TEMENDO/TREMANDO 1

TEMENDO/TREMANDO 1

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La storia, o leggenda, che andiamo a rivangare fu materia poetica per eccellenza della grande stagione romantica danese. Saggiata già nel 1779 da Johannes Ewald in Romance, essa s’impose agli inizi dell’Ottocento con Jens Baggesen (Agnete fra Holmegaard, 1808) e Adam Oehlenschläger (Agnete, 1812), per trovare una sintesi compiuta con Hans Christian Andersen (Agnete og Havmanden, 1833). Ciò per quanto riguarda la letteratura in senso stretto. Ma la leggenda, analogamente ad altri casi classici della modernità (si pensi a Faust, a Don Giovanni, o anche all’Ebreo Errante), affonda le sue radici in un sostrato popolare che fatalmente allaga nella tradizione orale, la più ardua da classificare almeno cronologicamente. Per nostra fortuna il romanticismo, oltre che romanzare, si dette in ultimo a studiare, a recuperare, a comparare, sicché anche la Danimarca ebbe i suoi repertori. Primo fra tutti il Danmarks gamle Folkeviser del 1853, curato da Svend Grundtvig, che nella fattispecie riporta quattro versioni, la prima delle quali raccolta nel 1843 da Pedra Petersen dalla viva voce di una contadinella che la cantava. È la più scarna però essenziale, rispetto alla quale le altre tre valgono da integrazioni, verosimilmente più tarde. Riportiamo questa per un altro, non secondario motivo: il 1843 è anche l’anno in cui uscì Timore e tremore di Søren Kierkegaard, che offre della leggenda una versione personalissima.  Ne tratteremo in una seconda parte, invitando già ora l’eventuale lettore a leggersi di Kierkegaard Il riflesso del tragico antico nel tragico moderno, saggetto compreso in Enten-Eller del 1843, il quale tratta di Antigone, ma con un approccio che sarà lo stesso adottato per Agnese.

 

 

* * *

 

AGNETE OG HAVMANDEN

Agnete hun ganger paa Højelands Bro,
da kom der en Havmand fra Bunden op,
– Haa ja! –
da kom der en Havmand fra Bunden op.

»Og hør du, Agnete, hvad jeg vil sige dig:
og vil du nu være Allerkjæresten min?«

»O ja saamænd, det vil jeg saa,
naar du ta’r mig med paa Havsens Bund.«

Han stopped hendes Øren, han stopped hendes Mund,
saa førte han hende til Havsens Bund.

Der var de tilsammen i otte Aar,
syv Sønner hun da ved den Havmand faar.

Agnete hun sad ved Vuggen og sang,
da hørte hun de engelandske Klokkers Klang.

Agnete hun ganger sig for Havmand at staa:
»Og maa jeg mig udi Kirken gaa?«

»O ja saamænd, det maa du saa,
naar du kun kommer igjen til Børnene smaa.«

Han stopped hendes Øren, han stopped hendes Mund,
saa førte han hende paa den engelandske Grund.

Agnete hun ind ad  Kirkedøren tren,
hendes Moder bagefter i samme Sind.

»Og hør du, Agnete, hvad jeg vil sige dig:
og hvor har du været i otte Aar fra mig?«

»Og jeg har været paa Havsens Bund,
syv Sønner har jeg ved den Havmand faa’t.«

»Og hvad gav han dig for Æren din,
da han dig fæstede til Bruden sin?«

»Og han gav mig et prægtigt Guldbaand,
der findes ikke bedre om Dronningens Haand.«

Den Havmand han ind ad Kirkedøren tren,
og alle de smaa Billeder de vendte sig omkring.

Hans Haar det var som det pureste Guld,
hans Øjne de vare saa frydefuld.

»Og hør du, Agnete, hvad jeg siger dig:
og dine smaa Børn de længes efter dig.«

»Og lad dem længes, mens de længes vil,
slet aldrig saa kommer jeg mere dertil.«

»O tænk paa de store og tænk paa de smaa,
ja tænk paa det lille, som i Vuggen laa.«

»Ret aldrig tænker jeg paa de store eller smaa,
langt mindre paa det lille, som i Vuggen laa,
– Haa ja! –
langt mindre paa det lille, som i Vuggen laa.«


*

AGNESE E IL TRITONE

Agnese passava sul ponte d’Alta Terra
quando emerse un Tritone dal fondo
– Ehi là!  –
quando emerse un tritone dal fondo.

“Senti, Agnese, ciò che ti sto per dire:
vuoi divenire la mia amata?”

“Oh sì, lo voglio veramente,
se mi porti con te in fondo al mare.”

Le chiuse le orecchie, le chiuse la bocca,
così la condusse in fondo al mare.

Lì stettero otto anni insieme,
sette figli ebbe lei dal Tritone.

Agnese sedeva alla culla e cantava,
quando udì il suono delle campane d’Inghilterra.

Agnese si presentò al Tritone:
“Mi lasci andare in chiesa?”

“Oh sì, certo che ti lascio andare,
se solo torni dai bimbi presto.”

Le chiuse le orecchie, le chiuse la bocca,
e poi la condusse sul suolo inglese.

Agnese varcò il portale della chiesa,
sua madre la seguì subito dietro:

“Senti, Agnese, cosa ti sto per dire:
dove sei stata otto anni via da me?”

“Sono stata in fondo al mare,
sette figli ho avuto dal Tritone.”

“E cosa ti dette in cambio dell’onore,
dacché ti tenne sposa?”

“Mi dette un bracciale magnifico,
non ne porta di meglio la regina.”

Il Tritone varcò il portale della chiesa,
e tutti i quadri intorno si girarono.

La sua chioma sembrava oro purissimo,
i suoi occhi erano così contenti.

“Senti, Agnese, cosa ti sto per dire:
i figli hanno nostalgia di te.”

“Che l’abbiano quanto vogliono,
mai più assolutamente tornerò laggiù.”

“Pensa ai grandi, pensa ai piccini,
pensa a quello che sta in culla.”

“Mai più penserò ai grandi o ai piccini,
tantomeno a quello che sta in culla
– Ehi là!  –
tantomeno a quello che sta in culla.”

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