimento … (Morris, 1971) Il comportamento non verbale dell’adulto, per entrambe le discipline, è fortemente influenzato da modelli comportamentali innati o appresi nel periodo pre e post-natale. Nello stadio più avanzato il feto avverte la pressione delle pareti uterine ed è soggetto a variazioni ritmiche da parte dei polmoni materni mentre la madre respira e a ondulazioni più o meno regolari quando la madre cammina. Da bambini, quindi il corpo è la nostra abitazione: viviamo dei nostri sensi rispondendo in modo immediato agli impulsi che ci arrivano. In quella fase le nostre emozioni sono molto forti e sincere e dopo averle manifestate le dimentichiamo per passare ad altro. Il bambino vive in sintonia con i propri ritmi individuali e le energie che ha a disposizione senza avvertire tensioni che possano offuscare la regolarità della vita perché la sensibilità infantile non è ancora intaccata o offuscata. La comunicazione non verbale in un adulto può essere definita poeticamente come una danza sottile, quasi inconscia, che si sincronizza con l’andamento del discorso e con i movimenti corrispondenti dell’ascoltatore. I due partner sono vincolati a questa sequenza di movimenti ritmici sincronizzata con precisione e la coordinazione linguistica dei loro gesti, che si innescano a vicenda, dura finché essi rimangono coinvolti nella conversazione (La Rete della Vita, F. Capra, 1997). I segnali del corpo che accompagnano l’espressione verbale sono:
1. Tono della voce
2. Espressioni facciali
3. Contatto visivo
4. Contatto corporeo
5. La postura
6. L’orientamento
7. I gesti
8. La prossemica
Possiamo esprimere con il nostro corpo ciò che tentiamo di nascondere con le parole. Per questo motivo il silenzio non sempre è carico di niente. Il messaggio verbale, cioè cosa comunichiamo, rappresenta il 10% della comunicazione; il tono di voce il 30% e il rimanente 60% riguarda il come comunichiamo, quindi il linguaggio del corpo. Possiamo comunicare attraverso il nostro aspetto esteriore (conformazione fisica: lineamenti del volto, altezza, peso, dimensioni; abbigliamento: vestiti, acconciatura, trucco, accessori definendo e sottolineando l’appartenenza a categorie sociali), comportamento prossemico (distanza interpersonale, contatto corporeo, orientazione, postura,) comportamento cinesico (movimento di busto e gambe, movimenti di mani e braccia, movimenti del capo), volto (sguardo e contatto visivo, espressione del volto), segnali vocali (qualità della voce: tono, risonanza, qualità dell’articolazione; vocalizzazioni: caratterizzazioni vocali: pianto, sospiri, riso; qualificatori vocali: timbro, intensità estensione; segregati vocali: intercalazioni sonore); silenzio (il silenzio non sempre è carico di vuoto, di niente, di comprensione).

• Gli strumenti del Mediatore
Attraverso l’ascolto attivo (atteggiamento e postura direzionati verso l’emittente senza interrompere il discorso, facendo parlare fino in fondo, riportando a chi parla la riflessione del contenuto, riportando il confronto con un messaggio in prima persona), l’ascolto passivo (contatto oculare, postura aperta e inclinata in avanti, silenzio) il Mediatore cerca di sentire l’altro e se stesso consapevolmente. La comunicazione problematica può assumere forme molteplici. Esse possono riguardare uno degli interlocutori o entrambi (incomprensione dell’ascoltatore: quando comprende oppure interpreta in modo sbagliato le intenzioni sottostanti al discorso dell’altro; rappresentazione erronea: quando, invece è il parlante a causare il fallimento della comunicazione); possono riferirsi al contenuto del messaggio (mancato incontro tra le intenzioni del parlante e l’interpretazione dell’ascoltatore) o riferirsi alla relazione tra i soggetti interagenti (errori da parte dell’emittente: percezione interiore, scelta del codice di trasmissione, il canale di trasmissione, il contesto. Errori da parte del ricevente: interpretazioni soggettive, atteggiamenti personali, valutazione giudicante).
Secondo la psicologia cognitivista l’elaborazione attiva dell’informazione avviene attraverso il completamento dell’informazione, la negazione dell’informazione e l’adattamento dell’informazione. Il modello pragmatico-relazionale focalizza le proprietà che agiscono indipendentemente dalla nostra consapevolezza e che se vengono rispettate danno luogo a una comunicazione efficace. Cosa accade quando non vogliamo comunicare? Possiamo rifiutare la conversazione, accettare la comunicazione con scarso interesse, possiamo squalificare la comunicazione oppure comunicare attraverso il sintomo. Molto spesso le difficoltà di comunicazione sono provocate dalla confusione che facciamo tra gli aspetti del contenuto e quelli della relazione del problema. Al di là di ogni contenuto ciò che comunichiamo in ogni messaggio è come ci vediamo noi rispetto alla persona con cui stiamo parlando. Se ci vediamo come amici possiamo avanzare un invito in cui la persona può rispondere in tre modi: può confermarlo, può rifiutarlo, può disconfermarlo. Se ci sono discrepanze sulla punteggiatura la comunicazione arriverà a un punto morto in cui gli interlocutori si lanciano accuse reciproche e cattiverie fino ad arrivare a comportamenti folli. Questo è l’effetto della profezia che si autodetermina. L’oggetto tipico di questa sequenza è che la persona in questione è convinta di reagire ai comportamenti degli altri e non di provocarli. Merton (1968) studiò ampiamente il fenomeno sperimentando che se gli uomini definiscono come reali certe situazioni, esse sono reali nelle loro conseguenze (effetto Pigmalione. Ovidio narra nelle Metamorfosi che il principe-scultore di Cipro, Pigmalione, scalfì una statua così bella, Galatea, che invocò la dea Venere di darle la vita perché si era innamorato di lei).

L’io in ultima analisi deriva da sensazioni corporee, principalmente da quelle che scaturiscono dalla superficie del corpo.
(S. Freud)

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